Domenica 28 giugno 1970, Bath, seconda giornata del festival di “blues e musica progressiva”. In centocinquantamila sono calati sulla cittadina del Somerset attirati da un cast stellare: Jefferson Airplane e Hot Tuna, Frank Zappa, Moody Blues, Byrds, Santana, Dr. John, Country Joe. E Led Zeppelin, per i quali quel Mangiafuoco di Peter Grant ha ottenuto il posto più alto in cartellone, attrazione principale, ultimi ad andare in scena e del resto sono o non sono il gruppo che a Natale dell’anno prima ha scalzato i Beatles dalla vetta delle classifiche USA? II vi ha rimpiazzato Abbey Road e da allora ha continuato a vendere a ritmi incredibili. Primo pure nella graduatoria britannica e nondimeno al manager e ai suoi protetti pare di non essere stati affatto, fino a quel punto, profeti in casa. La stampa li ha bistrattati, se non ignorati, e di conseguenza persino fra quanti hanno comprato il disco, e magari li stanno ora aspettando, c’è ancora chi crede siano americani. Tempo che le cose cambino. Nella strategia di conquista del suolo patrio, lo sbarco a Bath ha un ruolo chiave: dopo, più nessuno dovrà/potrà ignorare chi siano i Led Zeppelin. E siccome un regno vale una messa per essere lì si è rinunciato a due date oltre Atlantico, esibizioni a Boston e New Haven che avrebbero fruttato la rispettabile cifra di un quarto di milione di dollari, si è premurato di far sapere in giro Grant.
È stata una tipica giornata inglese di inizio estate, con un sole anche cattivo a fare capolino fra gli scrosci di pioggia. Ma poi si è alzato un venticello che sta spazzando via le ultime nubi e ci si avvicina al tramonto immersi in una luce stupenda. Stanno suonando i Flock, penultimi, e il pubblico mostra di gradire il loro errebì venato di jazz e dalle ardite aperture classicheggianti. Tant’è che l’esibizione sta prolungandosi oltre il previsto. Un problema per Peter Grant, il cui piano è che il Dirigibile si levi in volo nell’istante esatto in cui il sole scomparirà dietro l’orizzonte. A estremi mali, estremi rimedi. Ordina al braccio destro Richard Cole di staccare la corrente e costui provvede nel bel mezzo di un assolo di violino. Dopo di che, si catapulta sul palco e comincia personalmente a sloggiarne la strumentazione degli stupefatti chicagoani. Quando uno dei loro tecnici accenna una protesta, un cazzotto bene assestato da uno degli energumeni che fiancheggiano Grant tronca la discussione. E così Robert Plant, riccioluta chioma dorata spiovente ben oltre le spalle su una camicia blu a pois, può accostarsi al microfono al momento giusto e salutare la platea con un «è bellissimo essere qui, in un festival all’aperto dove non è successo niente di spiacevole». Occhiolino a Page, che dal suo canto sfoggia un completino campagnolo, cappotto grigio e cappello da bifolco, e un urlo belluino si scaglia verso un cielo che va prendendo i colori di un crepuscolo wagneriano. Con immane clangore parte una turbinosa canzone nuova, scritta in Islanda una settimana prima. Si chiama Immigrant Song ed è una fantasia guerriera in cui gli Zeppelin fanno la parte di invasori vichinghi che saccheggiano, violentano, incendiano. Pace e amore? Ma vaffanculo! Benvenuti negli anni Settanta.
Come sarebbe andata se…
Sempre carino il giochino del “what if”. Vi va di giocarlo con i Led Zeppelin? Tanto per cominciare ci si può chiedere proprio quanta strada avrebbero percorso con una ragione sociale meno efficace di quella suggerita da Keith Moon quando, nel marzo 1967, per un attimo il batterista degli Who vagheggiò un supergruppo con John Paul Jones al basso e un fenomenale terzetto di chitarristi: Jimmy Page, Jeff Beck, Ron Wood. Page terrà a mente. Vi basti sapere che gli altri nomi considerati a suo tempo furono Mad Dogs (lo userà Joe Cocker) e un tremendo Whoopee Cushion. Converrete che non sarebbe stata la stessa cosa.
Ci si può poi interrogare su quali differenti pieghe avrebbe preso la storia del rock se nell’ordine: Robert Plant, che ancora non conosceva Page, fosse entrato negli Slade (che ci pensarono su ma poi decisero che era troppo effeminato); Terry Reid non lo avesse suggerito a Page quando declinò il suo invito a raggiungerlo nei New Yardbirds; John Bonham avesse preferito la paghetta mica male (quaranta sterline alla settimana) che gli allungava il cantautore Tim Rose, oppure una delle contemporanee offerte di Joe Cocker o Chris Farlowe. Giacché la delicatissima alchimia non avrebbe potuto prodursi e immaginatevela l’evoluzione del rock senza questi quattro cavalieri dell’Apocalisse fatti per correre uno a fianco dell’altro. Oppure: cosa sarebbe successo se il Dirigibile si fosse schiantato al suolo prima di quanto non accadde.
