Si potrebbe cominciare a raccontarla, questa vicenda, partendo da una fine e già l’uso dell’articolo indeterminativo dovrebbe mettere sull’avviso, fare intendere che è una storia complessa quella che si va ad affrontare e non solo per la quantità di personaggi che la affolla. Si potrebbe cominciare da una fine, ma siccome le testimonianze dei protagonisti al riguardo sono discordanti nessuno può dire con certezza se risponda al vero o sia leggenda che gli Specials si scioglievano nei camerini della BBC subito prima, o subito dopo, avere presentato Ghost Town – il 45 giri più venduto nel Regno Unito nell’estate del 1981 – a Top of the Pops. Quel che si coglie scrutando le immagini un po’ sgranate che regala YouTube è un’allegria in singolare contrasto con un brano di atmosfera e argomento spettrali come da titolo. Se derivi da un senso di trionfo, se sia isterica o di naufraghi non si capisce.
Oppure si potrebbe cominciare dall’inizio, televisivamente parlando, ossia dalla prima volta dei nostri eroi a Top of the Pops, due estati e anzi due vite prima, a suonare Gangsters, in quel momento sesta in classifica. Illuminante il raffronto (non tanto musicale quanto visivo) con l’esordio a Saturday Night Live, nella primavera seguente apice mediatico del primo tour americano. Sul momento l’unica differenza sembrerebbe il colore degli impeccabili completi da mod vestiti da Terry Hall e Jerry Dammers: dal marrone si passa a un azzurro parimenti sobrio nel caso del tastierista, più vistoso per il cantante. Ci vanno un paio di passaggi per notare che laddove l’abituale ipercinesia del gruppo nel 1979 pare in un qualche curioso modo rilassata, e in ogni caso ludica, pochi mesi più tardi si è fatta aggressiva, minacciosa. Poteva essere pure quello un inizio, con gli Specials all’assalto del mercato statunitense dopo essere stati profeti in patria come pochi mai, e lo era, però l’inizio di una fine.
A proposito dell’inizio di una fine: che la mostruosità chiamata apartheid non potesse durare ancora a lungo era reso di solare evidenza dai numeri della più grande festa di compleanno che si ricordi, un miliardo di spettatori davanti alla TV in cinque continenti e decine di migliaia a Wembley per fare gli auguri a Nelson Mandela per i suoi settant’anni, dei quali i precedenti ventisei trascorsi in carcere. Il leader dell’ANC sarebbe stato rilasciato l’11 febbraio 1990, diventando poi, nel 1993, premio Nobel per la pace e nel ’94 il primo presidente del Sudafrica eletto a suffragio universale. A canzoni le rivoluzioni (Guccini docet) non si fanno e tuttavia se una canzone ha mai aiutato concretamente un cambiamento quella è Nelson Mandela. Autore Jerry Dammers che, sul palco dello stadio londinese in quel memorabile 11 giugno 1988, per un’ultima volta si vedeva circondato da decine di persone, ma non astanti bensì popstar come lui. Dimissionario dal ruolo quel preciso giorno (non ci ha ripensato), Dammers realizzava in cinque convulsi minuti il sogno di una vita.
Questa non è semplicemente la storia di un gruppo straordinario. Questo è il racconto di come – con pensieri, parole, opere – una banda di ragazzotti di Coventry divenne il più efficace manifesto contro il razzismo mai prodotto dalla popular music.
L’alba di una nuova era
Fondata nel 1043, Coventry sorge su insediamenti ben più remoti, che si fanno risalire fino all’Età del Bronzo. Il che la rende una delle più antiche fra le principali città inglesi, oltre che la meno insulare di tutte visto che nessuna dista tanto dal mare in qualunque direzione. Ha pure un altro primato, del quale avrebbe però fatto volentieri a meno. Il suo nome diventava un verbo quando il 14 e 15 novembre 1940 (un’anche più devastante replica ci sarebbe stata l’8 aprile dell’anno dopo) subiva da parte della Luftwaffe i più massicci bombardamenti che si fossero visti su un’area urbana fino a quel momento, con centinaia di vittime civili, migliaia di case rase al suolo e tre quarti delle industrie oggetto principale dell’attacco messe fuori uso. È da allora che per operazioni analoghe si usa l’espressione “coventrizzare”. Un record di cui la città poteva menare viceversa vanto era, nei decenni Cinquanta e Sessanta, il suo essere il cuore della produzione automobilistica britannica. Fintanto che pulsava a pieno regime il reddito degli abitanti era fra i più alti del Regno Unito e pure culturalmente, e persino sportivamente, si viveva un’era aurea.
