
Brian Wilson e i Beach Boys di Pet Sounds: 60 anni di un’ossessione color pastello
Il miglior modo per uscirne è passarci attraverso.
Ci sono dischi che raccontano la propria epoca, altri che anticipano il futuro e altri che chiedono tempo per essere capiti. Poi c’è Pet Sounds, che riesce a fare tutto questo – e altro ancora – affidando interi universi emotivi a un pugno di sinfonie pop.
| Artista | Beach Boys |
| Titolo | Pet Sounds |
| Data di uscita | 16 maggio 1966 |
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Non sarebbe bello se…
La notizia è di quelle che non avresti mai voluto leggere: la salute mentale di Brian Wilson è vistosamente peggiorata in seguito alla morte della moglie Melinda, un vero e proprio pilastro per l’anziano che aveva finalmente trovato un po’ di pace. Al momento in cui scriviamo, la famiglia ha richiesto la tutela legale per difendere chi non può badare a se stesso e in passato già è stato manipolato, poiché insieme al talento, a mo’ di contrappasso, ha ricevuto anche la difficoltà a relazionarsi con il mondo. Un mondo che ha reso migliore scrivendo alcune tra le più belle canzoni di sempre.
Su tutte, una che Paul McCartney ritiene "la" canzone per eccellenza, God Only Knows. Ecco: se esiste, dio solo sa cosa passa per la mente di certi geni e la fatica che costa loro avverare le visioni che portano con sé. È un'ossessione che spezza equilibri precari, dove spesso i rimedi si rivelano peggiori del male. E sempre dio sa che la musica di Brian Wilson scaturisce da una nostalgia universale che la spinge oltre la rappresentazione delle emozioni.
In una sorta di moderno Sehnsucht, i desideri privi di reale compimento rappresentano la scintilla di un pop solcato da ombre di tristallegria, nel quale i testi (anche quando scritti da un paroliere) si armonizzano ai suoni per esprimere la difficoltà ad adeguare l’universo interiore a quello materiale. Nello spazio che separa ciò che vorremo da ciò che otteniamo si riflette il rapporto tra pensiero ed espressione dal quale scaturisce un’arte insieme limpida e increspata.
Sarebbe sufficiente per chiudere il discorso su un’esemplarità e un’attualità sorprendenti (lunghissima la lista dei fan eccellenti, dal citato Paul agli Animal Collective, passando per Kraftwerk, XTC, R.E.M., Jason Lytle, High Llamas e potremmo continuare a lungo), tuttavia ci perderemmo un’importante chiave di lettura. Sì, perché Pet Sounds nasce da una genialità unica e spontanea, da un misticismo terreno e da una "fissazione" – concretizzare la musica nella/della mente – che non diventa un incubo, come invece accadrà per SMiLE. Lavorando per sottintesi, ricava poesia dai sogni e dall’infatuazione, dall’umanità che offre la spalla a chi ne ha bisogno e dal sentirsi fuori posto, dall’arrivo dell’età adulta e dalla fanciullezza che svanisce troppo presto.
Il succo e il segreto delle teenage symphonies to God stanno nel tratteggiare i contrastati, intimi panorami di un ragazzo intrappolato nel corpo di un adulto, con tutto quel che ne consegue. Da questa prospettiva, Pet Sounds è un concept implicito che suggerisce il tema attraverso quelli che Jessica Pratt (un’altra che lo ha scandagliato con profitto) definisce silenzi atmosferici, ovvero le sonorità “periferiche” che restituiscono l’ambiente in cui la magia ha preso corpo. Come in ogni capo d’opera, alla fine ogni tessera va a posto.
Inclusa l’evidenza che, tra tantissime altre cose, Pet Sounds non è "solo" un disco, ma un gesto titanico. Prova ne sia che osare superare l’insuperabile ha avuto conseguenze drammatiche per l’artefice, benché sorga il dubbio che nella sua testa un nefasto qualcosa avrebbe comunque cominciato a fare più "crac" che "clic". Chissà. L’unica cosa certa è la nostra eterna gratitudine per ciò che ha realizzato, ignaro che i capolavori esigono un prezzo che l’artista non può mai contrattare.

