
Le Throwing Muses e una splendida Ramona 35enne
Canzoni come fantasmi plastici.
Trentacinque anni e non sentirli per un capolavoro che tuttora restituisce un’idea sul serio avant dell’indie rock, danzando tra fantasmi, ossessioni e una musica che nasconde la catarsi tra favolosi risvolti umorali.
| Artista | Throwing Muses |
| Titolo | The Real Ramona |
| Anno | 1991 |
| Tracklist | Counting Backwards / Him Dancing / Red Shoes / Graffiti / Golden Thing / Ellen West / Dylan / Hook in Her Head / Not Too Soon / Honeychain / Say Goodbye / Two Step |
| Formazione |
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| Produzione | Dennis Herring |
Her dizzy head
Compongo il tuo vecchio numero, lascio che la casa risuoni finché non sveglio il tuo fantasma.
(Your Ghost)
Nell'universo della musica popolare, il versante che riconduce al songwriting conta su una vastissima gamma di approcci ispirativi. Alla faccia di chi ancora li chiama "canzonette", certi splendori che lasciano il segno nell’anima rappresentano un tipo particolare di poesia, che prima bisogna ascoltare – ma soprattutto sentire – e solo in un secondo momento leggere, avendo comunque l’accortezza di non prescindere mai dalla stoffa che avvolge le parole. Perché è così che certe apparenti banalità (nondimeno: provate voi a essere ecumenici senza scadere nel vacuo) prendono colore e vita.
Di fatto, il "cosa" e il "come" che lo trasmette hanno pari importanza, a maggior ragione se ti chiami Martha Kristin Hersh e componi per liberarti dalle tue ossessioni. Quanto meno, per cercare di fartele amiche scavandoci attorno e specialmente dentro per vedere cosa salta fuori. Più spesso che no, un flusso di coscienza indirizzato verso chi desidera andare a fondo dei/nei dischi, che si salda alla musica in un bandolo da prendere o lasciare ed è estremamente fisico anche quando etereo. E viceversa.
Da quel nucleo scaturiscono emozioni che, nel volgere di pochi istanti, graffiano e carezzano bilanciando se stesse e i rispettivi opposti in un idioma che sfugge per traiettorie imprendibili. Prova ne sia che, quando nel 1986 vide la luce il primo omonimo LP delle Throwing Muses, non sapevi dove – né soprattutto come – incasellarlo, poiché rappresentava una faccenda sul serio strana persino per un contesto policromo come l’underground americano dei medi anni Ottanta, che stava superando di slancio lo spegnersi della new wave e una neopsichedelia in fase calante, tirandone le fila e mescolandone gli orizzonti con il noise e un rock che iniziava a modellare un'evoluzione in chiave "post".
C’era – c’è tuttora – un motivo a monte di tanta seducente stranezza, ed è una condizione bipolare che sballotta continuamente Kristin lungo una giostra di estremi: la sua mente funziona in modo atipico e ci vuole forza per affrontare tutto ciò, come per conviverci senza restarne schiacciati ed evitando la dipendenza da psicofarmaci. Però, se il tuo lavoro è scrivere canzoni, hai a disposizione una valvola di sfogo e puoi costruire un teatro di esorcismi che da personale diventa pubblico, con tutto quello che ciò comporta.

Per esempio, aprirsi totalmente tramite la musica e raccontarsi in maniera tanto più sincera quanto più si ricorre a enigmatici simbolismi e a immagini oniriche. Queste "allucinazioni sonore" sono la materia base di una concezione avant del suono indie, che trasfigura rock e folk alla luce di un cubismo che era connaturato a certo post-punk delle origini. Ne deriva uno stile immediatamente identificabile che, benedetto dall’aroma del classico, in quattro decenni ha regalato vette assai alte e persino stratosferiche per quanto riguarda l’album che a nostro avviso racchiude il genio di Kristin Hersh. Un disco che non diresti abbia visto la luce tre decenni e mezzo fa, ma è anche da pregi come questi che si riconoscono i capolavori.
Tornadoes in our house
Giuro su dio che la mia casa è piena di demoni, devo andare a letto, ho bisogno di dormire ma resto sveglia con un senso di vendetta.