Molto prima: il 31 dicembre 1968 quando, diretta da Portland a Seattle nel pieno di una delle peggiori tormente di neve che si ricordino da quelle parti, per un nonnulla la macchina con Richard Cole al volante e a bordo Peter Grant e gli Zeppelin al completo non cadde in un burrone. Un po’ prima: nel marzo 1975, quando una squilibrata di nome Squeaky Fromme dopo avere pedinato per qualche tempo Page decise di sparare invece a Gerald Ford, allora presidente degli Stati Uniti. Mentre invece si può ragionevolmente ipotizzare che un finale meno repentino e drammatico della vicenda o addirittura un non finale – perché sì, con un Bonham non defunto li si può pensare tuttora in circolazione i Led Zeppelin, non diversamente da Stones o Aerosmith – sarebbero stati, se è di rilevanza storica che si parla, ininfluenti. Già fu un congedo discograficamente minore il loro e poteva entrare negli Ottanta e uscirne vivo (in questo senso: propositivo) chi più di chiunque plasmò i Settanta? Né vale osservare che nei Novanta Jimmy Page e Robert Plant hanno licenziato due album strepitosi e uno tutto di canzoni nuove. Fondamentali difatti per la loro riuscita l’entusiasmo del ritrovarsi, la freschezza data dal doversi riscoprire dopo non essersi frequentati per quasi tre lustri.
Logico e illogico che dalla trasmissione di Unledded su MTV nell’ottobre 1994, con conseguente record di ascolti, le voci di una reunion si siano rincorse più che mai e forse non è stata apprezzata abbastanza l’onestà intellettuale fuori dal comune che indusse i due a non usare (al di là del fatto che mancasse John Paul Jones) la riverita sigla. Tormentone destinato ad andare avanti chissà per quanto ancora. Eppure, al prossimo 7 di luglio saranno trascorsi venticinque anni dall’ultimo concerto degli Zeppelin (appropriatamente tenutosi in quel di Berlino) e al 25 settembre altrettanti dalla prematura scomparsa di John “Bonzo” Bonham. Il 14 luglio saranno invece venti da Live Aid e dai venti minuti in cui, in mondovisione, Plant, Page e Jones divisero una ribalta e tre canzoni, evento non paragonabile, per il sensazionale impatto che ebbe, all’introduzione nella Rock and Roll Hall of Fame, una faccenda del ’95. Insomma: ricorrevano un sacco di anniversari, se proprio bisognava inventarsi delle scuse per parlare di uno dei gruppi più seminali di sempre.
Nascono dalle ceneri dei…
Jimmy Page degli Yardbirds dice: 'Aprite le vostre menti'.
Nascono dalle ceneri dei… Vorrei avere un soldino per ogni volta che è stata scritta questa frase: non mi preoccuperei più del mutuo. Trita e ritrita, sembra tuttavia essere stata inventata, e davvero non si può fare a meno di usarla, per raccontare di come i Led Zeppelin sorsero dalle macerie di quello che era stato un gruppo cruciale, enorme e nondimeno irrisolto, tant’è che non ci ha lasciato neppure un album classico (giusto una manciata di canzoni cui può essere applicato l’aggettivo), ossia gli Yardbirds. A tal punto diretto il legame che mentre, nell’ottobre 1968, il nuovo complesso stava registrando il primo LP ancora gli toccava suonare in giro, per adempiere obblighi contrattuali, con la ragione sociale del vecchio, mandata definitivamente in pensione il 19 di quel mese con uno spettacolo alla Liverpool University.

Non è questa la sede per diffondersi sulle vicende dei gloriosi Gallinacci, per quanto importanti, intricate, intriganti. Formazione chiave per l’esemplarità di un cammino che dal blues da puristi degli esordi la portò, per tramite di un eccentrico beat imbevuto di psichedelia, a prefigurare l’hard, gli Yardbirds sono ricordati anche per avere ospitato la più fantastica successione di chitarristi solisti di chiunque e di sempre: Eric Clapton, Jeff Beck, Jimmy Page. E però Page vi entrò, nel giugno 1966, da bassista. Tanta la sua voglia di farne parte da posizionarsi a uno strumento non suo, quando appena nel marzo dell’anno prima aveva rigettato l’appello di Giorgio Gomelsky a sostituire Clapton per tema di sciupare l’amicizia con “Slowhand”. Aveva raccomandato in sua vece lo sconosciuto Beck, spalancandogli così le porte dello stardom, e costui in segno di gratitudine l’aveva omaggiato con una Telecaster da favola, 1958, grande annata. Ma, trascorsi quindici mesi, il nostro uomo poteva entrare in squadra senza più paura di offendere Clapton ed era per lui un’occasione imperdibile per imprimere una svolta a una carriera antipodica rispetto ai nuovi compagni: tanti soldi, poca gloria. Cose che capitano se sei il turnista più richiesto nella Londra che sta per diventare Swinging.
