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Una volta alla settimana compiliamo una playlist di tracce che (secondo noi) vale davvero la pena sentire, scelte tra tutte le novità in uscita.

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... Tutte le tracce che abbiamo recensito dal 2016 ad oggi. Buon ascolto.

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A volte è necessario approfondire. Per capire da dove arriva la musica di oggi, e ipotizzare dove andrà. Per scoprire classici lasciati indietro, per vedere cosa c’è dietro fenomeni popolarissimi o che nessuno ha mai calcolato più di tanto. Queste sono le storie di HVSR.

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C’è il video di una canzone che se lo vedi, dopo sette giorni muori.

Un tripudio di glitch disturbati e marciti in technicolor che diremmo usciti da un redivivo televisore a tubo cadotico e schermo tutt’altro che piatto. Synth malati che sembrano chitarre distorte e chitarre distorte che sembrano sintetizzatori con l’asma a cantare in coro un “vintage trip” in VHS. Un immaginario “post new-age” che chiama in causa — senza troppe remore spirituali — i quattro elementi in versione 2.0, ovvero sostituendo la buona, vecchia, banale terra con qualcosa di più, diciamo, evocativo.

Tu chiamala, se vuoi, video-arte. O almeno sicuramente così la chiamerebbe DaVideo Tape, il cosiddetto “immersive visual artist” (parole sue) che il video l’ha girato.

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Come lui, Erika Anderson non ha mai avuto paura di sperimentare e mai ha nascosto la sua passione per come la tecnologia — a volte coadiuvata da altre sostanze, più o meno “sintetizzate” appunto — possa contagiare la realtà.

In questo senso, Fire Water Air LSD, il nuovo singolo targato EMA, non fa eccezione: nasce con intenti a dir poco nobili — “I wanted it to sound like Guns N’ Roses coming out of grandstand speakers at a demolition derby.” — e in effetti più o meno suona come qualcosa del genere.

A livello visivo invece le cose le sono leggermente sfuggite di mano e così ora ci ritroviamo, un po’ spaventati, a infilare nel videoregistratore di papà una roba strana, convinti che sia il nastro maledetto di The Ring, per poi finire a trovarci dentro una comparsata di M¥SS KETA.

Frangette bionde, maschere improvvisate e zero terrore, se non la paura di sentirsi parte attiva di un vecchio dialogo di Rat-Man, quello che analizzava con disarmante lucidità proprio il lungometraggio di Gore Verbinski:

- C’è un film che se lo vedi, dopo sette giorni muori.

- Sempre meglio di quei film che se li vedi, dopo cinque minuti sbadigli.

EMA 

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