Nel suo pieno quando il padre, un vicario anglicano, di Jeremy David Hounsell-Dammers ci portava la famiglia, dopo alcuni anni trascorsi in India (il figlio nato lì, il 22 maggio 1955) e un breve periodo passato a Sheffield. Insomma: similmente a tanti grandi del soul, Jerry Dammers cresceva in una Motor City e cominciava a cantare in pubblico in chiesa, ma non precisamente gospel e odiando con tutto sé stesso la situazione. Ribelle precoce sebbene ancora senza una causa, si affacciava sulla maggiore età mentre Coventry, sull’onda lunga del primo shock petrolifero, prendeva a inabissarsi in una crisi economica che non si risolverà che nella seconda metà dei Novanta. Vent’anni di disoccupazione al 20% o oltre, vent’anni di perdita di popolazione, conflitti razziali, degrado costante di infrastrutture e servizi, piccola criminalità diffusa. Vent’anni durante i quali la Ghost Town di un’unica cosa potrà andare fiera: di avere dato i natali agli Specials e alla 2-Tone.
Teppistello con una passione e un talentaccio per il disegno non bastanti a farsi salvifici (frequenta a ogni buon conto il Lanchester Polytechnic fino a diplomarsi), Jerry è rimesso bruscamente sulla retta via da uno scontro con la Legge che, buon per lui, si risolve non con la galera ma con una salatissima multa (naturalmente paga papà) e soprattutto dall’amore che monta per una musica che, altrettanto naturalmente, non è quella che gli ha fatto praticare il genitore.
Epifanici gli Who visti in TV undicenne, alle prese con My Generation, crescendo ha amato i Faces, gli Slade e il reggae e non vi paia assurdo il passaggio da quelli a questo, entrambi adottati dall’originaria sottocultura skinhead. Giovane skin dopo essere stato un giovanissimo mod e avere portato per qualche tempo i capelli lunghi ma senza mai farsi hippie, il ragazzotto suona le tastiere (ci ha provato anche con la batteria, con esiti penosi) in una successione di gruppi amatoriali dai nomi fantasiosi (il migliore: Sissy Stone Soul Band) quanto la musica è genericamente “di genere”: che sia country’n’western o funk, passando per il rock’n’roll e il rhythm’n’blues.
Comunque una bella scuola di versatilità e farà comodo quando a mettere a fuoco tale educazione sentimentale provvederà lo stile più rozzo di tutti, il punk. In attesa di mettere a fuoco dell’altro. Rispetto a coloro ai quali si accompagna nei pub il Nostro ha già questo che gli dà una marcia in più: che d’accordo le cover, che per guadagnarsi la birra e due patatine ci vogliono, ma lui le canzoni le sa pure scrivere.

Non sto a sprecare spazio con un resoconto su chi suona cosa, con chi e dove negli anni e nei mesi che precedono la nascita nel 1977 degli Automatics, poi Coventry Automatics, quindi The Special A.K.A. e infine The Specials. Non è rilevante. Preferisco presentare direttamente, in ordine di apparizione al proscenio, i vari personaggi di questa storia.
Il primo a unirsi a Dammers è il bassista Horace Panter, un classe 1953 che ha frequentato pure lui il Politecnico ed è così che si sono conosciuti. C’è sin dall’inizio il giamaicano, e del 1951, Lynval Golding, alla chitarra ritmica e ai cori mentre il cantante solista è tal Tim Strickland, che non durerà, e dietro la batteria siede Silverton Hutchinson, che al contrario durerà abbastanza da rassegnare le dimissioni con le migliori ultime parole famose di sempre, alla vigilia della registrazione di Gangsters: «Non andrete mai da nessuna parte, massa di segaioli!». Per intanto a sostituire Strickland arriva Terry Hall, che essendo venuto alla luce il 19 marzo 1959 è il pischello della posse, strappato all’impiego in un negozio per collezionisti di francobolli e monete da un vaticinio di Jerry il Saggio: «La filatelia non ha un futuro». Alla chitarra solista si sistema Roderick Byers, un 1955 ribattezzatosi Roddy Radiation un po’ perché con il punk gli pseudonimi sono di moda e un po’ tanto siccome, da bravo figlio d’arte, non gli va che a Coventry lo identifichino al volo come il rampollo del trombettista Stan. A parte che è il musicista migliore, ha lo stile meglio definito, rocker duro e puro con una duplice fissazione per le mosse alla Pete Townshend (per inciso: le stesse copiate pure da Mick Jones) e il rockabilly. Curioso che entri in un complesso che suona «tipo Stranglers, ma con delle influenze reggae», stando ai ricordi di Hall.