Approccio relativamente tardivo alla chitarra quello di James Patrick Page, nato il 9 gennaio 1944 a Heston, nel Middlesex, e cresciuto fra i sobborghi di Londra e il Surrey. Ne imbracciava una per la prima volta già quindicenne ma recuperava in fretta il tempo perduto se l’anno dopo era in grado di esibirsi in pubblico e nel 1962, diciottenne, era l’attrazione di Neil Christian & The Crusaders, complessino che anticipava i tempi portando a spasso per il Sud dell’Inghilterra un ruvido repertorio di cover di blues e rock’n’roll preconizzante Rolling Stones e Pretty Things. Era un collasso prima di un concerto a Sheffield che persuadeva l’emaciato, malaticcio ragazzetto che non faceva per lui la vita “on the road”. Si iscriveva allora a una scuola d’arte di Sutton, per studiare pittura, ma durava poco. Un amico, tal Glyn Johns (campane stanno suonando a stormo nella testa di ogni lettore un po’ avvertito), lo persuadeva a raggiungerlo nello studio dove stava registrando Jet Harris e Tony Meehan, freschi fuoriusciti dal gruppo di Cliff Richard, e il risultato, Diamonds, riscuoteva un apprezzabile successo. Anche meglio andava a Carter-Lewis & The Southeners, prossimi alla cima delle classifiche con Your Momma’s Out of Town e così Page si creava la fama non solo di valentissimo e per di più camaleontico chitarrista (capace di suonare in qualunque stile, Chuck Berry come George Harrison, Bo Diddley o Brian Jones) ma pure di portafortuna. Per tre anni sarebbe stato il “pistolero a pagamento” più impiegato dalle sale londinesi e probabilmente nemmeno lui è in grado di ricostruire in quali e quanti dischi, anche fondamentali (si parla fra gli altri di Rolling Stones, Kinks, Who e Them), figuri.

Per chi volesse approfondire questo aspetto stranamente poco conosciuto della sua carriera, sono consigliati i due volumi, su Archive Productions, di James Patrick Page Session Man o il più facilmente reperibile, doppio e superbamente annotato, Hip Young Guitar Slinger, un Sequel di cinque anni fa con sopra di tutto, dal beat al blues, dal pop al folk, dal garage ad anticipi di psichedelia. Con tanto di meraviglioso primo singolo (pre-Velvet Underground) di Nico e quattro eclatanti dimostrazioni di quanto fossero selvatici i Primitives di Mal prima che l’Italia cominciasse ad addomesticarli con le lusinghe del successo, per chi della storia del rock ama gli interstizi più curiosi.
Ma rieccoci agli Yardbirds. In circolazione dal 1963, hanno avuto la loro annata commercialmente e artisticamente più felice in un ’65 in cui per tre volte consecutive, con For Your Love, Heart Full of Soul e Evil Hearted You, hanno mancato di un niente la vetta della graduatoria britannica dei singoli, altissimi pure in quella USA. Ma sono sfibrati da tre anni senza pause, dalle polemiche dimissioni di Clapton che non ha gradito il tradimento del blues per il pop, dalle incertezze sulla direzione in cui evolversi, dalle bizze di Beck che si è subito ritagliato un ruolo di prima donna, dall’incapacità di realizzare LP all’altezza degli eccezionali singoli, come riesce invece a Beatles e Stones, e questo mentre il mercato pian piano sta cambiando e si appresta a decretare la supremazia dell’album. La faccio breve… Page diventa la seconda chitarra, come è logico, con Chris Dreja che trasloca al basso, ma il gruppo con i due solisti dura lo spazio di un 45 giri, il retrofuturibile Happening Ten Years Time Ago, visto che nell’ottobre 1966 Jeff Beck, dopo averne combinato di inenarrabili in un caotico inizio di tour americano, viene allontanato. Conta però assai di più, per la storia che qui si narra, che contemporaneamente cambi il management, ceduto da Simon Napier-Bell a Peter Grant.
Ora: immaginarsi dei Led Zeppelin senza Grant è come ipotizzare Presley che fa suo il mondo senza il supporto del Colonnello Parker. E in tanti hanno tracciato paralleli fra i due pittoreschi personaggi. In comune: metodi talvolta gangsteristici o poco meno e una devozione totale ai loro assistiti. Decisiva differenza: ove il Colonnello del suo protetto non capì mai nulla, inducendolo a un’infinita serie di mosse lucrose ma artisticamente deleterie, Peter Grant fu sempre in sintonia perfetta con i suoi, vero e proprio quinto Zeppelin, tanto abile nel trattare, strappando come vedremo condizioni letteralmente inaudite, con l’industria discografica quanto disposto ad appoggiare i ragazzi quando avanzeranno richieste con tutte le premesse del suicidio commerciale.