(Ellen West)
In realtà, a costituire le fondamenta delle Throwing Muses c’è dell’altro. Fino a The Real Ramona incluso c’è il legame strettissimo tra Kristin (nata ad Atlanta, si era trasferita a sei anni nel Rhode Island: il babbo è un professore universitario che le trasmette la passione per la musica, la madre un’insegnante specializzata in bisogni educativi speciali) e Tanya Donelly, sua migliore amica e in seguito sorella acquisita. Entrambe cantanti e chitarriste, nei primi anni Ottanta frequentano le scuole superiori e formano una band che si stabilizza con Leslie Langston al basso e David Narcizo dietro tamburi e piatti.

Con il suo stile percussivo, il semi-autodidatta David evita di utilizzare i piatti e si incastra perfettamente nella tortuosa scrittura di Hersh, che invece di appendere al muro una laurea in psicologia e filosofia trasloca a Boston, dove le Throwing Muses si esibivano dal vivo con regolarità. Siamo giunti all’84 e la svolta è costituita da un EP omonimo autoprodotto e dallo sbilenco country wave Sinkhole, estratto dal nastro The Doghouse Cassette per incontrare una diffusa fama a livello locale. Nel 1998 la cassetta sarà riedita in CD con altro materiale dei primi anni da quella stessa 4AD che mette sotto contratto il quartetto grazie alla segnalazione di Gary Smith, curatore del demo agli studi Fort Apache di Cambridge, in Massachusetts.
Per la prima band americana della scuderia, Ivo Watts-Russell sceglie invece Gil Norton per la produzione dell’album di debutto. Nulla cambia, poiché nell’estate 1986 Throwing Muses stupisce per l’urgenza e la sicurezza con le quali mescola impeto, stortura e melodia con modalità uniche mentre insegue i labirinti mentali / emotivi di Kristin. Impeccabile la band nell’esecuzione priva di fronzoli ma attenta alle sfumature, anche Tanya Donelly mostra di possedere una vena compositiva che, con la sua linearità più pronunciata, contrappunta e insieme sottolinea fenomenali "a sé" che incarnano la spina dorsale del disco, da Hate My Way a Vicky’s Box, passando per Rabbits Dying, Stand Up, Soul Soldier e Delicate Cutters. A impressionare, oltre alla maturità e alle idee, è l’intelligenza a tutto tondo con la quale si ricava un bellissimo altro da esempi storicizzati.

L’anno seguente gli EP Chains Changed e The Fat Skier lavorano attorno alla formula, entrando nella classifica indipendente albionica e cagionando un accordo con la Sire Records per il mercato nazionale. Approntato sempre ai Fort Apache con Smith e Paul Kolderie, nel marzo 1988 il secondo LP House Tornado smussa qualche asperità indagando un senso melodico che sta facendo scuola (nel relativo tour inglese spetta ai Pixies il ruolo di lussuosa spalla) con classe. Più che altrove, in una pianistica Walking in the Dark tra Patti Smith e John Cale e nelle relativamente più accessibili Juno, Saving Grace e Run Letter, laddove Tanya conferma il proprio talento con The River, Giant, e con Mexican Women in cui strapazza a dovere le radici.
Avercene, insomma, di album transitori di tale caratura. Lo stesso dicasi meno di dodici mesi più tardi per Hunkpapa: arricchito nei suoni, più tondo e diretto sotto il profilo delle strutture e dello sviluppo armonico, è trainato dall’irresistibile 45 giri Dizzy (grossomodo: i Talking Heads con Tina Weymouth al comando) e modella gli spigoli per renderli viepiù affascinanti in Fall Down e Devil’s Roof, nelle selvatiche Mania e Bea, nell’obliquità pop che Tanya impone in Dragonhead e Angel. Messa a fuoco una visione che intreccia inquietudine e limpidezza, il capolavoro non si farà attendere.
The real genius
Credo che la scorsa notte tu stessi disegnando cerchi attorno a me.