Approssimativi, per quanto è dato di ascoltare in Dawning of a New Era, album pubblicato su Receiver solo nel ’93 e con attribuzione duplice – The Coventry Automatics AKA The Specials – nei cui trentatré minuti e mezzo sfilano i dodici titoli che nella primavera 1978 il sestetto incideva senza badare a spese (a pagare i conti di una sala a ventiquattro piste il dj Pete Waterman) a Londra, con l’idea di fare poi girare il nastro per case discografiche. Sei finiranno in letture alquanto marcatamente diverse – in particolare una traccia omonima qui più pigra e una It’s Up to You bizzarramente più costelliana di quanto non sarà – nel debutto a 33 giri. Sei si perderanno per strada e sono quelli che immortalano una band di identità ancora incerta, con poco o nulla ad esempio a legare il gusto alla Ian Dury di Rock’n’Roll Nightmare con i Santana in levare di Look But Don’t Touch e quelli agli Ultravox in versione rocksteady (lì Hall ci coglie) di Jay Walker.

In copertina i ragazzi sono in sette ma è un errore: il giamaicano Neville Staples (1955) non c’era ancora, non in quanto componente del gruppo almeno. Era però il tecnico al seguito nel primo tour importante, a cavallo fra il giugno e il luglio 1978: spalla dei Clash, lotteria vinta grazie ai buoni uffici di un roadie di Coventry, Steve Connolly, ma soprattutto grazie all’erbetta di cui lo stesso Staples cominciava a rifornire Mick Jones, con immensa soddisfazione del chitarrista. Sin dalla prima notte il giovanotto prendeva poi a rappare, dal mixer, sulle canzoni degli Specials, a Leeds si decideva a raggiungerli sul palco e non ne sarebbe più sceso.
Dopo l’On Parole Tour Bernie Rhodes, storico manager dei Clash, assumeva il medesimo ruolo per i nostri eroi, matrimonio che durerà sei mesi senza fruttare nulla a livello discografico e approderà a un acrimonioso divorzio all’indomani di una disastrosa spedizione francese. Lascito nondimeno più prezioso di un contratto, due consigli riassumibili in uno: diventate facilmente identificabili. Visivamente: ed ecco imporsi uno stile da rude boys. Musicalmente: e la miscela con qualche problema di amalgama fra punk e reggae, oltretutto troppo simile ad analoghi esperimenti di Clash e Ruts, Police e Joe Jackson, dava spazio al recupero di quanto in Giamaica aveva preceduto il reggae, vale a dire ska e rocksteady. Per niente mero revival di musiche di rimarchevole penetrazione fra il sottoproletariato giovanile britannico dei secondi Sessanta.

Nella fattoria di Maggie
Un secondo album uscito postumo (nel 1992, griffato 2-Tone come un’altra mezza dozzina di prodotti successivi all’effettiva cessazione dell’attività da parte del marchio) misura l’eccezionalità del percorso compiuto dall’ormai settetto nei nove mesi apparentemente improduttivi andati dietro agli spettacoli di supporto a Strummer e soci. Registrato il 2 maggio 1979, Live at the Moonlight Club fotografa un gruppo che mantenendosi eclettico è tuttavia giunto a definire una cifra sua propria, che se parte da ska e rocksteady ne offre una rielaborazione assolutamente peculiare: fra influssi new wave e scorie di classic rock evidenti nel chitarrismo fiammeggiante di Byers. In particolare nella clashiana Concrete Jungle, che ha portato in dote dalla sua band precedente, gli Wild Boys. È un concerto (trattavasi in realtà di showcase e ciò spiega la mezz’ora netta di durata, unico difetto) esaltante, con in scaletta nove pezzi (su dieci: solo escluso il classico dei Pioneers Long Shot Kick the Bucket) dei quattordici che finiranno sul primo LP.

