Salta al contenuto
David Bowie (feat. Nine Inch Nails): I'm Afraid of Americans
Uno porta il fango, l’altro il sole

David Bowie (feat. Nine Inch Nails)
I'm Afraid of Americans

| Lo leggi in 3 minuti

Il Maestro e Margherita.

Ci sono momenti in cui un artista smette di imitare i propri idoli e comincia a camminare al loro fianco. Per Trent Reznor quel momento ha un nome e un volto: David Bowie. La loro collaborazione prende corpo discografico in I’m Afraid of Americans, singolo del 1997 in cui Bowie affida al buon Trent il compito di decostruirlo, remixarlo, amplificarne la paranoia. Non si può parlare certo di featuring tradizionale, ma di un vero e proprio passaggio di consegne: ecco come si può ben intendere la liaison dei due mastermind. E, a distanza di anni, possiamo dire che una delle maschere che il buon Trent ancora indossa più volentieri è proprio quella del "Bowie-redivivo".

Il brano, contenuto nell’album Earthling (1997), è una satira sull’imperialismo culturale americano. Con Reznor, in più, diventa un incubo urbano americanocentrico. Beat ossessivi, synth corrosivi, chitarre taglienti: un terreno perfetto per far incontrare il Duca Bianco e il Profeta Nero. Nel video, girato a New York, Bowie è inseguito da un Reznor inquietante, ombra e doppio, metà stalker metà discepolo, che alla fine simula un mitragliatore e fa una strage immaginaria. È l’immagine più chiara del rapporto tra i due. Reznor, da fan e adepto, diviene il fratello oscuro che rincorre Bowie fino a raggiungerlo. E, una volta perduto, plasmarsi in colui che ne porta il più autentico stendardo. Come nella tradizione latina, quando il puer diventa vir, e fa rispettare il volere degli antenati.

La maschera qui è ganza, ossessiva e metropolitana. Non più fango né latex, ma abiti scuri, pizzetto, la postura di chi sa di essere parte di un dialogo tra titani, scegliendo la parte oscura, naturalmente. È il momento in cui Reznor si specchia e si accorge che dall’altra parte non c’è più solo Bowie: c’è anche se stesso. Anni dopo, in God Break Down the Door (2018), Reznor tornerà a evocare apertamente lo spettro di Bowie, con sax distorti e atmosfere jazzate che sembrano, non a caso, un’appendice naturale di Blackstar. Ma il seme era già piantato qui: I’m Afraid of Americans è stato un rito di iniziazione per celebrare davvero il simposio tra i due. E come non ricordare il memorabile duetto dal vivo di Hurt, di qualche anno precedente? I Nine Inch Nails stavano ancora suonando di spalla a Bowie, il palco si girava e la musica si mischiava con la band del Duca Bianco che entrava progressivamente. Spettacolo vero. Un tour memorabile, da storia della musica contemporanea.

Oggi molti confondono il concetto di “essere Bowie” con l’avere un guardaroba eccentrico. In Italia, nel territorio (minato) sanremese, c’è persino chi ha definito Achille Lauro il “Bowie redivivo”. Un abbaglio colossale per chiunque abbia orecchie per intendere, diciamocelo chiaro. Perché Bowie non è stato icona grazie a un maglione giallo o a un trucco glam: è stato un corpo in continua mutazione, un artista che ha fatto della sperimentazione – sonora, visiva, narrativa, e anche estetica – la sua unica religione. Ed è proprio lì che Reznor trova il vero specchio: non solo nell’estetica, ma nella costante reinvenzione del sé. Il problema – possiamo ben dirlo – non è vestirsi da alieno, ma avere il coraggio di esserlo davvero. Ah sì, e l'essere davvero un fuoriclasse, certo.

david bowie nine inch nails trent reznor david bowie (feat. nine inch nails) 

A proposito:

Vuoi continuare a leggere? Iscriviti, è gratis!

Registrandoti potrai accedere agli oltre 4.000 articoli dell’archivio gratuitamente, e ti iscriverai alla nostra newsletter su Substack!

Nelle ultime 24 ore si sono iscritte 3 persone!