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Wall of Voodoo: vivere e suonare a Los Angeles

Wall of Voodoo: vivere e suonare a Los Angeles

L'America ai margini, il West, la tradizione rimessa a nuovo.

Giancarlo Turra
| Lo leggi in 8 minuti

Nel grande romanzo del post-punk, Stan Ridgway e compagni hanno scritto pagine indelebili all’insegna di un’originalità così spiccata da non aver avuto sostanziali eredi. Qui di seguito ne celebriamo le gesta.


Una città di angeli e demoni

Anche se non siamo mai stati fisicamente a Los Angeles, possiamo affermare di averla “conosciuta” in tante forme attraverso film, romanzi e canzoni. Per esempio, la identifichiamo in un coacervo di brutture celate dietro un’apparenza glamorous, come teatro di drammi sociali e nuovi fascismi, oppure come la plausibile metafora su scala (relativamente) ridotta dei problemi che affliggono l’umanità nel ventunesimo secolo. E ancora: un gioco di scatole cinesi aperto su mondi paralleli e una dura realtà che si tenta di redimere e/o dimenticare per un po’ di tempo usando l’immaginazione. Come che sia, la megalopoli organismo inghiotte chiunque e qualsiasi cosa per sopravvivere fino al punto di collasso, quando per forza di cose si arrenderà a una natura che, a furia di essere maltrattata, sta legittimamente iniziando a presentare il conto.

Da tutti questi punti di osservazione, Los Angeles ha l'aspetto del laboratorio nel quale sono state gettate le basi di quel futuro distopico – un incubo americano che, di nuovo e per ovvi motivi, coinvolge l'intero pianeta – chiamato "il nostro presente". Nella giostra di sfaccettature, a un certo punto hai persino la certezza che sia una serie di cangianti stati della mente e che ogni sfaccettatura e identità possegga caratteristiche ricorrenti e unificatrici nell’alternanza (spesso così aggrovigliata da rendere vane se non inutili le distinzioni) e nella con-fusione di vero e falso.

Del resto, è a Hollywood che si fabbricano i sogni ed è sempre colà che spesso muoiono, ragion per cui tutto quadra o quasi. Prova ne sia che una certa Los Angeles in equilibrio tra aria torbida e slancio romantico è il terreno su cui hanno lavorato alcuni dei suoi più fulgidi cantori, lungo una traiettoria che dai Doors porta ai Jane’s Addiction, passando per gli X e, venendo finalmente al punto, ai Wall of Voodoo. Breve ma assai fruttuoso, il loro percorso non avrebbe potuto avere altro teatro che la Città degli Angeli (e dei Demoni). E allora tu chiamala, se vuoi, geografia dell’essere.

Smarriti tra un canyon e uno stabilimento abbandonato, i protagonisti della vicenda che qui di seguito andiamo a riassumere cercavano di affrontare un passato lontano e i paradossi nascosti nel quotidiano, mentre sorgeva il sospetto che l’avvenire fosse una fregatura. La Colt arrugginita in una mano e un polveroso sintetizzatore nell’altra, sotto l’occhio vigile di Ennio Morricone e di John Ford, rimangono tuttora una testimonianza artistica irripetibile e inimitabile.

E adesso indovinate quale città è quella sullo sfondo.
E adesso indovinate quale città è quella sullo sfondo.

Nel continente oscuro

In tanti – chi scrive tra questi, avrete di certo inteso – hanno lasciato il cuore e incontrato la prima di tante rivelazioni nei "veri" Wall of Voodoo. Epifanie che, forse, hanno la stessa intensità sperimentata da un giovanissimo Stanard Ridgway ogni volta che entrava in un cinema o girava un super 8. Cresciuto nei sobborghi losangelini consumando country e blues, folk e jazz, ma senza disdegnare Phil Spector, Brian Wilson e la musica classica, impara ad arrangiarsi con chitarra e tastiere e a cantare. Dopo aver fatto di tutto un po’ (dal tassista al magazziniere, la varia umanità in tal modo incontrata tornerà utile al momento di comporre canzoni…) allestisce l’Acme Soundtracks, un piccolo studio che sonorizza pellicole di serie B.