Rispetto ai demo londinesi di un anno prima ci sono tre brani nuovi e però tutti cover: Do the Dog, da Rufus Thomas ma qui affrontata con piglio garagista, senza traccia della funkitudine primigenia; una travolgente Monkey Man, dai Maytals; Too Hot di Prince Buster, dinoccolatamente reggae. Ciò che più conta, c’è un sound che si è compattato e affida il suo impatto alla dinamica piuttosto che al volume. Che è quanto rende Dammers e sodali infinitamente più eccitanti dei rimasugli votati alla reazione del punk che già fu.
Chissà se qualche lettore ha badato alla data. È la vigilia delle elezioni generali e Terry Hall lo ricorda a mo’ di introduzione. «Come andrà dipende da voi», ammonisce. Come andò sta nei libri di storia. Il giorno dopo Margaret Thatcher otteneva il primo di tre mandati consecutivi a Downing Street e dopo avere parafrasato niente di meno che San Francesco in un discorso seguito alla vittoria procedeva all’attuazione di politiche che andavano in direzione diametralmente opposta. Alfiere di un darwinismo sociale espresso in modo plastico dall’aumento della tassazione indiretta, nel mentre le imposte sui redditi più alti e i grandi capitali se subivano un ritocco era verso il basso, che più che portare alla rovina la classe operaia britannica (dati ufficiali: in quattro anni la disoccupazione quadruplicava) semplicemente l’avrebbe spazzata via.
Pare un paradosso (ma se ci pensate non lo è) che gli Specials, oppositori fierissimi della Lady di Ferro, agiscano seguendo i dettami più puri della libera impresa. Rimpiazzato Hutchinson con il ventiquattrenne di origini irlandesi John Bradbury, in gennaio si sono tassati e indebitati per incidere una nuova canzone liberamente ispirata, per così dire, al cavallo di battaglia di Prince Buster Al Capone. Al gangster di Chicago – Gangsters si intitola per l’appunto il brano – sostituiscono, nella parte del cattivo, Bernie Rhodes e che razza di ulteriore e perfidissima vendetta è che Dammers abbia scritto il testo accompagnandosi su una delle chitarre di Joe Strummer. Risolto il problema del lato B appaltandolo all’amico Neol Davies, che ha in un cassetto uno strumentale composto con Bradbury due anni prima e chiamato The Selecter, i ragazzi si cercano un distributore, lo trovano immediatamente in Rough Trade e procedono a stampare, sempre attingendo al gruzzoletto di cui sopra, cinquemila copie.
Forte degli studi al liceo artistico e dei trascorsi modernisti, Jerry Dammers elabora la stilosissima grafica bicolore che renderà immediatamente inconfondibili i prodotti 2-Tone: etichetta a scacchi nella fascia centrale orizzontale e in una verticale posizionata a sinistra del foro la mascotte Walt Jabsco, omino disegnato prendendo a modello, con stupendo gioco di specchi, il Peter Tosh di una vecchissima foto nella quale i Wailers facevano finta di essere gli Impressions.
Gli spettacoli dal vivo si moltiplicano e sono sempre più affollati, il passaparola funziona e insomma la missione impossibile di vendere cinquemila copie di un singolo senza avere alle spalle una casa discografica vera viene portata a termine in poche settimane, fra aprile e maggio. Non fa ovviamente un soldo di danno che il solito John Peel oltre a trasmettere il brano da Radio 1 convochi la band per una seduta di registrazione chez BBC, né che le recensioni dei settimanali, dal New Musical Express in giù, sconfinino nell’apologetico. Dopo i Sex Pistols mai un gruppo è stato tanto chiacchierato e in breve davanti all’ideale porta della 2-Tone (che nemmeno allo zenit commerciale avrà in realtà uffici suoi né uno studio di registrazione, minando così alla base l’ambizione di essere una Tamla Motown o una Stax “made in Coventry”) si forma la coda delle case discografiche: A&M, Arista, Island, CBS, Virgin, Warner e pure Mick Jagger ci fa un pensierino.