A proposito di suicidio: lento e doloroso quello degli Yardbirds, che traversano l’anno probabilmente più esaltante che il rock abbia conosciuto, il 1967, trascinandosi sempre più stancamente e litigiosamente, scavalcati dalla rivoluzione psichedelica dopo avere contribuito ai suoi antefatti e in caduta libera nelle preferenze del pubblico. Sono dei sopravvissuti quelli che si sporgono sul fatidico ’68 e non sopravvivranno a uno sgangherato tour americano che prende le mosse sul finire di gennaio. Fresco di assunzione da parte di Grant, quello che sarà il sesto Zeppelin se Grant fu il quinto, vale a dire Richard Cole (“chioccia, ruffiano, sicario”, nell’immortale definizione di Stephen Davis, il più autorevole biografo del Dirigibile), li tiene in qualche modo insieme a moine e calci in culo, riportandoli in aprile in patria. Ma il 22 giugno il cantante Keith Relf e il batterista Jim McCarty fanno ciao ciao. Assolveranno a un ultimo impegno suonando con Page e Dreja il 7 del mese dopo al Technical College di Luton e poi basta. Grant informa Page che il nome è di sua proprietà e che, se vuole, potrà continuare a girare ed eventualmente a incidere come Yardbirds, dopo avere sostituito i dipartiti. Certo che vuole.
Entrai nei Led Zeppelin dopo che la mia signora mi disse: "La vuoi piantare di trascinarti per casa? Fai qualcosa, unisciti a un gruppo". E io: "Di cosa stai parlando? Non c’è n’è uno con cui mi vada di suonare". E lei: "Be’, senti, credo fosse su Disc, Jimmy Page sta mettendo su una band… perché non gli telefoni?".
Due anni meno sei giorni più giovane di James Patrick Page, John Baldwin, in arte John Paul Jones, ha seguito fino a quel punto una traiettoria praticamente identica: militanza in qualche gruppo minore e poi tanto lavoro in sala di incisione, apprezzatissimo non solo come bassista per uno stile unico nell’ambito del pop-rock (sia accompagnatore che strumento guida) ma anche come tastierista e arrangiatore. Fra i suoi fiori all’occhiello Sunshine Superman di Donovan e le partiture di archi di She’s a Rainbow dei Rolling Stones. Su un livello più terra terra, le produzioni per i mediocri bittaroli Herman’s Hermits, che però nei soli Stati Uniti nel biennio ’65-’66 hanno totalizzato quei dodici milioni di singoli venduti, più dei Beatles a sentire Mickie Most che di Jones fu il principale datore di lavoro. Guadagna cifre sontuose, ma di stare dietro le quinte prestando il proprio talento a gente che spesso non ne ha alcuno non ne può più. Per scoraggiare le offerte ha persino alzato esponenzialmente il cachet, con il paradossale effetto che è più ricercato che mai perché “se chiede queste cifre deve essere uno straordinario”. Vivendo praticamente in studio di registrazione si è trovato sovente a suonare con Page prima dell’ingresso di questi negli Yardbirds, apprezzandone il virtuosismo non fine a sé stesso, l’eclettismo, l’inventiva. Quando lo contatta si crogiola da qualche settimana nell’ozio, vagheggiando un futuro diverso.

Nel frattempo il chitarrista ha perso per strada pure Dreja, ultimo dei ’Birds originali, e trovato in cambio un cantante. Su suggerimento di Terry Reid, prima scelta sua e di Grant che ha però altri progetti, lo sciagurato, è andato a spiare un ventenne di Kidderminster restandone colpitissimo. Prima di approfondirne la conoscenza, nutriva giusto un dubbio su questo Robert Plant, fisico efebico da principe delle fiabe e una passione divorante per il blues, per Elvis, per le formazioni americane della West Coast: possibile che uno così in gamba non sia ancora una star? Deve avere un carattere impossibile. Ha chiamato allora Alexis Korner, che sapeva avere registrato un sette pollici con il giovanotto (che dal suo canto, nel corso del 1967, ne ha pubblicato uno con tali Tennessee Teens e due in proprio, tutti su CBS ma senza alcun riscontro di pubblico), ricevendo rassicurazioni al riguardo dal padrino del British Blues.
