Il blogger Pincopanco (molto attivo anche su Facebook) ci ha fatto riscoprire, qualche anno fa, un capolavoro sconosciuto degli anni '70: Standing Stone di Oliver. Non contento di aver contribuito alla ristampa di un disco ormai introvabile, oggi lancia una nuova etichetta, la Orbited Factory, che si ripropone di pubblicare solo cover dei pezzi di quel disco mitologico. Un progetto quasi paradossale, e per questo ancora più affascinante.
Questa è la storia di una passione. Ebbene sì: in un’epoca in cui il gusto popolare è orientato da major che agiscono tramite gli algoritmi delle piattaforme e dove la pervasività dell’intelligenza artificiale tende a stroncare sul nascere qualsiasi deviazione dalla norma, c’è chi ancora si basa su una ricerca esclusivamente personale, adoperandosi per dare visibilità a opere dimenticate e per riscoprire misconosciuti capolavori completamente fuori dalle mode.
Questa è la storia di Giacomo Checcucci, che molti lettori conosceranno come Pincopanco, noto blogger che parla di musica e, in particolare, di cose eccentriche e non allineate. Alcuni anni fa Pincopanco si è tolto lo sfizio di riascoltare metodicamente gran parte della produzione britannica degli anni ’60 e ’70 – specialmente quella inclusa nel periodo tra 1964 e 1974 – perché era un’epoca che rientrava pienamente nei suoi gusti personali. L’esito di questa operazione ciclopica è stato dare la palma di "miglior disco da rivalutare" a Standing Stone, un'autoproduzione di tale Oliver pubblicata nel ’74 in pochissime copie e presto diventata irreperibile (oggi un vinile originale ha quotazioni di migliaia di sterline).
Difficile dire quale sia stata la causa e quale la conseguenza, fatto sta che, di lì a breve, nel 2022 Standing Stone è stato ristampato dall'etichetta spagnola Guerssen ottenendo ottimi riscontri di critica e pubblico (di questi tempi è in pista una seconda ristampa). Ma siccome alla passione non bisogna porre limiti, Pincopanco ne ha pensata una nuova: ha fondato una nuova etichetta, Orbited Factory, con la quale si propone di pubblicare cover da quel disco, a opera di artisti vari incaricati di volta in volta. Per saperne di più, abbiamo contattato Pincopanco/Giacomo per farci raccontare questa storia più in dettaglio.

La prima domanda è inevitabile: perché proprio Standing Stone? Cos’ha di speciale?
Standing Stone di Oliver è semplicemente un disco unico. Nel mio riascolto di album britannici usciti tra il ’64 e il ’74 non ho trovato niente di analogo, quindi non saprei dirti il titolo di un altro lavoro di quel periodo e di quell’area che abbia le stesse caratteristiche: intendo un’autoproduzione, dato che per trovare qualcosa di simile bisogna pescare tra i capolavori, tra gli album dei grandi artisti di quella stagione.
Ad esempio, quale altro disco?
Beh per gli effetti eccessivi delle chitarre dico Here Come the Warm Jets di Brian Eno. Secondo me, sono due tra gli album che hanno anticipato lo shoegaze con più preveggenza. Ma se il primo Eno è poco noto rispetto all’Eno produttore, all’Eno di Bowie e all’Eno dell’ambient, Standing Stone è proprio trascurato. E allora ho deciso di invertire la rotta, di farlo scoprire a un pubblico più vasto possibile.
Oltre agli effetti delle chitarre quali sono gli altri elementi di originalità in questo disco?
Innanzitutto Oliver in alcuni casi applica un uso di effetti massiccio anche alla sua voce, che è già poco comprensibile di suo… Sembra quasi che giochi con una certa idea di incomunicabilità. Canta in maniera grottesca, emette versi animaleschi e, non contento, gioca con l'effettistica. Poi registra tutto da solo nella sua fattoria con strumenti di fortuna: è un one man band che fa home recording in lo-fi quando queste espressioni non erano ancora cool! Inoltre, prova a fondere i suoni della sua musica con i rumori ambientali, che si tratti di versi di animali che di rumori d’ambiente. Per Oliver non esiste una cesura netta tra musica e contesto: lui cerca di inglobare nelle registrazioni tutti i rumori in cui è immerso. Sembra quasi la versione popolare di un artista d’avanguardia. Usa persino oggetti di uso comune, come scatole o molle, per creare gli effetti che senti nel disco.
Però l’idea di incorporare suoni ambientali o funzionali al contesto non è nuovissima: se ne sentono vari esempi nella psichedelia degli anni ’60, e anzi all’epoca era stata resa popolarissima da un disco – oggi molto controverso – come The Dark Side of the Moon. Detto che ovviamente stiamo parlando di due contesti completamente diversi, anzi addirittura opposti (la produzione che cerca il suono perfetto e quella che si fa forte dell’imperfezione), non credi che in Oliver ci possa essere un’influenza indiretta di questi altri artisti?