La spunta la Chrysalis accondiscendendo a ogni richiesta dei ragazzi: una formale indipendenza esplicitata dal potere griffare 2-Tone la propria produzione, un controllo artistico totale, la possibilità di registrare dieci 45 giri all’anno di altri gruppi con l’obbligo per l’etichetta madre di darne alle stampe almeno sei. Dapprincipio perplessi di fronte alla prospettiva di pubblicare dei dischi senza imprimerci il proprio marchio, alla Chrysalis si rendono presto conto che per la modica cifra di mille sterline a singolo stanno delegando un’opera di scouting di solito assai più costosa quando sono loro a svolgerla. Lietamente si prestano e comunque a quel punto sarebbero stati disposti a ben altro per mettere le mani su un fenomeno che promette di diventare enorme e comincia a mantenere le promesse quando Gangsters/The Selecter, ristampato, entra istantaneamente nei Top 10.
Imprevisto effetto collaterale: Davies forma subito una band chiamandola per l’appunto Selecter, altro settetto che percorrerà una strada non lunga in assoluto ma a sufficienza da posarci, cammin facendo, due pietre miliari. Indice duplice – del fiuto di Dammers e del fatto che in tanti (e avendo iniziato all’insaputa gli uni degli altri) stiano lavorando in Inghilterra a un recupero creativo dello ska – che entro Natale esordiscano discograficamente per la 2-Tone due complessi che avranno storie importanti come i Madness, al numero 16 in classifica con un doppio tributo a Prince Buster, e i Beat, sesti con una personale resa del classico soul di Smokey Robinson & The Miracles Tears of a Clown. Fra questo e quel singolo si intrufolano i Selecter con la loro prima uscita vera e salgono fino all’ottava posizione con On My Radio, due piazze sopra gli Specials di A Message to You Rudy, sorniona cover del capolavoro di Dandy Livingstone nella quale come già nell’originale rifulge il trombone del quarantacinquenne giamaicano Rico Rodriguez: da lì in poi presenza ricorrente.
Per il primo numero uno non bisognerà aspettare che il gennaio 1980 e a stupire sarà giusto che gli Specials (per l’occasione tornati Special A.K.A.) lo colgano con il più inconsueto dei formati, un Live EP che alla incirca autografa Too Much Too Young fa seguire una rilettura di Guns of Navarone degli Skatalites e una Skinhead Symphony che mette insieme Longshot Kick the Bucket con Liquidator degli Harry J All Stars e Skinhead Moonstomp dei Symarip. Che diamine! Non si vedeva una roba simile dal Merseybeat e non sembra fuori luogo che ci sia chi si riferisce alla banda Dammers come ai Fab Seven.
Ininfluente regia di Elvis Costello, pubblicato nell’ottobre 1979 (migliore piazzamento un quarto posto), Specials tuttora emoziona e scatena frenesia come il primo giorno e se lo si può dire un album ska è nella stessa misura in cui si può definire il primo Led Zeppelin un disco di blues elettrico. Certamente i Padri sono omaggiati, con le già nominate A Message to You Rudy, Too Hot e Monkey Man e a suggello con la dolcissima You’re Wondering Now, una rarità datata 1964 di tali Andy & Joey ripescata chissà come e dove. Altrettanto sicuramente vengono scippati, ma con una destrezza tale da obbligare all’assoluzione: se la sincopata Stupid Marriage è ricalcata sull’ennesimo Prince Buster riciclato (il più celebre: Judge Dread) l’esortazione cantilenante di Too Much Too Young è debitrice a Birth Control di Lloyd Charmers. Sono in un momento di tale grazia, a un insuperabile apice nel dolente manifesto antirazzista di Doesn’t Make It Alright, i Nostri da potersi permettere di relegare la canzone che li ha resi famosi, Gangsters, a bonus nella versione su cassetta dell’album. Visto che da quelle parti a 45 giri non è uscita, acconsentono che venga inserita nell’edizione USA del 33 e questo è quanto.

Troppo, troppo giovani
Per dirla con gli Hüsker Dü di qualche anno dopo: la rivoluzione comincia a casa tua, davanti allo specchio. Non da Specials le pose barricadere dei Clash. Il cambiamento passa per cominciare dal gesto più semplice di tutti, l’essere sé stessi, bianchi e neri impegnati nel medesimo progetto. Il cambiamento passa per ammonimenti spiccioli: che il ribellismo è inane e si ritorce contro i ribelli (A Message to You Rudy); che non si può rovinare con una gravidanza precoce la propria esistenza (Too Much Too Young). Il cambiamento passa per la democrazia applicata sempre e comunque, a costo di complicarsi la vita: discutendo e votando qualunque decisione su gruppo ed etichetta; dividendo in parti uguali i profitti indipendentemente dagli apporti al processo creativo; lasciando che una pratica nata per caso – l’invasione di palco – si perpetui, ad abbattere non in metafora la barriera fra artista e pubblico.