Ogni perplessità residua è stata quindi spazzata via da alcuni giorni trascorsi, nella casa galleggiante sul Tamigi comprata da Page con i guadagni di chitarrista prezzolato, facendo girare dischi in compagnia, dalla Incredible String Band a Joan Baez (drizzate le antenne: fra i brani ascoltati Babe I’m Gonna Leave You), da Little Walter a Muddy Waters (ci siete? You Shook Me). I due si sono trovati d’accordo su un progetto di rock duro ma capace di sottigliezze e momenti soft, “musica con dinamismo, luci e ombre”. Plant conosce un batterista che sarebbe perfetto all’uopo, un coetaneo che frequenta fin dall’infanzia, John Henry Bonham, uno che sa far tuonare lo strumento ma se vuole sa pure farlo swingare, o ridurlo a un sussurro. Lunga gavetta come l’amico cantante a dispetto della verde età, Bonham ha appena cominciato a guadagnare discretamente ed è subissato di offerte. Non lo convince l’idea di entrare in un gruppo dal passato illustre ma senza più credibilità: quale futuro può avere? Però fare una prova costa mica nulla, no?

Decollo
Ci ritrovammo in quattro a suonare in una stanza. Lì ci rendemmo conto. Iniziammo a riderci in faccia. Per la pura gioia e perché subito consapevoli che insieme avremmo fatto faville.
Corre a ritmi impossibili la storia dei primi giorni dei non ancora Led Zeppelin, bensì New Yardbirds, e a momenti si fatica a starle dietro, a crederci. Definita la formazione a fine agosto, a metà settembre sono in tour in Scandinavia, siccome tocca onorare impegni presi da Grant prima che il gruppo precedente si sciogliesse. Nel frattempo è stato scelto il nome nuovo, recuperando la vecchia idea di Keith Moon. Piace il contrasto, analogo a quello che c’è nella ragione sociale di un complesso che va per la maggiore quali gli Iron Butterfly, fra la pesantezza dell’aggettivo anteposto al sostantivo, “lead”, piombo, e la leggerezza dell’idrogeno che, riempiendoli, consentiva ai vecchi aerostati di sollevarsi dal suolo. E naturalmente, vista la musica che si vuole proporre, piace pure la connotazione bellicosa di una sigla ancora capace di destare un’eco di terrore nella mente dei londinesi più anziani, quelli in grado di ricordare i bombardamenti subiti dalla città, proprio a opera dei dirigibili ideati dal conte Zeppelin, durante il primo conflitto mondiale. C’è però una variazione, con “lead” contratto in “led” per timore che gli americani lo pronuncino come “leed”. Ma ancora a ottobre, in tre esibizioni inglesi, bisogna presentarsi come Yardbirds, mentre senza nemmeno avere un contratto discografico già si sta procedendo a registrare un album. Basteranno trenta furiose ore divise nell’arco di nove giorni, con un conto finale ammontante a un’inezia persino per allora, 1.782 sterline, compresi gli onorari di Glyn Johns, ingegnere del suono ai comandi di Jimmy Page, e del tablista Viram Jasani, ospite in un brano. Inclusi gli impianti per una copertina iconica come poche, con l’immagine dell’Hindenburg che brucia ponendo fine per sempre all’era del volo su mezzi più leggeri dell’aria.
Quanto a Led Zeppelin la apre un’era, Giano Bifronte che guarda a passato e futuro senza apparire per un secondo schizofrenico. C’è del blues, molto blues. C’è più folk di quanto non sembrò all’epoca e avrebbe stupito meno, ad accorgersene, l’apparente svolta di III. E ci sono un prezioso lascito degli ultimi Yardbirds, Dazed and Confused, in origine una lunga improvvisazione psichedelica delegata a chiudere i concerti sin dal dicembre 1967, e un prelievo riveduto e corretto, How Many More Times, da quell’effimera Band of Joy in cui avevano militato sia Plant che Bonham. Suggellano i due lati e saranno i pezzi forti del primo repertorio live.

Fosca parabola di viaggio lisergico andato male presa (diciamo così) in prestito da Jake Holmes, cantautore americano che non verrà mai accreditato (va detto che la rielaborazione è tanto profonda che rimane sì e no lo spunto), con la sua melodia cantilenante e il passo strascicato Dazed and Confused è il tour de force del disco. Nulla tuttavia rispetto a cosa diventerà negli anni, ampliandosi dai 6’27” della versione in studio a mezz’ora e ospitando (sarà così anche per Whole Lotta Love) di tutto al suo interno, da altri brani degli Zeppelin ad assortiti omaggi, alle celeberrime improvvisazioni di Page con la chitarra suonata con l’archetto: trovata che oggi appare ingenua ma allora fece scalpore. Parata di stereotipi blues ricalcata sulla The Hunter di Albert King riletta sempre nel 1968 anche dai Free di Tons of Sobs (che però correttamente ne indicarono gli autori), How Many More Times durerà meno nelle scalette ma resterà molto amata dai fans più grezzi, per la primitiva veemenza, e dai più avvertiti per una doppia citazione, un assolo di peso dal cavallo di battaglia degli Yardbirds Shapes of Things e un accenno a un bolero che non si saprebbe dire se affettuoso saluto a Jeff Beck o presa per i fondelli dello stesso.