(Your Ghost)
Talvolta avvertiamo l’impulso di ridurre ogni aspetto della vita allo stretto necessario, di scoprirci le ossa per ritrovarle a sostenerci malgrado voli e cadute. Vale eccome per chi, come pochi altri, «comprende l’intensità di vivere la propria arte» come Kristin Hersh: parole del competentissimo The Guardian e chi siamo per obiettare? In lei non ci sono schermi o paraventi, ma canzoni che ti strappano il cuore per metterselo in mano, canzoni da mandar giù d’un fiato finché la familiarità non ne rivela la grandezza, canzoni che non invecchiano mai. Di tali meraviglie potete ascoltarne una dozzina in The Real Ramona, lascito tra i meno celebrati dell’irripetibile annata 1991 che in controluce nasconde una catarsi. E che, in una maniera che possiamo definire tipica, risponde agli imprevisti che ci riserva l’esistenza.
Nel 1990 accade infatti che Leslie Langston abbandoni il gruppo rimpiazzata da Fred Abong e Tanya faccia comunella con Kim Deal nelle Breeders: osservandola dall’esterno, la situazione sembrerebbe preannunciare una crisi o un improvvido scioglimento. Non accadrà, benché non sia esattamente una passeggiata la lavorazione del disco, tenutasi tra luglio e novembre dello stesso anno sotto la puntuale supervisione di Dennis Herring, già in cabina di regia per il capolavoro dei Camper Van Beethoven Our Beloved Revolutionary Sweetheart.
Stando alle dichiarazioni di Narcizo, l’esigente Herring e la manifesta volontà di Tanya di intraprendere una carriera autonoma causarono parecchi nervosismi, ciò nonostante le tensioni non danneggiano minimamente il risultato. Anzi, il loro affiorare è imbrigliato magistralmente integrando alla perfezione la trasversalità pop di Hunkpapa e l’asprezza dei primi album. Ed è da cercare in questo gesto coraggioso ma ineludibile, e in una penna vivida e multiforme come non mai, il segreto di The Real Ramona.
Più di un "semplice" disco, si tratta di una sequenza di stupefacenti evoluzioni da consumato acrobata, di una danza in perenne equilibrio sul filo del rasoio che separa la dolcezza dalla collera, il chiarore dall’oscurità, i dubbi dalle certezze. Ecco allora sfilare una fantastica Graffiti che fonde i DNA di R.E.M. e Pixies, la circolare Counting Backwards, da Television che si immaginano Banshees, l’incalzante e muscolare jingle jangle moderno Red Shoes. Per rispondere alla delicata Two Step e alla ninna-nanna Dylan troviamo incantesimi immersi in tinte ombrose come la martellante Say Goodbye e il rompicapo Ellen West, a una Hook in Her Head articolata su saliscendi emozionali che PJ Harvey deve aver studiato accuratamente, replicano l’aspro funk wave Him Dancing e una stentorea Golden Thing, che incastra il cantato devoto a Siouxsie su tambureggiamenti degni di Bo Diddley.
Non è da meno Donelly, che esce di scena proponendo i suoi articoli in assoluto migliori nelle Bangles sovraccariche di watt di una scintillante Not Too Soon e nella Honeychain in transito tra meditazione e abrasione. L’album centra la ventiseiesima piazza della classifica britannica e il singolo Counting Backwards si issa all’undicesimo posto della graduatoria Modern Rock Tracks di Billboard: è il 1991, la bellezza e i tempi stanno cambiando. Pochi mesi dopo la pubblicazione dell’album, la "sorellastra" mette in pista i Belly portandosi via Abong. Da qui in poi Throwing Muses rinascono come sostanziale veicolo della sola Kristin, che vedrà crescere lo status di classico guadagnato con The Real Ramona, conservando la fedeltà a se stessa che contraddistingue ogni grande artista. Ed è anche per questo che, com’è giusto che sia, la amiamo senza "se" e senza "ma".
Tre album nello stesso mood
Pixies – Doolittle (1989)
Un caleidoscopio dove le cose non sono mai come sembrano. Doolittle è probabilmente il disco più bello – e di gran lunga il più influente e importante – tra quelli giunti da Boston.
PJ Harvey – Dry (1992)
Canzoni uterine e aspre che carezzano mentre sferzano e viceversa. Dry rappresenta un esordio magistrale e già compiuto da parte di una nuova forma di cantautrice.
Kristin Hersh - Hips and Makers (1994)
Kristin mette per la prima volta a riposo l'elettricità, consegnando tra esorcismi e trasfigurazioni un gioiello di folk-wave da camera.