Pazienza se quanto all’inizio accadeva nei bis, con decine di spettatori fianco a fianco ai musicisti, comincia a succedere alla terza canzone, se suonare in una situazione del genere è disagevole, se si rischia l’incolumità. Non bastassero le risse che scoppiano sovente in platea, portato talvolta di qualche birra di troppo ma più spesso della frattura nell’universo skinhead fra la cultura originale e la sua appropriazione da parte di frange dell’estrema destra.
Incredibile che i fascistoidi National Front e British National Party cerchino di cavalcare il fenomeno 2-Tone, quando due Specials su sette sono di colore e nei Selecter i neri sono addirittura sei contro un bianco (ed è un bel problema per i terzi Magnifici Sette, i Madness, purtroppo per loro tutti ariani), ma è quanto accade. Dammers tiene la barra dritta. Un po’ esagera e al contrario non esagererà quando nel 2008 dichiarerà che «il nemico era il rock», riferendosi non alla musica in sé ma alle sue degenerazioni divistiche. Chiarendo una volta per tutte, per chi ancora non l’avesse capito, che attitudinalmente le sue simpatie andavano non ai Clash ma ai Crass. Ricordando la delusione che fu per lui, durante l’On Parole Tour, vedere Strummer e “compagni” alloggiati in hotel di lusso e questo senza nulla togliere alla gratitudine e all’amicizia per costoro. «Our band could be your life», per dirla con i Minutemen sempre di qualche anno dopo.
Coerentemente, nella prima incursione negli Stati Uniti (cinque settimane a inizio 1980) il leader che irrazionalmente rifiuta l’evidenza di essere leader lamenta il trattamento da star che la Chrysalis locale riserva al gruppo. Ebbene sì: troppo da ricchi gli alberghi e uno spreco di denaro le limousine. A qualcuno, ad esempio a Golding che la vita del proletario l’ha vissuta (contrariamente al borghese Dammers) e non vorrebbe che lasciarsela alle spalle, cominciano a girare: che male c’è a spassarsela un po’?
Quello che voleva essere un tentativo di replica della prima British Invasion (per gente come Mighty Mighty Bosstones e Rancid gli Specials a Saturday Night Live saranno in ogni caso l’equivalente dei Beatles da Ed Sullivan) non si risolve per certo in un fallimento ma nondimeno evidenzia le prime crepe. Approdo agrodolce di un percorso trionfale nella seconda metà del 1979 e soprattutto in un ultimo quarto che ha collocato la 2-Tone al centro del pop britannico, con cinque singoli e un LP altissimi nelle classifiche, le quaranta date di un package tour con Specials, Madness e Selecter sold out e la BBC impegnata a girare un documentario su una scena che è parsa sbocciare dal nulla. A una così subitanea ascesa non seguirà un rovinoso precipitare a valle. Un’implosione, semmai.
Non ce n’è nemmeno un presagio nel brillante debutto a 45 giri delle Bodysnatchers (sette pure loro e tutte ragazze) in marzo (ma saranno il primo gruppo della casa a non arrivare a realizzare un album), né nel nuovo singolo che gli Specials danno alle stampe in maggio. Sul lato A un primo anticipo di secondo LP, una Rat Race adeguatamente a rotta di collo (con tanto di piano sull’orlo del boogie) e sul retro la diversamente esuberante (con un’armonica che fa molto Dylan) Rude Buoys Outa Jail. Come va? Numero 5, non c’è male, grazie, e se tanto mi dà tanto Dammers dovrebbe essere particolarmente felice che questa l’abbiano scritta Golding e Panter e quella Radiation, suo primo contributo ex novo dopo Concrete Jungle. In calce al 45 giri successivo ci saranno le firme sua e di Staples sul davanti, solamente la sua sul retro. Si somigliano abbastanza una Stereotypes cinematograficamente in bilico fra Spagna e Nordafrica e una International Jet Set che punta con più decisione il Medio Oriente. Entrambe alquanto distanti da qualunque cosa inclusa sul primo album.