Chiusure memorabili per facciate senza riempitivi ove ogni episodio è un classico e l’assieme contiene in nuce praticamente tutto ciò che i Nostri appronteranno nell’abbondante decennio a venire. È un continuo gioco di cambi di passo e atmosfera. Dalla deflagrazione rock’n’roll a innesco lento di Good Times Bad Times si passa alla radicale rivisitazione elettroacustica di un traditional come Babe I’m Gonna Leave You, con Plant che offre la prima grande prestazione lanciandosi verso empirei soul frequentati soltanto da Van Morrison fra i contemporanei bianchi, e da quella a You Shook Me, un Willie Dixon (via Muddy Waters) in tempo medio rifatto pure da Jeff Beck, mesi prima, in Truth. Eterno amico/rivale di Page, Beck se ne adombrerà assai e c’è da presumere non per essere stato “copiato” ma perché la versione Zeppelin è superiore alla (benché ottima) sua. Sapori arcani caratterizzano i due brani che conducono, sull’altro lato, al possente proto-punk di Communication Breakdown dal quale, per tramite di un altro ma più calligrafico Willie Dixon, I Can’t Quit You Baby, si approda al succitato gran finale: intro chiesastica di organo per Your Time Is Gonna Come, che si mantiene poi solenne e malinconica; un tambureggiare di tabla (Jasani) nella troppo breve Black Mountain Side, accenno di raga in cui Page, facendo suonare la chitarra come un sitar, omaggia o deruba a seconda dei punti di vista Davey Graham e soprattutto Bert Jansch. Si ascolti a tal riguardo Blackwaterside (!), sul favoloso Jack Orion che è del 1966.
Dibattito senza fine quello sulle tante… appropriazioni indebite della banda Page nei primi anni di vita, ma non fece lo stesso tal Bob Dylan? Di questo vive la musica popolare e chi se ne scandalizza è perché ne ignora le dinamiche. I Led Zeppelin furono anche più creativi di Zimmie nel loro rubacchiare a destra e a manca e nessuno avrebbe dovuto offendersene, se non i derubati e forse neppure loro. Ladri? Geniali. Più di qualunque altra loro/non loro canzone illustrerà il punto Whole Lotta Love, ma non corriamo più dei novelli Fab Four nella loro cavalcata verso la gloria.

Il pilota
Dicevo prima di un LP inciso senza un preventivo accordo con un’etichetta, circostanza mai sentita per l’epoca. Ben più inaudito era però ciò che Peter Grant riusciva a combinare dopo. Contattato telefonicamente da Jerry Wexler, al quale i Led Zeppelin erano stati consigliati (sponsor invero improbabile) nientemeno che dalla cantante soul-pop Dusty Springfield, il manager replicava agli approcci del navigato discografico con uno sfrontato «Non conosci il mio prezzo». Dopo di che volava a New York e, con il decisivo contributo del suo avvocato americano, Steve Weiss, imponeva condizioni pazzesche: in cambio dell’esclusiva mondiale sul complesso, la Atlantic rinunciava alle edizioni musicali e concedeva un anticipo di duecentomila dollari e la più alta percentuale sulle vendite mai accordata a chiunque, cinque volte – si verrà a sapere molto dopo – quella dei Beatles.
Si faccia il raffronto, per valutare adeguatamente l’abilità mercantile di Grant, fra un gruppo dominatore da un lustro delle classifiche di ogni dove e uno appena formato e con dentro due sconosciuti campagnoli, un turnista di grande reputazione ma noto solamente agli addetti ai lavori e un reduce dal naufragio di una band che i suoi momenti di gloria vera li aveva avuti prima che lui salisse a bordo. Mica finita qui. Una clausola riconosceva agli Zeppelin il totale controllo sui loro prodotti, copertine e scelta dei singoli incluse. Un’altra stabiliva che sarebbero stati l’unico gruppo rock a fregiarsi del marchio Atlantic, con gli altri dirottati sulla sussidiaria Atco. Ma non vi ho ancora detto la cosa più sbalorditiva: Wexler firmava senza avere ascoltato una nota suonata dal complesso. Soltanto a trattativa conclusa, difatti, Page raggiungeva Grant con i master. Eppure la Atlantic non avrà a pentirsi di avere ceduto tanto. Nel 1972 i Led Zeppelin rappresenteranno uno stupefacente 18% delle sue vendite e a fine decennio, quando In Through the Out Door basterà a rimettere in sesto bilanci in profondo rosso, arriveranno al 30%. Ed è di una multinazionale che si sta parlando.