Quel che dici è vero. Il punto è che nella musica di Oliver queste particolarità sono tante e convivono nelle stesse tracce. Sia chiaro, non mi interessa la logica da Guinness dei primati. So benissimo che qualsiasi trovata in ambito artistico ha almeno un precedente, e certo Standing Stone non si sottrae a questa regola non scritta. Ma arrivo al punto: non mi risulta che Oliver conoscesse gli album dei Pink Floyd. Nel libretto della ristampa Guerssen, Richard Allen dice che i fratelli Chaplin – Giles e Oliver – hanno visto la band nell’epoca post-barrettiana al Bath Festival del 1970. Ma tra gli ascolti, quelli fatti con costanza e attenzione, Oliver cita soltanto Robert Johnson ed Elvis Presley e, in maniera meno convinta, Chuck Berry. E ammette di non aver approfondito altri artisti.
Ora, naturalmente, trattandosi di una testimonianza orale e diretta, si può benissimo pensare che l’artista menta e voglia tacere le sue influenze. E che abbia creato a tavolino una figura di naïf geniale, tenendo nascosta la sua collezione di dischi nella soffitta della fattoria. L’idea che mi sono fatto, in tanti anni di ricerche, è che si sia confrontato con altri musicisti in famiglia, nei club, all’università, nei festival e nella comune. E che tra la fine degli anni ’60 e l’inizio del decennio seguente abbia assorbito il verbo psichedelico più per osmosi che per studio. Credo che Oliver avesse davvero un approccio diverso rispetto ai coetanei e che fosse sostanzialmente poco interessato alla musica altrui. La sua condizione di semi-isolato, d’altra parte, è una caratteristica interessante che ne condiziona il percorso umano prima che musicale.
In ogni caso, l’utilizzo dei suoni ambientali in Standing Stone è differente da quello dei Pink Floyd. Oliver non estraeva i nastri con gli effetti da un archivio vastissimo o non ricreava quei rumori in studio. Si limitava a registrare nel luogo dove passava la sua esistenza, catturando il verso dei parrocchetti che vivevano nella casetta di legno davanti alla fattoria e il ronzio delle api che uscivano dall’alveare sotto il cornicione, oppure i colpi di martello di un tecnico chiamato per effettuare una riparazione o gli squilli del telefono che suonava a vuoto nella stanza. Ecco, forse, l’aspetto più assimilabile alla produzione dei Pink Floyd è il tentativo di creare rumori “astratti” con oggetti quotidiani. Quell’idea, in effetti, è alla base del progetto abortito di Waters e compagni che avrebbe dovuto intitolarsi Household Objects.
Non pensi che proprio il fatto che Standing Stone sia stato irreperibile per molti anni ne abbia accresciuto il fascino oltre i meriti oggettivi? Che è poi il meccanismo che decreta la nascita, a torto o a ragione, dei dischi mitologici…
Ah beh, che l’irreperibilità abbia aggiunto appeal all’opera è fuori di dubbio. Ma, per quanto mi riguarda, il disco è validissimo di per sé, a prescindere dalla sfortuna distributiva, dalle scarse informazioni a riguardo e pure dalle bizzarrie. Trovo che Standing Stone sia un capolavoro perché, oltre a essere molto originale, è un disco dalla struttura solida e con brani efficaci. Credo poi che il vero mistero sia che resta intatto una volta spiegati tutti i trucchi. In questo senso, mi pare di aver smontato e rimontato Standing Stone in tutte le maniere. Eppure, alle mie orecchie, conserva lo stesso fascino del primo ascolto. Logicamente non sono l’unico a pensarla così: d’altra parte, non credo esista la pura oggettività in ambito estetico. E, per ora, posso dirti che non si è fatto vivo neppure un detrattore a contestare in maniera puntuale, con critiche ed obiezioni sensate, il progetto di rivalutazione di quel disco.
Tra le varie cose, Oliver specifica che tra le tracce non si sentono suoni sintetizzati. Perché non apprezzava i synth?
Non è vero che non li apprezzasse, semplicemente non ne possedeva, con un certo orgoglio, voleva dire che aveva inciso il disco con la strumentazione a disposizione: due chitarre, qualche effetto, un registratore e poco più. Ecco, forse è il momento di citare l’unico vero collaboratore del progetto, al netto di insetti e uccelli: suo fratello Chris. Chris era un ingegnere della BBC e ha aiutato Oliver a mettere insieme l’album in fase di mixaggio e produzione, ma anche applicando ulteriori effetti al materiale nello studio del BBC Transcription Services di Londra.
Arriviamo al dunque: parlami di Orbited Factory e del progetto Stepping Stone. Di cosa si tratta?
