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Nine Inch Nails: The Perfect Drug
Cerchi di studiare Bach ma finisci sempre su assenzio e drum'n'bass
| Lo leggi in 2 minuti

Quando Reznor giocò a fare il Nosferatu elettronico.

David Lynch non sceglie mai a caso. Quando nel 1997 decide di includere i Nine Inch Nails nella colonna sonora di Lost Highway, non vuole solo un pezzo industrial da accompagnare alle sue immagini disturbanti: vuole un alter ego. E chi, in fondo, meglio di Trent Reznor poteva intendere gli sperimentalismi del creatore di Eraserhead? The Perfect Drug è esattamente un brano che sembra nato per Lynch: oscuro, barocco, ipnotico e completamente fuori controllo. La storia – intesa come allineamento di pianeti – non sarebbe potuta andare diversamente.

Reznor, all’epoca, sfoggia il look che più lo avvicina a una caricatura decadente di se stesso: capelli lunghi, pizzetto appuntito, occhi truccati. È il vampiro tossico di un film che non è mai stato girato, un Nosferatu digitale in pieno delirio. Se in Closer la pornografia era un rituale, qui è la dipendenza a diventare estetica: «Without you, everything falls apart / Without you, it’s not as much fun» riecheggia in uno dei più bei finali che si potevano trovare per un pezzo così radiofonico. L’amore come droga, la droga come religione.

A livello di effetto musicale, The Perfect Drug è un Frankenstein sonoro. C'è il drum’n’bass convulso, gli archi digitali, cori che sembrano arrivare da un tempio profanato. È l’industrial che gioca a fare il barocco, in un pastiche dove l’elettronica imita l’oppio, quello romantico decadente, si intende. Reznor stesso, anni dopo, dichiarerà di non amare più questo pezzo, come se fosse troppo legato a un momento di eccesso. Ma è proprio lì che risiede la sua forza: nell’essere una canzone più grande di lui, una maschera che lo inghiotte. Per molti anni, infatti, non è stato inserito in scaletta, quasi fosse un'onta più che un pregio, per poi rispuntare fuori proprio nell'ultimo tour. Grazie, Trent, che a volte ci ripensi.

Inserita in Lost Highway, The Perfect Drug diventa ancora più potente, un’estensione della paranoia del regista. Strade infinite, identità che si spezzano, volti che si dissolvono: il lato sonoro dello stesso incubo. La maschera qui è totale: Reznor come personaggio lynchiano, prigioniero del suo stesso eccesso. Non il predicatore del sesso, non l’animale da palco, ma un dandy decadente che si lascia divorare dall’ossessione, mischiandola con un po'di laudano e zucchero. L’unica droga perfetta, si legge tra le righe, è quella che non ti lascia via d’uscita. Come il vero amore, dopotutto.

nine inch nails 

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