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Nine Inch Nails: Happiness in Slavery
Quando il dress code è melma integrale
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Il sacrificio pagano di Mudstock ‘94.

Ci sono performance che diventano leggenda non per la perfezione con cui sono eseguite, ma per il caos generato. Da molti – e forse dai più – Woodstock '94 non è infatti ricordato principalmente per i Red Hot Chili Peppers con le lampadine in testa, né per i Green Day fischiati o i Metallica, o perfino per il nostro Zucchero Fornaciari (campanilismo dovuto, N.d.r.) e nemmeno per essere stato "il grande ritorno di Woodstock". È ricordato per i Nine Inch Nails che salgono sul palco completamente ricoperti di melma, trasformando il loro corpo in un’estensione del suono. Quando il dress code è melma integrale è facile che venga da chiamarlo "Mudstock". E gli è andata bene che la terza edizione sia stata anche peggio, per molti motivi… altrimenti sarebbe stato ricordato come il Woodstock più sfortunato.

La canzone di riferimento, qui, è per forza di cose Happiness in Slavery, brano dell'ep-capolavoro Broken del 1992. Già in studio era un monumento al sadomasochismo industriale: ritmo ossessivo, rumori metallici, una voce che sembra urlare dall’interno di una gabbia. Il video, censuratissimo e poi mostrato ripulito, mostrava un uomo torturato e smembrato da una macchina, ispirato a quel classico decadente che è Il giardino dei supplizi di Octave Mirabeaux. Più manifesto di così, impossibile. Sul palco di Woodstock, il brano diventa carne viva (e marcescente). Reznor e compagni saltano, distruggono strumenti, si rotolano nel fango come animali da sacrificio. Problemi tecnici. Caos. Occhi e movenze che riflettono narcotici pesanti. Tutto in pay-per-view.

Questa è la maschera dell’animale da palco: niente giacca sobria, niente occhiali dark, solo sudore, sporcizia e furia. È l’industrial che si fa carne, l’autodistruzione che diventa intrattenimento di massa. MTV trasmette in diretta a milioni di spettatori: la violenza sonora dei Nine Inch Nails è ormai un rituale da stadio, ma mantiene intatta la sua forza disturbante. Epocale, insomma.

In retrospettiva, Woodstock '94 è un punto di svolta, la consacrazione di Reznor come performer totale. Il fango diventa uniforme, il palco un campo di battaglia, il concerto un sacrificio pagano. Happiness in Slavery è un atto di violenza collettiva, una catarsi che non salva ma tortura e rende martiri; è la prova che la vera maschera di Reznor non è solo quella costruita in studio, ma quella che si sporca di terra e sangue dal vivo. L’animale da palco che porta l’industrial nelle case del mondo, trasformando MTV e la kermesse storica della Musica per la Pace in un rito primitivo offerto in sacrificio per tutti. A patto – ovviamente – di sborsare qualche quattrino extra. Ma questa è (forse) un'altra storia.

nine inch nails 

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