Voglio la pelle nera.
Chissà se qualcuno ha in casa tutti i dischi di Jimi Tenor. Chissà se Jimi Tenor ha in casa tutti i suoi dischi: album e singoli, da solista o da leader, le collaborazioni, le produzioni, le partecipazioni da turnista, le raccolte di autori vari. Chissà se ha mai tenuto il conto, almeno lui, giacché consultando il consultabile e incrociando i dati la prima cosa che noti è che nessuno dei siti di riferimento – All Music Guide, Discogs, Rate Your Music, Wikipedia – concorda con nessun altro. Né viene in soccorso un sito ufficiale lacunosissimo. Ideona! Chiedo all’Intelligenza Artificiale. Impagabile la risposta: “Secondo alcune fonti, ha pubblicato più di 15 album da solista e in collaborazione con altri”. Non è sbagliata, eh? Omette giusto uno “zero” dopo il “quindici”, probabilmente. Soltanto da nove mesi a questa parte Selenites, Selenites! è il terzo lavoro in studio, dopo Sinus Amoris, uscito in marzo e cointestato Freestyle Man, e July Blue Skies, che lo ha seguito in aprile ed è altro disco a più mani e voci, le altre di Cold Diamond & Mink, di questo signore registrato all’anagrafe di Lahti, Finlandia, dove è nato sessant’anni fa come Lassi Osmo Tapio Lehto.
Personaggio che dire incredibile è poco: studi classici che lo portavano a diplomarsi in pianoforte, flauto e sassofono, e prime uscite discografiche (erano i tardi ’80) in ambito industrial. E poi, complice forse un soggiorno newyorkese, la conversione alla musica nera. A qualunque musica nera possa venirvi in mente: soul, funky, rhythm’n’blues, disco, jazz di ogni fatta, afrobeat, highlife. In purezza o mischiata con l’elettronica, intrisa di influenze latine, con tratti rock (persino del prog, ogni tanto). Se mai è esistito un bianco per caso, eccolo.
È nell’ordine naturale delle cose che in un catalogo dalle dimensioni abnormi possano esserci grossi dislivelli qualitativi. Imbattutomi in Jimi Tenor come più o meno chiunque altro quando firmò (era il 1997, il sodalizio si protrasse fino ai primi 2000) per la Warp, per qualche tempo provai a stargli dietro. Scoprendo presto che poteva confezionare indifferentemente lavori fantastici o roba discretamente immonda. Poi, come più o meno chiunque altro, l’ho perso di vista.
Non fosse che verso fine anno le uscite si diradano moltissimo e di plausibilmente recensibile non c’era granché, mai avrei dato una chance a Selenites, Selenites!. Mi ha lasciato basito. Fra una carnascialesca traccia omonima e un congedo, Furry Dice, molto James Brown, mischia di tutto e di più, dal post-bop al reggae, qui cosmicheggiante e lì tropicalista. Restando costantemente ispirato, credibile, divertentissimo.