Di More Specials, pubblicato nel settembre 1980 e un numero 5 capace di piazzare tre singoli nei Top 10 (dopo Rat Race e Stereotypes, Do Nothing), Byers dirà che «fu il nostro Sgt. Pepper’s». Dammers si dichiarerà d’accordo, salvo far notare che i loro anni Sessanta gli Specials li consumarono in sì e no quindici mesi: e come sarebbero potuti durare? Con il senno del poi, oltre a una lodevole voglia di crescere evitando di farsi rinchiudere in un recinto, il disco evidenzia scarsezza di coesione e in tralice indizi di sfaldamento.
A suonarlo di seguito al predecessore, non si nota cesura fra You’re Wondering Now e Enjoy Yourself (It’s Later Than You Think): cover di una cover essendo una rilettura ricalcata su quella dell’immancabile Prince Buster di uno standard pop dei tardi Quaranta. Parte Rat Race e si potrebbe pensare che l’album avrebbero anche potuto intitolarlo More of the Same. Invece no. Sul tragitto circolare che porta a una ripresa del brano iniziale apposta a congedo, lo ska è un desaparecido, assente nelle fosche slabbrature di Man at C&A come nella seduzione rockabilly-pop di Hey Little Rich Girl e in quella soul di I Can’t Stand It, nel triplo omaggio a John Barry, James Bond e James Brown di Sock It to ’em JB, nella lounge di Pearl’s Cafe, nell’exotica di Holiday Fortnight.
Manca all’appello – ma c’è una logica nel fatto che manchi, dacché da sola avrebbe modificato radicalmente atmosfera ed equilibri – la migliore delle tracce registrate dai Nostri, una favolosa versione caracollante e puntuta della dylaniana Maggie’s Farm relegata sul lato B di Do Nothing. Inutile dire chi sia per loro la Maggie nella cui fattoria rifiutano di continuare a lavorare.
Nelson Mandela
Da gelidi venti sintetici emerge una melodia triste e sinuosa, con una fragranza di notti d’Arabia. La ritmica si distende singultante, sottendendo una progressione di accordi di gusto jazz e voci petulanti. Si apre un ritornello che sa di premiata ditta Strummer/Jones ultima maniera. Parole come macigni. In vetta alle classifiche britanniche nel giugno 1981, colonna sonora dei disordini che divamparono dapprima a Brixton e Liverpool e poi un po’ ovunque nella terza estate dell’era Thatcher, Ghost Town resta uno dei singoli più memorabili di sempre, in qualunque ambito. Nonché la più clamorosa delle conferme della peculiare abilità di Jerry Dammers nel cogliere, qualche volta precorrendolo, lo spirito dei tempi.
Le sue antenne risultano meno (per niente) ricettive quando si tratta di intercettare i malumori che montano fra i compagni d’avventura: stremati da una campagna concertistica infinita (sono tornati negli USA, sono stati in Giappone e a Montreux, hanno continuato a battere palmo a palmo la Gran Bretagna); stressati dalle registrazioni andate per le lunghe (la produzione avocata a sé da Dammers medesimo) del secondo LP; qualcuno con problemi di alcool, altri di droga e tutti di ego quando alla buon’ora ce la si fa, dopo due anni senza una pausa, a prendersi alcuni mesi di vacanza. Non ha rasserenato gli animi la brutale aggressione a sfondo razziale di cui è rimasto vittima Lynval Golding (da un male si produce un bene quando ne trae lo spunto per scrivere l’accorata Why?, uno dei retri di Ghost Town), né possono farlo le fortune commerciali declinanti, sebbene relativamente e con la formidabile eccezione dei padroni di casa, della 2-Tone.
Sia come sia: enorme lo sbalordimento quando Terry, Neville e Lynval gli comunicano che se ne vanno. Indicibile l’amarezza quando il brevissimo iato, due settimane, fra l’annuncio della nascita dei Fun Boy Three e la pubblicazione dell’esordio a 45 giri, The Lunatics (Have Taken Over the Asylum), rende lampante che era da mesi che tramavano la scissione. Che poi la prima uscita del neonato trio musicalmente non si discosti punto dalle ultime cose degli Specials è una crudele sottolineatura che a determinare lo scisma non sono state le tradizionali “divergenze di ordine musicale”.
