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Minimalismo in technicolor: il culto segreto dei Polyrock

Minimalismo in technicolor: il culto segreto dei Polyrock

Dalla New York post‑punk ai ristori digitali: come una band "troppo futuristica" si è presa la rivincita sul tempo.

Giancarlo Turra
| Lo leggi in 8 minuti

Una band di culto che è (stata) geniale ma poco nota sia mentre era in vita che dopo la relativa riscoperta, un suono cui lo scorrere del tempo ha reso giustizia. Signore e signori, ecco a voi i Polyrock.


Il passato visto nel presente

Se capita di osservarla dall’esterno, senza conoscerne i meccanismi e senza porsi domande relative alle metodologie con le quali gli addetti ai lavori ragionano, quella strana faccenda che passa sotto il nome di "giornalismo musicale" può sembrare soggetta a periodiche ventate di incoerenza. Qualcuno definisce questa instabilità di opinioni "revisionismo" e, quando non è un pretesto per chi vuole distinguersi sparandole grosse, assomiglia più a un tornare sui propri passi partendo dalla consapevolezza che, di regola, il passato viene visto e soppesato con gli strumenti del “qui e ora”.

Per questo risulta fondamentale riascoltare, contestualizzare e, perché no, intavolare quel dibattito “critico sulla critica” che dalle nostre parti tutti sembrano scansare. Meglio ancora se, sotto al vetrino delle nostre analisi, poniamo ciò che non piace o che non riusciamo a capire, adottando un atteggiamento costruttivo, che punta ad allargare il campo al di là della comfort zone e, magari, può persino aiutarci a crescere. Perché siamo convinti che chi scrive di musica deve essere un appassionato di professione: un instancabile curioso, pronto a disfarsi dei preconcetti per mettere in gioco e in discussione sé e il proprio mondo.

Un po’ come accadde con l’avvento del CD e la contestuale mole di ristampe che si scatenò nel volgere di qualche anno, causando una ridefinizione della storia della popular music, che dall’idea “classicistica” è passata a un flusso in continuo divenire che riconosce comunque degli incontestabili punti fermi. In caso contrario, li avremmo mai considerati influenti nomi come Josef K, Pylon e, per venire infine all’oggetto di queste righe, Polyrock? Faccenda in gran parte da carbonari, costoro, finché nel 2007 la Wounded Bird non stampava per la prima volta in digitale la coppia di trentatré giri che pubblicarono all’inizio degli anni Ottanta.  

Cambiò poco, in realtà, se si eccettua la gioia dei fan di lunga data e degli appassionati più avveduti. Del resto, l’indifferenza è stata sgradita compagna di viaggio per questa formazione newyorchese fin da esordi in cui fioccavano paragoni non granché plausibili con i Talking Heads. Tutti a guardare Philip Glass che fungeva da pigmalione, produttore e membro aggiunto à la Eno e pochi che, più interessati alla luna invece che al dito, ne notavano la basilare influenza nelle ipnosi costruite da tastiere in serena collisione con chitarre angolari e incastrate con precisione millimetrica su una ritmica motorik devota ai Neu! e però quel tanto più duttile e flessuosa.

Pagine dal manuale post – punk e rock, ovviamente – con appiccicate sopra melodie circolari e affascinanti e polifoniche benedizioni dell’unione tra rock e contemporanea, i dischi dei Polyrock sono capsule atemporali che contengono stile, personalità, classe. Ma soprattutto, canzoni emotivamente cariche anche quando sembrano distanti. Canzoni che ci studiano per capire se siamo il terreno adatto sul quale attecchire, svilupparsi e crescere.

Foto di gruppo. 
Foto di gruppo. 

New York, ti voglio bene

Questa è musica arty e anche ballabile, un rock’n’roll strano ma allo stesso tempo familiare. I Polyrock hanno un suono originale, provocante e rimarchevole.
Chuck Pratt, Chicago Sun Times

Avendo a disposizione il Tardis di Doctor Who, uno dei luoghi che visiteremmo più spesso è New York, facendo la spola lungo l’arco temporale che separa il 1976 dal 1982. Stando attenti a evitare certi quartieri e a non abbassare mai la guardia – no, la buonanima del sindaco Fiorello non c’entra… – potremmo testimoniare il propagarsi del punk e la sua trasformazione in qualcosa di genuinamente avveniristico, che muovendosi tra l’asfalto umido, il palchetto lurido del CBGB’s, i loft, le accademie e la pista da ballo metteva dei rigogliosi sottomondi in reciproca comunicazione.

Per quanto riguarda i Polyrock, la nascita e l’estetica vanno ricondotte a una nicchia colta che può aver contribuito a impedire una popolarità più diffusa. A maggior ragione se la si unisce a un look anonimo (al pari dei Feelies, che peraltro costituiscono il principale referente stilistico), alla ritrosia nel proporsi in pubblico e alla fermezza – malauguratamente scambiata per rigidità e freddezza – tipica di chi bada al sodo e mette la musica al centro con un atteggiamento che, guarda caso, già profuma di post. Da cui l’esigua fortuna commerciale di un linguaggio che il collega americano Steve Blush definisce con una punta di rammarico «troppo futuristico», l’esistenza a tal punto priva di aneddoti che quasi fatichi a trovare di che scrivere e la riscoperta a posteriori. Da cui, soprattutto, una creatività dalle solide basi che, in un alveo di apparente monocromia, nasconde dettagli fascinosi e cangianti sfaccettature.    