All’esplodere del punk, collabora con Chris D. in una prima incarnazione dei Flesh Eaters (co-scrive tre pezzi dell’album No Question Asked) salvo separarsene per dare sfogo alla propria creatività. Con lui Marc Moreland, già chitarrista degli Skulls che nel dicembre 1978 gli presenta il fratello bassista Bruce, accolto in una lineup che alla batteria vede Brendan Mullen, proprietario del locale underground The Masque situato giusto di fronte all’Acme Soundtracks. Le cose si fanno più serie quando l’anno seguente arrivano il tastierista Chas T. Gray, anche lui un ex Skulls, e l'abile Joe Nanini (tra i tanti, vantava trascorsi in Black Randy & the Metrosquad, Eyes, Bags e Plugz) sostituisce Mullen.

Una prima incarnazione dei Flesh Eaters.
Una prima incarnazione dei Flesh Eaters.

I Wall of Voodoo si segnalano per un’entusiasmante trafila concertistica che conduce a un primo EP omonimo, edito nel settembre '80 dalla Index e attualmente reperibile con estratti live sull'imperdibile CD The Index Masters, edito dalla Restless nel 1991 e nel 2005 dalla Rykodisc. Accanto all’ansiogeno siparietto Granma’s House, le atmosfere urbane miste al perverso gusto melodico scolpiscono in Can’t Make Love, Longarm, Struggle e The Passenger canzoni compiute di eccellente fattura e dallo stile inaudito. Nel calderone si mescolano un efficace approccio neo-primitivista applicato ad arrangiamenti ed esecuzione, country geneticamente modificato, ritmi storti però solidi che intrecciano batteria, drum machine e trame percussive, sintetizzatori strani(an)ti e l’armonica di Ridgway che simboleggia il riallacciarsi alla tradizione con lo scopo di svecchiarla. Di Stan impressiona soprattutto l’inconfondibile voce, un crooning che con falso distacco narra di alienazione, paranoia e sconfitta in mini-sceneggiature tra hard boiled e fantascienza.

Materia in tutti i sensi originale, come del resto una cover di Ring of Fire di Johnny Cash che spicca su ogni cosa, pagando il giusto tributo a Mamie Is Blue dei Faust (inevitabile, considerando l’ascendente esercitato dal krautrock sulla new wave) e affiancandosi ad altre favolose appropriazioni post-punk del passato operate da Devo, XTC, Tuxedomoon e Talking Heads. Consapevoli del suo valore, i ragazzi la trasformano nell’apice delle esibizioni dal vivo e nell’82 la ripropongono remixata con un medley dei temi di Impiccalo più in alto e di Il buono, il brutto e il cattivo su un altro 12” Index, anch’esso incluso nel succitato dischetto. Giusto ribadire, ché lo stravolgimento di uno dei classici dell’Uomo in nero è un biglietto da visita sensazionale e spiega chiaramente che i Wall of Voodoo vengono da lontano per andare lontano.

Ve lo immaginate l'Uomo in Nero a maneggiare con quei synth?

Il richiamo del West

Maturo fin dal principio, lo stile dei Wall of Voodoo procede per aggiustamenti. Dopo un cambio di scuderia che li vede accasarsi alla I.R.S. di Miles Copeland, l’esordio a 33 giri Dark Continent giunge nei negozi nel 1981, mandando in visibilio la critica con una fusione di elettronica, post-punk e radici lontana da vacui cerebralismi. Inaugurata dall’epidermico, sarcastico martellare di Red Light, la scaletta porge una frenetica Full of Tension e il country funk devo-luto di Two Minutes till Lunch, la buia Me and My Dad e la sardonica Animal Day.

Altrove, Back in Flesh consolida un canone a sé stante in compagnia della stralunata Call Box (1-2-3) e il graffiante nervosismo ambientale di This Way Out prepara alla surreale giostra Good Times e al sinistro commiato Crack the Bell. L’ascolto è entusiasmante, profuma di acre tecnologia piegata con ferreo minimalismo in canzoni figlie di logiche imperscrutabili, avvolte da un senso di conturbante mistero rafforzato da testi in cui i personaggi si muovono in ambienti che sono tutt’uno di Raymond Carver, Franz Kafka e Philip Dick.