Rimasti in quattro, gli Specials si riducono a tre – Dammers e la sezione ritmica – quando anche Byers opta per andare altrove a fare la sua cosa e fonda i Tearjerkers con il fratello Mark. E non sono che due, Jerry e John Bradbury, essendosi fatto sequestrare da una setta Horace Panter, quando riciclando la sigla Special A.K.A. tornano nel gennaio ’82 a dare notizie di sé con uno dei singoli più disturbanti che si ricordino. Più un film dell’orrore quotidiano che una canzone, con nelle vesti di attrice monologante Rhoda Dakar delle disciolte Bodysnatchers, The Boiler è il crudissimo resoconto, su una base di ska stridulamente jazzato e con inserti surf, di uno stupro e vi garantisco che vi basterà un ascolto per non dimenticarlo. Mai. Più.
Un mese dopo si colloca agli antipodi la collaborazione con Rico Jungle Music, esilarante canzonetta all’incrocio fra Caraibi e Africa. Per il primo 45 giri “vero” del secondo corso tocca attendere fine anno e una novella Ghost Town, ma ancora più lugubre e con come argomento il conflitto israelo-palestinese. War Crimes è il primo disco di Jerry Dammers a non entrare in classifica.

Di nuovo: non butto via il poco spazio che mi rimane con un rapporto dettagliato sulla gestazione tormentatissima e lunga due anni di In the Studio, che esce nel giugno 1984 e sarà l’ultimo titolo non antologico griffato 2-Tone. A un certo punto delle interminabili registrazioni la Chrysalis si è fatta due conti e si è affrettata a spedire Dammers e variabile compagine (ancora: non mi soffermo sugli andirivieni in un gruppo che non suonerà mai dal vivo, ove gli Specials avevano costruito la loro leggenda proprio sui concerti) in una sala di sua proprietà, per cercare di limitare un esborso che raggiungerà comunque l’astronomica cifra di mezzo milione di sterline.
Mangiatosi così non soltanto i proventi di due anni alla Lennon/McCartney ma pure gli anticipi per i due LP che per contratto doveva ancora alla casa discografica, il nostro eroe abbandonava la ribalta e non l’avrebbe più calcata, se non in occasione dell’oceanica festa di compleanno di cui si diceva nella premessa. Non parteciperà alle parziali rimpatriate che vedranno un complesso chiamato Specials produrre quattro album tanto divertenti quanto insignificanti fra il 1996 e il 2001. E negherà l’adesione nel 2009 a un ritorno giusto in apparenza più serio, con tutti i componenti della formazione storica assieme per un 30th Anniversary Tour che avrà propaggini rilevanti nel 2010 con la partecipazione in aprile al Coachella Valley Music and Arts Festival e in luglio al Benicàssim. Promettono/minacciano un nuovo album Terry Hall, Neville Staples, Roddy Byers, Lynval Golding, Horace Panter e John Bradbury e vedremo. Anche se sembra un po’ un rifare i Clash senza Strummer e finora, per quanto il repertorio sia fantastico e l’energia miracolosamente quasi intatta, non sarà un sacrilegio ma uno spettacolo triste sì.
Viceversa magnifica (da ostinarsi a non sciupare per nessuna cifra al mondo) l’uscita di scena di Dammers, più di un quarto di secolo fa. Persino senza l’apoteosi afro-latino-gospel di Nelson Mandela, in apertura di seconda facciata, sarebbe un disco notevole, anche se in tal caso decisamente più malinconico, come del resto pare promettere la bella copertina in stile Blue Note, lo studio del titolo completamente deserto. È fondamentalmente una collezione di sghembo pop jazzato, con venature di exotica in Bright Lights, soul in Lonely Crowd e rhythm’n’blues in Break Down the Door, un’abbondante spruzzata di Giamaica in Racist Friend e un’eco di Duke Ellington in Alcohol. Se la dedica al leader dell’ANC entra nei Top 10 con il vento in poppa (ultima apparizione del Nostro a Top of the Pops), In the Studio si arresta a un numero 34 onorevole ma chiaramente lontanissimo dal poterne ripagare i costi. Il quarto singolo che ne viene tratto – ed è la canzone più in punta di dita, l’umoristica What I Like Most About You Is Your Girlfriend – si ferma al 60. Cala il sipario.
Pubblicato per la prima volta su Extra, n.33, inverno 2010. Ristampato in Extraordinaire 2 – Di musiche e vite fuori dal comune (Hip & Pop, 2022). Adattato. Rico Rodriguez e John Bradbury sono scomparsi a breve distanza l’uno dall’altro (il primo il 4 settembre, il secondo il 29 dicembre) nel 2015. Terry Hall li ha seguiti il 18 dicembre 2022.