Prendere un’onda (e stare in cima al mondo)
Fino a Pet Sounds, il percorso dei Beach Boys è questione di vertici isolati, disseminati su singoli e album che da costume dell’epoca rivendono i 45 giri contornandoli di riempitivi. Spetta ai Beatles invertire la tendenza, e poiché siamo alle prese con un’amichevole rivalità, alla palla curva intitolata Rubber Soul si risponde con un fuoricampo. Per un LP che vanti organicità pur contenendo brani splendidi se presi uno a uno serviranno comunque tempo, focalizzazione e una progressiva presa di coscienza di capacità.
Un crescendo modella il terreno di coltura di Pet Sounds, apice della formazione proveniente da Hawthorne, sobborgo losangelino poco distante dal Pacifico. I figli del musicista mancato (dispotico, violento e manager poi spodestato) Murry Wilson si chiamano Brian, Dennis e Carl e crescono negli anni '50 incrociando le rispettive ugole sull’esempio dei Four Freshmen. Medesimi sangue e DNA, l’impasto è già ricercato ma naturale allorché la band si completa con il cugino Mike Love e l’amico Al Jardine. Nel 1961 i Pendletones incidono Surfin' per un piccolo marchio locale e il dischetto basta ai ribattezzati Beach Boys per spuntare un contratto con la Capitol e cavalcare la surf music.
Il sottogenere (derivazione del rock’n’roll strumentale a base di chitarre riverberate ed echi mediorientali) ha vita breve ma commercialmente fortunata: in scia a Dick Dale, la California meridionale brulica di formazioni e la voga contagia presto l’intera nazione, riaffiorando più volte nei decenni come una corrente carsica. Con i loro impasti di voce i ragazzi piantano un paletto importante tramite Surfin’ Safari e centrano il primo successone a inizio '63 con una Surfin’ U.S.A. scippata a Chuck Berry.
Il terzo album, Surfer Girl, custodisce la title track, Catch a Wave e In My Room mostrando il progresso del Wilson in tutti i sensi maggiore, che venera Phil Spector studiandone accuratamente metodi, tecnica e spirito. Altro calendario, altre hit: nel 1964 l’irresistibile I Get Around è in vetta alla classifica, The Warmth of the Sun e Wendy confermano la maturazione e si visita l’Europa in una frenesia cui l’esausto Brian decide di sottrarsi, lasciando l’incombenza dei concerti a Bruce Johnston. Lo studio di registrazione è il suo regno, sia fatta la sua volontà: i Beach Boys diventano il mezzo di un’espressività sempre più ardita e i migliori session men di Los Angeles si preparano a erigere cattedrali di pura meraviglia.
Applausi nel ‘65 per l’asticella che si alza con The Beach Boys Today! e The Little Girl I Once Knew, tuttavia occorre abbandonare il dualismo responsabile di un Summer Days (and Summer Nights!!) in cui California Girls, Girl Don’t Tell Me e Help Me, Rhonda sono accompagnate da bigiotteria di scarso peso. Nel suo labirinto interiore, Brian pensa ai Fab Four e capisce che è ora di mollare le tavole da surf per scolpire le tavole della legge.

Aspettando il giorno
Che annata eccezionale il 1966! Scorri una lista degli album pubblicati in quei dodici mesi e ammiri il culmine di un’era in cui tutto sembra possibile, ma, siccome l’innocenza contiene il seme della sua fine, scorgi anche le prime crepe. Rimanendo ai classici, vi presentiamo la psichedelia di 13th Floor Elevators e Blues Magoos, le tangenti astrali di John Coltrane e lo slancio terrigno della Paul Butterfield Blues Band, la mestizia di Tim Hardin e Fred Neil, il blues rimodernato di John Mayall e l’uno/due da KO dei Love. Tutto questo mentre i punti cardinali di un autentico paese dei balocchi sono Blonde on Blonde, Aftermath, Face to Face, Revolver.