I tempi giusti al momento sbagliato.

Incredibile a dirsi, il meglio attende dietro l’angolo. Malgrado una tournée britannica non brillantissima, l’82 recapita il capolavoro Call of the West, registrato senza Bruce Moreland ma avvalendosi della sapienza produttiva di Richard Mazda, che smussa lievemente le asprezze conferendo ulteriore profondità e compattezza all’insieme. Il trittico di apertura perfeziona l’intreccio tra musica e parole nella contagiosa e nevrotica esuberanza di una Tomorrow che spiana la strada a El Guapo e Supersystem, in una ballata matura intrisa di amara rassegnazione della caratura di Lost Weekend dipana un racconto breve di America ai margini e nella Factory che incede meccanica e alienata da plausibile replica – un cinematografico "dieci anni dopo", se preferite – di Frankie Teardrop dei Suicide.

A Look at Their Way e Hands of Love spetta il compito di imbrigliare l’ansia in stratificazioni sconvolte ed epidermiche, lo strumentale On Intestate 15 trasporta l’honky tonk nel nuovo millennio e Spy World distilla forme di ska mutante. La plumbea They Don’t Want Me rintraccia parentele nei sotterranei di San Francisco e il pop stranito di Mexican Radio deride la banalità delle stazioni FM, beffardo scherzo che, propulsa da un video gradito alla giovane MTV, scala i Top 40 statunitensi. A fondo corsa, i sei minuti della title track smascherano la retorica nazionalista e, invece di essere il trampolino di lancio per ulteriori meraviglie, appongono un primo sigillo alla vicenda.

Luci probabilmente troppo colorate per l'occasione, ma tant'è...

La vita dopo Stan

Nel frattempo, infatti, forse anche a causa dell’inatteso successo nella band i dissapori sono a un punto di non ritorno. Alla fine del maggio 1983, onorato l’impegno dello US Festival, Ridgway, Nanini e l’ultimo arrivato alle tastiere Bill Noland annunciano il forfait: l’energia creativa è esaurita e le ingerenze della casa discografica, rea di aver intascato più del dovuto, sono intollerabili. Di lì a poco Stan avvia una fortunata carriera solista che custodisce l’eredità del gruppo madre tra memorabili alti (il meraviglioso The Big Heat e gli splendidi Mosquitos e Snakebite: Blacktop Ballads & Fugitives) e qualche perdonabile flessione.

Da par loro, i superstiti richiamano Bruce, ingaggiano il cantante Andy Prieboy e il batterista Ned Leukhardt e nell’85 pubblicano l’album Seven Days in Sammystown. Sonorità meno aspre donano scorrevolezza a un tris d’eccezione composto da Far Side of Crazy, Big City e Blackboard Sky. Non andrà altrettanto bene due anni più tardi con il disastroso Happy Planet, dunque è meglio investire nel live The Ugly Americans in Australia, che nel 1988 fotografa una band in forma smagliante. Invece dell’ipotetica rinascita, poco dopo arriva il definitivo scioglimento.

Brrr... che brutta fine i miei colleghi.
Brrr... che brutta fine i miei colleghi.

Eccetto l’ottimo Ridgway, non resta granché di piacevole da riferire: un’emorragia cerebrale ha stroncato Nanini nel 2000 e Gray ha lanciato con Prieboy il sito Wall of Voodoo 2 rispolverando registrazioni inedite risalenti all’ultima e meno interessante fase del gruppo. Per quanto riguarda i Moreland, Bruce è finito in una setta satanica, in manicomio e in galera per ripresentarsi negli anni Zero in panni goth, mentre Marc (trascurabile, la sua parca produzione in solitaria) è scomparso nel marzo 2002 per i postumi di un’operazione al fegato.

A ogni buon conto, la grandezza dei Wall of Voodoo sta tutta nella trentina scarsa di brani qui sopra magnificati. Gioielli oscuri che, con tinte ora fosche ora beffarde, hanno tratteggiato la loro epoca mentre immaginavano un’ampia fetta del nostro qui e ora. Siete pronti a seguire il richiamo dell’Ovest?  

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