È decisamente meno esoso il buon Grant quando tratta i compensi per le serate. Lui e Page concordano sul fatto che per farsi conoscere la band debba puntare moltissimo sui concerti, suonare ovunque la chiamino e almeno inizialmente per qualunque cifra, anche per un centinaio di sterline in Gran Bretagna che, a seconda del posto, equivalgono a un rimborso spese. Pure su quest’altro sono della medesima opinione: che è negli Stati Uniti che il gruppo riuscirà o fallirà.
In volo
Il 26 dicembre 1968, senza un disco nei negozi visto che Led Zeppelin oltre Atlantico uscirà in gennaio (il 17) e in Europa solamente a marzo, parte, dal Coliseum di Denver, Colorado, il primo tour statunitense. Durerà poco più di un mese, ripagherà a malapena i costi visto che Page e soci si fanno pagare con percentuali (molto basse) sugli incassi, ma porrà la pietra d’angolo dell’edificio della loro immensa fama. Per dare un’idea dell’impatto sul pubblico basti citare due episodi ammantati di leggenda: il 28 dicembre, a Boston, i Nostri vanno in scena dopo Vanilla Fudge e MC5 e sono costretti, dal delirio degli astanti, a concedere sette bis, più che esaurendo lo smilzo repertorio (durante l’esecuzione di How Many More Times, Page fa cenno a Jones di dare un’occhiata alla prima fila di spettatori: stanno sbattendo la testa contro il bordo del palco, inconsapevoli inventori dell’headbanging); il 31 gennaio, al Fillmore East di New York, aprono per i popolarissimi Iron Butterfly e risultano tanto devastanti che i malcapitati compagni di etichetta rinunciano a suonare. Come potrebbero, con un pubblico che non ne ha più?

Per sedici mesi filati il Dirigibile resterà in volo, perlopiù sugli Stati Uniti, con poche puntate a inframmezzare sulla Gran Bretagna e poi sull’Europa continentale. Ritmi di vita disumani che si possono spiegare giusto con la giovinezza dei protagonisti di questa epopea (se Page ha venticinque anni, Plant e Bonham ne hanno ventuno), con il reciproco scambio di energia fra loro e le sempre più affollate platee, con qualche “aiutino” chimico. Vita di sacrifici e di eccessi, per il momento soprattutto sessuali e alcolici, che diventano pur essi parte – fondante, determinante – del Mito. La ghenga dei tecnici e dei manovali al seguito si ingrossa gradualmente e anche loro come minimo partecipano, quando non istigano: è o non è l’era del libero amore? E se torme di fanciulle si disputano le grazie dei musicisti, perché non approfittarne? Sono tentazioni cui manco dei santi avrebbero saputo dire no e figurarsi uno come Jimmy Page, seguace del mago inglese Aleister Crowley di cui sui solchi interni di III farà incidere il motto «Do what thou wilt, so mete it be». Figurarsi un satiro come Robert Plant, dagli appetiti inesauribili. O John Bonham, un orso bonaccione da sobrio (il soprannome Bonzo preso da un cartone animato, pensate) che si fa feroce, incontrollabile grizzly quando ha troppi beveraggi in circolo.
È però questo un aspetto della leggenda dello Zeppelin, se permettete, che mi piace poco. Se qualche episodio è sciocco ma spassoso, altri sono francamente sgradevoli e non vale a diminuire il disagio di chi assiste da lontano e con tutt’altra sensibilità sapere che certamente ve n’è di apocrifi, leggende metropolitane o all’incirca (quanto alle dicerie di patti con il Demonio in cambio di un istantaneo successo: ricordatevi di Robert Johnson). Comunque sono stati raccontati tante di quelle volte che gli interessati non avranno difficoltà a scovare resoconti di orge e risse e camere d’albergo distrutte, a partire dal celebre Hammer of the Gods – The Led Zeppelin Saga di Stephen Davis, che in ogni caso, per fortuna, parla pure molto di musica. Tranne ove proprio non si può fare a meno di accennare al contorno, è ciò di cui parlerò esclusivamente da qui in poi.
Prendendo le mosse da un ciclone che si abbatte sul rock nell’ottobre 1969, chiamato Whole Lotta Love. Soddisfattissimi per le vendite di Led Zeppelin, inerpicatosi nelle classifiche fino al sesto posto nel Regno Unito e a un anche più significativo decimo negli USA, alla Atlantic ritengono che si debba battere il ferro mentre è caldo e chiedono un altro LP entro l’anno. Permanentemente in tour, come abbiamo visto, i ragazzi non hanno modo di accondiscendere alla richiesta se non registrando a spizzichi e bocconi, ovunque ci sia uno studio disponibile laddove devono suonare. Stupirsi se II risulta, al confronto di un predecessore che pure era stato assemblato in circostanze lungi dall’ideale, nettamente più nervoso? In massima parte giocato sull’impatto frontale quando il debutto si era concesso molte raffinatezze in più.