Da par suo, il genio – non ci si crede: appena ventitreenne – si consegna agli annali quando la primavera sboccia in un giostra di colori e profumi. Più che calzante per un disco che stabilisce un canone fotografando un’adolescenza infinita che per prima cosa è uno stato della mente e dell’anima. Ne cogli in pieno l’onda con un’acrobazia da surfista emotivo, perché il coraggio appartiene a chi mostra le debolezze: così, in un parallelo cinematografico, Pet Sounds assomiglia a un Big Wednesday divergente che scambia la virilità con un tuffo dove le acque dell’io sono più scure. Per questo il materiale messo su nastro dal leader (mattatore assoluto attorniato da turnisti di prim’ordine che dirotta gli altri membri della band sulle parti vocali) necessita di liriche adatte a raccontare l’innocenza che invano cerca di conservarsi e l’amore che viene e va.
Le parole sono appannaggio di Tony Asher, in perfetta sintonia con un Brian impegnato a convincere la Capitol a smetterla con i 33 giri raffazzonati. Ai piani alti spiega che (come dimostrerà nel '97 il cofanetto The Pet Sounds Sessions) vale la pena spendere interi mesi cesellando le melodie e calibrando ogni dettaglio, dal cantato ai cambi di tempo passando per la tavolozza strumentale e l’articolazione degli arrangiamenti. E li persuade a conservare il formato audio monofonico – in palese omaggio a Phil Spector – perché l’esito sarà epocale. Non mente: Pet Sounds vanta una ricchezza che "respira" e una penna in stato di assoluta grazia che garantiscono in eterno lo status di classico.
Magistrale l’impaginazione, Wouldn’t It Be Nice illustra l’umore generale e, come un sole che gioca a nascondino tra le nubi, apre la strada alla circolarità ascendente della madeleine in punta di tasti You Still Believe in Me, alle ripartenze luminose su sfondo meditativo di That’s Not Me e I’m Waiting for the Day, all’avvolgente sfoglia orchestrale Don’t Talk (Put Your Head on My Shoulder). Accanto alla spigliata rivisitazione del traditional folk Sloop John B sfilano una Let’s Go Away for Awhile da suscitare invidia in Burt Bacharach, la seduta psicanalitica I Know There’s an Answer (titolo originale un ben più spigoloso Hang on to Your Ego), lo stridore tagliato in orizzontale da un elettro-theremin I Just Wasn’t Made for These Times, un’imprendibile Here Today e l’omonima allucinazione lounge. Per l’immensità di God Only Knows e Caroline, No ce la caviamo con "capolavori nel capolavoro".
Il pubblico però resta perplesso di fronte all’introspezione e alla complessità, ai campanelli della bicicletta e al fischio del treno, ai cani che abbaiano e agli straniti quadretti privi di testo. Si ferma a ciò che manca – i ritornelli istantanei, il disimpegno, il fun che fa rima con sun – perdendo di vista la sostanza. In America Pet Sounds entra nei primi dieci eppure vende meno dei predecessori, laddove la critica e il mercato inglese lo premiano a dovere. Wilson non se ne cura e recapita la fenomenale sinfonia tascabile Good Vibrations, annunciando un 33 giri che con la collaborazione di Van Dyke Parks spazzerà via Revolver. In un altro universo forse è andata così. Nel nostro, Dumb Angel si trasforma in SMiLE e il tempo scivola via in un’inconcludenza che sfinisce chiunque.
Travolto da dubbi, depressione e stupefacenti, Brian getta la spugna poche settimane prima dell’uscita di un Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band che McCartney ha ammesso essere stato influenzato dall’oggetto di queste righe. Ognuno tragga la morale che crede, sapendo che da un buio che pareva infinito sono affiorate la sensazionale Heroes and Villains, il dignitoso Smiley Smile e, fino ai primi anni '70, ulteriori frammenti di magnificenza perduta sparsi su questo o quell'album. Per dare una forma alla bestia che lo ha disarcionato, l’uomo aspetterà il 2004 e Brian Wilson Presents Smile, che pur non avendo il "peso" del gemello mai nato (e che, sette anni più tardi, sbucherà in parte dal cofanetto The Smile Sessions), brilla di luce propria. La luce di un genio che racconta di non essere fatto per il suo tempo nell’esatto istante in cui si cristallizza in un pezzo di vinile. Se esiste, solo dio sa cosa saremmo senza Pet Sounds.
Ripubblichiamo questo articolo, originariamente uscito il 2 dicembre 2024, in occasione del 60esimo compleanno di Pet Sounds.