
Il pop come antidoto alla banalità delle classifiche è (stato) una realtà che potevamo toccare con orecchio. A cavallo tra anni ’70 e medi ’80, i Cars ce lo hanno dimostrato con una manciata di dischi imperdibili.
Pure pop for now people
Penso che per tutta la carriera un musicista scriva la stessa canzone e il suo scopo sia migliorarla.
Così parlava Ric Ocasek nel lontano 1986, quando da circa un decennio stava avvalorando l’assioma da lui stesso esposto e smantellando l’idea secondo la quale ciò che si vende in milioni di copie sia spazzatura. Il che è spesso vero e tuttavia, come insegna Simon Reynolds, esistono diversi livelli di cultura media: ad esempio, per ogni Coldplay ci sono i Radiohead e accanto ai Pet Shop Boys tocca sorbirsi gli Erasure. A farla breve, c’è chi ha il talento per scrivere cose che mettono d’accordo la critica e il grande pubblico, che durano nel tempo e il loro tempo lo raccontano, che contribuiscono a definire i canoni con arguzia e godibilità.
Dato che a questo mondo la giustizia è un miraggio e non c’è gusto a essere intelligenti, gli altri si accontentano della mediocrità e dei luoghi comuni per passare all’incasso. Nondimeno, al pop di alto rango spetta il compito di arginare la banalità e meno male che certi felici allineamenti di pianeti hanno permesso alla qualità di imporsi a livello commerciale. Accadeva soprattutto nei Sixties, ma almeno fino ai primi anni Zero abbiamo potuto gioire di un fenomeno poi sempre più raro e oggi pressoché cancellato dal pattume a misura di TikTok e dall’intelligenza artificiale.
Se è di qualità che parliamo, tra la seconda metà degli anni Settanta e l’inizio del decennio successivo le classifiche (dapprima americane e in seguito mondiali) sono state visitate dal rock raffinato e vivace dei Cars, che appartenevano a un’altra razza e restano tuttora un esempio di leggerezza. Sostantivo da intendere in un’accezione assolutamente positiva, che riconduce a un serialismo insieme complesso e spontaneo che fonde Buddy Holly e Roxy Music per consegnare delizie dal fascino immediato e duraturo e architettare gustose decontestualizzazioni di stereotipi.
Colme di ironia, attente al dettaglio, cosparse di inquietudini sotto la superficie, le canzoni di Ric Ocasek fanno pensare a Andy Warhol per la disinvoltura con la quale si muovono in uno spazio palindromo dove l’idea di art pop si specchia nella – e confina con la – pop art. Se non avete l’età per ricordare un nome celebre (che, pur nell’assenza di autentici eredi, ha influenzato colleghi tra loro distantissimi: Prince, Tom Petty, Billy Corgan, Weezer) o se finora li avete snobbati, concedete un paio di ascolti a una scala reale di LP eternamente freschi come può solo il Pop nobile. Preparatevi a restare di stucco senza alcun trucco, perché qui la magia è frutto di talento, stile e dedizione.

Metti un Ric (Ocasek) nel motore
I lettori più attempati ricorderanno di certo lo slogan «Metti un tigre nel motore», lanciato in Italia nel 1966 da una nota marca di carburanti e ricalcato sull’originale «Put a tiger in your tank» concepito sette anni prima dal copywriter Emery Smith. La novità della campagna risiedeva nel far leva sul potere d’acquisto dei genitori attirando bambini e ragazzi con un apparato di gadget (pupazzi, spille, matite, poster, adesivi) che ricorda le strategie di marketing successivamente adottate da Brian Epstein per i Beatles, che ricorreva a una vastissima gamma di gingilli e accessori per ingolosire i fan terminali cui non bastavano concerti e vinili.
Da allora le cose sono cambiate e l’industria discografica si è messa da sola alla canna del gas, ma non divaghiamo. Torniamo al punto, annotando che, tre lustri prima che Smith se ne esca con quella frase, Ric Ocasek saluta il mondo a Baltimora. L’autentico, ehm… motore creativo dei Cars è registrato all’anagrafe del Maryland come Richard Otcasek, cresce a Cleveland e inizia prestissimo ad amare libri, pennelli e soprattutto la musica. Mollata l’università per la carriera di cantautore, combina poco o nulla fino ai primi anni '70, quando incontra Benjamin “Orr” Orzechowski, bassista/cantante/star cittadina di un programma televisivo per teenager con il quale inizia a buttar giù brani.

Dopo aver vagabondato tra il Midwest e New York, i due si stabiliscono vicino a Boston e nel 1973 pubblicano come Milkwood un LP folk. Il trascurabile How’s the Weather cade nel vuoto e i quattro anni seguenti testimoniano una serie di altre false partenze: Jonathan Richman ribattezza la coppia Richard & the Rabbits, trasformatasi poi in Cap’n Swing con l’arrivo alle tastiere di Greg Hawkes, conosciuto durante la registrazione di How’s the Weather, e del chitarrista solista Elliot Easton. Di nuovo non si esce dall’ambito locale e nel mezzo del decennio i più avrebbero gettato la spugna. Non Ocasek, che scrive canzoni su canzoni e ben gliene incoglie, siccome si rivela provvidenziale l’ingresso in squadra di David Robinson, batterista esperto – Modern Lovers, DMZ, The Pop – che imprime una sterzata estetica alla band, ideando il logo cromato e svecchiando l’immagine di quelli che adesso si chiamano Cars.