Whole Lotta Noise
A cominciare dal martellante, tramortente attacco di Whole Lotta Love, riff monstre che in medium lascia spazio a un collage rumoristico per quindi ripartire, urlo primordiale che esalta e annichilisce nel contempo. Se la ballata What Is and What Should Never Be consente di riprendere fiato, immediatamente The Lemon Song rialza la tensione mitragliando blues alla Howlin’ Wolf (è del resto una Killing Floor sotto mentite spoglie) con un surplus di brama sessuale espressa con parole sfacciate sfacciatamente prese a Robert Johnson (Travelling Riverside Blues il riferimento) e di proletaria isteria bianca. Thank You, che è quasi un’altra Your Time Is Gonna Come, permette di rilassarsi di nuovo ma è una trappola: la seconda facciata non farà prigionieri.
Dritta alla giugulare con il rock’n’roll di acciaio, marmo e cristallo di Heartbreaker e quello felino e ferino di Living Loving Maid, scarrozzante in saliscendi da mal di mare con Ramble On, tempestosa con Moby Dick, dove Bonzo sciorina il suo catalogo di trucchi vivaddio con maggiore concisione rispetto a spettacoli in cui l’assolo come niente supererà il quarto d’ora. Bring It on Home riporta, come da titolo, tutto a casa con quattro minuti di squisito blues elettrico di Chicago con in mezzo un’impennata hard. Sottratto con destrezza al solito Willie Dixon che in questo caso lascerà perdere, riservandosi di adire le vie legali per Whole Lotta Love, il cui spunto, riconosceranno gli avvocati degli Zeppelin addivenendo a un accordo extragiudiziario, arriva da You Need Love, brano inciso da Muddy Waters nel 1962, a pochi mesi da You Shook Me.
È un peccato che la gloria di Whole Lotta Love sia stata un po’ sminuita da questa accusa di plagio riconosciuta vera, quando a Page, Plant, Jones e Bonham sarebbe bastato dichiarare subito, inserendo il nome di Dixon nei crediti, di essere partiti da qualcosa di esistente per creare un qualcosa di mai sentito. Perché Whole Lotta Love rappresentò il disvelarsi di un mondo nuovo: indiscutibilmente.
Carta canta e nel caso di II dice: quasi tre anni nelle classifiche americane, con un mese e mezzo al primo posto, tre milioni di copie vendute nei primi sei mesi ed è sempre solamente di Stati Uniti che si riferisce. Lì Whole Lotta Love va al numero 4 fra i singoli, dopo che di malavoglia Grant e il gruppo hanno accondisceso alla sua pubblicazione in una versione scorciata dell’intermezzo rumorista. Negano invece il permesso per la Gran Bretagna e non cambieranno posizione fino alla fine. Il complesso di gran lunga più amato degli anni Settanta non pubblicherà in patria nemmeno un 45 giri e, mancando una controprova, nessuno può dire se commercialmente fu una mossa azzeccata o un’autorete. Da un lato si può sostenere che, non facendo uscire singoli, Page e accoliti obbligarono i loro seguaci a comprare gli assai più remunerativi LP. Dall’altro che rinunciarono, per una questione di integrità artistica o quantomeno così la sentivano loro, a introiti supplementari ben più consistenti delle eventuali limature derivanti da mancate vendite di album.

È che i nostri eroi vissero per tutta la loro storia patendo un rapporto con la stampa conflittuale e con una voglia inappagata di legittimazione, negando l’evidenza di essersi imposti conquistando i fratelli minori della generazione che visse a Woodstock (evento a cui, invitati, non parteciparono) il suo apogeo e insieme il suo fallimento, rifugiandosi quindi oltre Atlantico nell’intimismo dei cantautori, di qua dall’oceano nelle pretenziosità del progressive. Quei fratelli minori non erano disposti a macerarsi con i maggiori, volevano divertirsi come si erano divertiti quelli e se possibile di più. Sceglievano la vita. Sceglievano i Led Zeppelin. Quando faranno capolino in platea altri fratelli minori, quelli che insceneranno la rivolta (rivoluzione?) punk, la situazione subirà un rovesciamento. Allora i nostri amici saranno percepiti come un gruppo per gente più matura, come avrebbero voluto fin dal principio quando rinunciarono, e per sempre, al mercato dei 45 giri, il più frequentato dagli adolescenti. E saranno dileggiati esattamente per questo. Boring old farts dopo essere stati per la più parte di un decennio una delle più sensate alternative, e la più facilmente disponibile, alla tromboneria al potere. Vincitori ma perdenti.
Pubblicato per la prima volta su Extra, n.17, primavera 2005. Ristampato in Extraordinaire 2 – Di musiche e vite fuori dal comune (Hip & Pop, 2022). Adattato.