Dopo aver collaborato con la Guerssen alla ristampa di Standing Stone, che è definitiva sotto vari punti di vista, ho deciso di fare un passo in più. Ho fondato un’etichetta che possa pubblicare cover delle diciassette tracce dell’album. E queste riletture le ho assegnate e continuerò ad assegnarle ad artisti più o meno giovani ma attivi nella scena attuale. L’etichetta si chiama Orbited Factory e il progetto di cover Stepping Stone… Mi sembra un bel modo per far riscoprire la musica di Oliver e per dimostrare che abbia ancora qualcosa da dire nel 2026. Le reinterpretazioni vengono lanciate come singoli sulla pagina Bandcamp di Orbited Factory. Per ora il progetto sta piacendo parecchio agli appassionati.
Ma sei da solo in questa impresa?
No, non riuscirei a fare tutto da solo… Mi occupo della produzione esecutiva e della direzione artistica: scelgo i musicisti, li contatto, tengo i rapporti, indico le tracce papabili o i riferimenti da tenere da conto. Poi c’è Jethro Chaplin, nipote di Oliver e Chris, che presso i Mwnci Studios, in Galles, masterizza i brani. Per me è una sorta di garante della fedeltà dell’operazione allo spirito dell’originale. E infine ecco Jacopo Valli, anche noto come geometrichorsehair, che ricontrolla tutto il lavoro, poiché in un progetto abbastanza complesso il ruolo di un revisore è indispensabile. Sono due ottimi professionisti e sono fortunato ad averli come compagni di viaggio, anche se a distanza.
Come selezioni gli artisti da coinvolgere e in genere qual è la loro reazione di fronte alla tua proposta?
Li seleziono con logiche diverse. Da una parte cerco artisti in linea con Oliver, dall’altra personaggi dal retroterra completamente diverso. Mi piacciono entrambe le situazioni, mi interessa coinvolgere sia chi si sente affine al materiale di Standing Stone sia chi ne resta spiazzato. Le reazioni logicamente sono diverse: c’è chi lo conosce e mi racconta quando l’ha scoperto o in che edizione lo possiede, chi non ne ha mai sentito parlare e se ne dice entusiasta; ma c’è anche chi mi risponde un po’ freddamente, dicendo che non è la sua tazza di tè o che pur apprezzando quelle canzoni così strane non le sente nelle sue corde. Cosa che, naturalmente, capisco e rispetto. Tuttavia iniziano anche a scrivermi gli artisti stessi per proporsi, ed è una novità di questi giorni che fa molto piacere.
Qual è la percentuale di artisti che hanno risposto positivamente rispetto a quelli contattati? Pensi che riuscirai a trovarne a sufficienza per coprire tutti i pezzi dell’album?
In realtà, l’obiettivo di partenza è più ambizioso: far interpretare tutti i brani a più artisti. Naturalmente non so se riusciremo a farcela. Anche perché stiamo ancora lavorando alla trascrizione dei testi, un compito molto duro, tenuto conto quanto sia difficilmente comprensibile il canto di Oliver. E quindi non tutti i brani sono pronti per essere assegnati. Cercheremo, però, di portare avanti il progetto nella maniera migliore possibile. Per quanto riguarda la percentuale delle risposte positive, non saprei darti un dato preciso… A occhio direi che è più facile ricevere un riscontro favorevole a questa richiesta così particolare che all’invio del curriculum alle aziende o del comunicato stampa ai giornali!
Mi fai una breve panoramica del materiale pubblicato finora?
Hey Danny Young ha inciso Trance con telefoni vintage e registratori giocattolo in una specie di omaggio all’approccio giocoso di Oliver, molto divertente. Kevin Coleman, invece, ha sovvertito la dichiarazione lapidaria del retrocopertina «no synthesised sounds» e ha rimpiazzato i rumori creati in casa (anzi: in fattoria) con un synth, e mi è sembrata un’ottima trovata. Poi Isaiah True Weaver ha riletto il brano che ha dato il nome all’etichetta, Orbit Your Factory, dimostrando di aver colto appieno l’amore di Oliver per il mondo naturale e la libertà creativa. E Jason Simon ha stupito tutti con una cover cupa e inquietante di Where’s My Motorbike, un brano buffo e scherzoso in partenza: in fondo, non è questo che deve fare una cover?
Poi c’è la collaborazione con Momus, forse il nome più prestigioso fino a oggi.
Per me è stato un onore lavorare con un genio di quel calibro. Momus non è solo un musicista e uno scrittore di tutto rispetto, ma anche un teorico che ha dedicato alcune pagine particolarmente illuminanti alla musica alternativa e all’arte eccentrica. Insomma, è un punto di riferimento importante per Orbited Factory. E la sua cover di Getting Fruity mi sembra la logica conseguenza della sua visione della questione. Ha sentito in quel brano alcune consonanze con la musica britannica di inizio anni ’70 e, nella sua reinterpretazione, ha mischiato jug band ed elettronica, portando il brano in una nuova direzione. Era proprio quello che volevo da lui ed è proprio quello che vorrei da una buona fetta degli altri artisti: qualcosa di spiazzante, più simile a una riscrittura che a una rilettura. Spero capiti ancora.