Se la salita è stata dura, sul falsopiano si corre in scioltezza: il quintetto diventa attrazione fissa al leggendario locale Rat di Boston, registra un demo che entra in rotazione alla radio WBCN e suscita l’interesse di Arista ed Elektra. È quest’ultima a spuntarla, inserendo nel catalogo il primo gruppo di area new wave e spedendolo in studio con Roy Thomas Baker, produttore dei Queen (deceduto lo scorso aprile) che si contiene in presenza di gente con le idee chiare. A proposito di new wave: come Elvis Costello, i Cars saranno inclusi nel filone in mancanza di caselle adatte e faranno storia a sé.
Nell’estate del ’78 lo dimostra con dovizia di particolari un album d’esordio omonimo che, data la lunga gestazione, può vantare tratti già maturi: rock declinato qui roll e là hard, ritmi asciutti, ricami tecnologici e arrangiamenti calibrati sono il telaio di melodie che forgiano l’anello mancante tra Buddy Holly, il damerino androide Bryan Ferry e gli Sparks. L’equilibrio raggiunge la perfezione sulla prima facciata con l’innodia potente e stilosa dei singoli Good Times Roll, My Best Friend’s Girl e Just What I Needed, i Devo rasserenati di I’m in Touch with Your World e la frenetica Don’t Cha Stop. Giri il disco e l’inquietudine di Moving in Stereo omaggia For Your Pleasure, Bye Bye Love consegna un David Byrne beat e futurista, You’re All I’ve Got Tonight e All Mixed Up tratteggiano riassunti stilistici che tanti proveranno a imitare. Ovviamente, senza riuscirci.
Modello monoposto
Il successo finalmente arriva e rimanda di mesi un seguito che non delude. In un ennesimo omaggio ai Roxy Music, la copertina di Candy-O è cortesia del grafico di Playboy Alberto Vargas, che sistema la ciliegina su una torta che rinuncia a qualche levigatura e centra il platino tramite le tastiere plananti e il coro da stadio di Let’s Go, gli anni Sessanta rinfrescati di You Can’t Hold On for Too Long e It’s All I Can Do, l’incrocio tra T-Rex e ? & The Mysterians di Dangerous Type, una traccia omonima che è convulsa scheggia degna del primo lato di Low e una sorprendente Shoo Be Doo, inchino a quei Suicide che dei Cars avevano aperto alcuni concerti e che Ocasek, uomo di gran gusto, si apprestava a produrre.

Non un caso, allora, che nel 1980 il "difficile terzo album" Panorama ricorra a una cerebralità compatta, lavori sulle atmosfere e adotti un’elettronica introspettiva in chiave rock che chiede tempo per svelarsi. Da qui le felici rivisitazioni della lezione di Alan Vega e Martin Rev (Up and Down, gli anni ’50 in versione mutant di Getting Through) e dei fratelli Mael (il brano omonimo, strategicamente collocato in apertura ad avvisare il cambio di clima tra voci filtrate, synth gorgoglianti e cinismo che si apre a vaghi sorrisi) perfettamente integrate all’ingegnoso bubblegum pop di Touch and Go, a una Running to You di nuovo strappata al Duca berlinese, alla sospesa ballata You Wear Those Eyes, alla sfrontata Don’t Tell Me No, a una saltellante Down Boys che vede Orr al microfono e alla raffinatezza che non si nega i muscoli di Misfit Kid.
Il capolavoro dei Cars osa e pertanto si smercia in misura minore rispetto sia ai predecessori che a Shake It Up, fuori nell’autunno '81. Registrato a spizzichi e bocconi nel nuovo studio di proprietà della band, compensa un lieve calo compositivo con il classicismo di Maybe Baby, This Could Be Love, Since You’re Gone, una title track da Marc Bolan rimesso a nuovo e la trasparente I’m Not the One. Tuttavia, i giorni passati gomito a gomito rischiano di rompere il giocattolo, ragion per cui Ocasek, Orr e Hawkes tirano il fiato con opere soliste che indicano le rispettive responsabilità creative. Non contento, Ric è alla consolle per Rock for Light dei Bad Brains, con i Romeo Void e il Vega versante elettrobilly.
Dopo la pausa, a fine 1983 il gruppo ricomincia da Londra con John "Mutt" Lange, che in sei mesi di lavoro mette a punto la macchina da hit Heartbeat City: lì la forza sia penetrativa che persuasiva dei successoni You Might Think, Magic, Drive e Hello Again, il cui video è girato da Warhol chiudendo un cerchio. In tutta l’esuberanza anni Ottanta, a svettare sono in ogni caso la raffinatezza d’insieme e la sublime leggiadria di una malinconica traccia omonima. Ultima fiammata, poiché – con nel mezzo un Greatest Hits, l’esaltante esibizione al Live Aid e altre sortite solistiche – nell’87 Door to Door è un mediocre preludio alla fine della corsa, che viene ufficializzata il febbraio seguente.
Decisione che in retrospettiva non sorprende e lo stesso vale per l’evidenza che sarà Ric l’unico a mantenere uno standard qualitativo degno. Nel 2000 Orr cede alla pancreatite e un decennio più tardi si racconta ben più che semplicemente dignitoso Move Like This, confezionato con Jacknife Lee e scaturito da un’estemporanea rimpatriata, laddove Ocasek – venuto improvvisamente a mancare nel settembre 2019 – ha fornito ulteriori prove di talento producendo Weezer, Guided by Voices, Nada Surf e svariati altri e recapitando un tesoretto di dischi in proprio dove spiccano Beatitude e This Side of Paradise. Dei New Cars allestiti nel 2005 da Easton e Hawkes con Todd Rundgren, invece, confessiamo di non esserci proprio accorti. Se proprio ci tenete a saperlo, eravamo intenti ad ascoltare per l’ennesima volta dischi che, per citare Nick Lowe, sono «puro pop per la gente di oggi». Anzi, no: di sempre.