Corre l’anno 1978 quando il cantante/chitarrista William “Billy” Robertson scioglie i Model Citizens (intrigante il loro suono, simile ai Polyrock e giocato su groove tastieristici minimali stralunati ma danzabili, come dimostrano l’E.P. Shift the Blame prodotto da John Cale e la raccolta generosa di inediti NYC 1978-1979, pubblicata nel 2023 da Modern Harmonic) e dal Queens convoca il fratello Tommy (elettronica, violino, chitarra) e il bassista Curt Cosentino, ampliando poi la squadra con la cantante/percussionista Catherine Oblasney, Lenny Aaron alle tastiere e Joseph Yannece dietro tamburi e piatti. Ricordandosi di Billy dai giorni dei Model Citizens, Philip Glass va a un loro concerto, si vede riflesso nelle loro geniali intuizioni come in uno specchio deformante (nel mesmerico magma spuntano infatti venature di funk passato in candeggina e un’impronta corale di stampo gregoriano) e resta impressionato al punto da convincere la RCA a ingaggiare l’ensemble. 

Frutto immediato del sodalizio è lo splendido debutto Polyrock, che nel 1980 si giova della produzione dello stesso Glass (che si occupa anche di pianoforte e tastiere) e del fido braccio destro Kurt Munkacsi: loro a supervisionare i gioiosi ritmi pazzi per nevrotici dancefloor dell’irresistibile Romantic Me e di No Love Lost, la spumeggiante frenesia che promana dai wave pop alieni Green for Go e This Song, lo ska mutante Go West, una Your Dragging Feet che incastra la psichedelia sul corpo del krautrock, la #7 che inscena un omaggio all’alchimia tra Klaus Dinger e Michael Rother che Sound Alarm si prende viceversa la briga di destrutturare, una Shut Your Face in vigorosa vena avant garage, l’incontro tra il duo Million/Mercer e i primi Kraftwerk ipotizzato in Body Me. Tutti gioielli insieme ombrosi e lucenti, che si imprimono nel cervello, sedimentano e svelano gradualmente le coloriture. E mai una nota di troppo né un passaggio a vuoto in ciò che, centrando il punto, John Picarella del Village Voice paragona alla geometria pittorica di Piet Mondrian. Il pubblico, però, non fa una piega.   

Dal vivo all'Hurrah di New York nel 1981.

Cuori mutabili

Se c’è una cosa che i Polyrock avevano in mente di fare, è stato abbandonare le tradizionali influenze rock e rhythm’n’blues per abbracciare figure come Philip Glass e Brian Eno.
  Billy Robertson, dalle note di copertina della cassetta No Love Lost

Nonostante il fiasco al botteghino, l’etichetta acconsente a un secondo tentativo confidando nella possibilità di un compromesso che non ci sarà. Sempre con la premiata ditta Glass/Munkacsi a curare l’insieme, nel 1981 Changing Hearts torna sul luogo del delitto con un pizzico di rilassatezza in più, suoni che acquisiscono spessore e respirano senza danneggiare lo scheletro che li sostiene, assaggi di introversione e un taglio pop adeguatamente trasversale e spiazzante.

A sancire il cambiamento nella continuità è una scrittura che conserva spigliatezza, estro e visionarietà, come dimostrano il serrato brano che intitola il trentatré giri, lo scorrere insieme fluido e acidulo su un tappeto ritmico di perfetta ripetitività di Love Song, il kraut funk geneticamente modificato dello strumentale Quiet Spot, il lirico folk rock urbano tra Feelies e Stereolab di Cries and Whispers. E ancora: la vorticosa Mean Cow, il country wave The New U.S., l’innodia introspettiva di Like Papers on a Rack e la superba trasfigurazione della beatlesiana Rain. Non vale comunque meno il resto del programma, dove la sicurezza dei propri mezzi espressivi e un’esecuzione puntuale e attenta alle sfumature sottraggono In Full Circle, Slow Dogs e Hallways dal ruolo di meri riempitivi.

Commercialmente l’album scava un altro immeritato buco nell’acqua, anche a dispetto di un’intensa attività dal vivo che porta la band pure sui nostri lidi. Abbandonati da Glass e da Tommy Robertson, i Polyrock sono messi alla porta dalla RCA e un ciclo si conclude. Dodici mesi più tardi, il mini album Above the Fruited Plain vede la luce per la piccola PVC con la produzione di Billy: la sua mezz’ora scarsa persuade negli spigoli che si sono arrotondati a pieno vantaggio della vivacità melodica, negli aromi orientali che si avvertono nella psichedelia sul serio “neo” di Indian Song e in una Working on My Love che oggi sarebbe una perfetta hit in ambito indie ma figurarsi se all’epoca qualcuno se la filò oltre i proverbiali quattro gatti. Logica conseguenza il rompete le righe e l’inizio del culto, rafforzato nel 1986 da No Love Lost, prezioso nastro della ROIR che recupera i demo di un terzo disco abortito e scampoli live raccolti tra l’80 e l’83.

Un'esibizione televisiva in Italia sulla neonata Canale 5.

Nel 1990 Billy e Catherine tornano con la sigla 9 Ways to Sunday e un album omonimo che spesso cerca ispirazione in Inghilterra, mettendo da parte la tecnologia per sonorità più organiche ma conservando l’ineffabile “nervosismo timido” che costituiva la cifra espressiva di Robertson, il quale è poi rimasto nella semioscurità indossando i panni del cantautore e, purtroppo, ci ha lasciato nel 2018. 

A conti fatti, la vicenda dei Polyrock ci racconta una gloria artistica autentica in ragione di intuizioni brillanti, insieme figlie della propria temperie e in anticipo sull’avvenire. Ed è esattamente per questo che il tempo, dimostratosi sul serio galantuomo, ha reso giustizia a una policromia minimale che, come poche altre, ha saputo trasformare un ossimoro in meraviglia. 

A proposito:

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