Architetture in rovina: il lato classico di Trent Reznor.
C’è un momento in cui Trent Reznor smette di urlare contro il mondo e si siede, come un architetto ossessivo, a mettere in fila note come mattoncini Lego. La Mer, memorabile episodio del primo disco di The Fragile (1999), è la sua dichiarazione: vi ho dato l'industrial, vi ho dato il rumore, ora è il momento della musica colta. Ma per davvero. Un brano che parte da un ostinato di pianoforte, sottile e ripetuto, come se Philip Glass fosse finito in rehab a New Orleans rimanendo comunque se stesso.
Non c’è la rabbia di Mr. Self Destruct, non c’è la blasfemia di Closer, c’è la calma prima della catastrofe. La Mer è un brano che suona debussiano, ma in realtà è la quintessenza del Reznor post-eroina: pulito, metodico, maniacale. La melodia è limpida, ma dietro al pianoforte si agitano loop, battiti, rumori di fondo: la bellezza, sì, ma circondata da ombre post-romantiche. Come se anche in un momento di grazia la minaccia della disfatta restasse in agguato.
Questa è la maschera del “compositore classico”: Reznor in camicia nera, capelli lisci, inchiodato allo studio come a un confessionale. È l’immagine del musicista che vuole dimostrare di non essere solo il freak industriale che urla oscenità su MTV, ma anche un autore capace di scrivere qualcosa che potrebbe finire in un’aula di conservatorio. Ma senza mai togliere il contagocce di laudano di fianco al bicchiere d'assenzio.
In La Mer si sente l’eco di Debussy, certo, ma anche la pulsazione ipnotica di Steve Reich, la malinconia elettronica dei Kraftwerk e persino il minimalismo sacro di Arvo Pärt. Reznor ruba e trasfigura, come sempre. Il pianoforte è il protagonista, ma intorno si costruisce una spirale di suoni che fanno pensare più a un incubo lucidissimo che a un esercizio accademico. E poi quell'entrata di batteria... Nei crediti figura Bill Rieflin (R.E.M., King Crimson, Ministry e compagnia bella): grazie anche a lui. Di cuore.
Il pezzo non esplode mai, non si sporca, non si contorce: rimane sospeso. Ed è proprio questo il suo potere. È la prova che, nel cuore della sua opera più monumentale e barocca, Reznor poteva concedersi un momento di purezza minimalista. Una maschera che non urla, ma "respira in modo consapevole", come ti direbbe l'insegnante di tai chi. Un compositore che non cerca la distruzione, ma la forma perfetta del mare.