La storia è piena di band che hanno seminato tanto e hanno raccolto poco o nulla. Caso eclatante i Monochrome Set, tra i primi e migliori a fondere post-punk e anni Sessanta in un linguaggio che ha inventato l’indie pop chitarristico.
Onorare i precursori
Nel vasto oceano del dibattito sull’arte, domandarsi chi abbia fatto cosa per primo è un esercizio che spesso si rivela piuttosto ozioso. Per il semplice motivo che, se è di musica popolare che parliamo, un flusso che ha ormai ben sette decenni sul groppone si coglie appieno nella sua evoluzione e nelle sue sfumature accettandone la natura ibrida, intessuta di meticciati, rielaborazioni e continuità tra passato e presente. Ogni tanto, però, il fan nascosto in chi scrive rialza la testa e, attenendosi alla concretezza della storia, non può esimersi dal ricordare che esistono capiscuola trascurati e perfino ignorati dal pubblico medio e allora cerca di fare il possibile per allargare il bacino d’utenza.
Prendete gli Smiths: fondamentali e larger than life, nessuno lo può negare. Ciò nonostante, nel loro incrocio tra anni Sessanta e new wave pagano un debito ai Go-Betweens e, per venire all’oggetto di queste righe, ai Monochrome Set. I quali sono uno dei più grandi gruppi che la gente non ha ascoltato, vuoi per eccesso di anticipo sui tempi, vuoi per quel genere di raffinatezza che non incontra il gusto di massa, vuoi per l’assenza di una vis polemica che Morrissey ha viceversa padroneggiato a puntino per diventare una star. Eppure non mancava nulla a chi era (è tuttora: la loro resta una delle poche rimpatriate degne di interesse) guidato da chi incarnava il concetto di “nerd figo” come nessun altro prima di lui.
In aggiunta all’abilità con i giochi di parole (arguti assai, i suoi testi meritano una lettura a prescindere dalle sonorità cui sono legati) e nel forgiare melodie strepitose, lungo il settennato ‘78-’85 che corrisponde alla maturità di autore il signor Ganesh Seshadri alias Bid, nato a Calcutta da padre indiano e madre americana, era una sorta di Hrundi V. Bakshi – il tenero pasticcione interpretato da Peter Sellers nel capolavoro Hollywood Party di Blake Edwards – prestato ai Monty Python. Contraddistinto da un carisma quieto, enigmatico e autoironico, ha tratteggiato una figura nuova di frontman che si muoveva lontana dal maledettismo del rock classico, dal cinismo del punk e dal male di vivere di certa new wave.

Pensate a un intellettuale della porta accanto che non ostenta il talento – Alex Kapranos di sicuro ha preso nota – ma preferisce incanalarlo nell’arte. A un eccentrico di gusto, con libri e vinili che tracimano dagli scaffali, oggetti stravaganti sparsi per l’appartamento, l’armadio pieno di abiti stilosi e, con la sei corde a portata di mano, sempre pronto ad assecondare le imperscrutabili svolte dell’ispirazione. Va cercato anche qui il segreto di una perfezione che ha assicurato l’ingresso degli annali, e pazienza se il successo ha arriso ad altri: importa aver racchiuso la bellezza pura dei classici in un’ode suprema al giocare di fino e in punta di penna e al prendersi sul serio solo quando serve. Onore ai Maestri, dunque, e che siano Venerati. Come è legittimo che sia.
Zombie innamorati frequentano curiose boutique
Oltre che cinico e baro, il destino talvolta sa essere buffo nel suo dipanarsi. I natali dei Monochrome Set costituiscono un interessante esempio, considerando che presero forma da un supergruppo “che non fu”, ovvero da quei B-Sides che, pur senza incidere alcunché, servirono da incubatrice anche per Adam & the Ants. Cose che potevano accadere solo nella Londra che nel ’76 testimonia la tempesta punk, allorché il cantante Stuart Leslie Goddard, un chitarrista canadese dal letterario nome Thomas W. B. Hardy (A.K.A. Lester Square, secondo uno squisito calembour…), il bassista Andy Warren e Bid suonano con una ragazza a tenere il ritmo, la quale presto viene rimpiazzata da una batteria elettronica.
A inizio ‘77 Goddard ha un esaurimento nervoso, sparisce per alcuni mesi e quando torna si fa chiamare Adam Ant, ribattezza il gruppo The Antz ed esonera Ganesh, che nel frattempo ha accantonato un tesoretto di brani. Andy rimane con Adam fino al suo LP d'esordio Dirk Wears White Socks, Lester torna alla svelta da Bid e, convocato un tale Charlie al basso (prima del rientro di Warren a fine ’79 lo seguiranno Simon Croft e Jeremy Harrington) e John Haney dietro tamburi e piatti, insieme allestiscono i Monochrome Set. La formazione si fa notare dal vivo non soltanto perché il regista Tony Potts proietta pellicole durante i concerti: spetta soprattutto all’originalità della proposta sistemarla sui taccuini dei nomi da tenere d’occhio e tra i pretendenti è Geoff Travis a spuntarla.
Lungo i dodici mesi seguenti i ragazzi lo ripagano calando per Rough Trade un tris d’assi a 45 giri: il deragliante rockabilly à la Velvet He’s Frank e la Alphaville che inventa i Franz Ferdinand, l’ipnosi orientaleggiante e il surf da cantina di Eine Symphone des Grauens/Lester Leaps In e il ruvido afflato pop che innerva The Monochrome Set/Mr. Bizarro perfezionano un frullato di suggestioni Sixties corrette da inquietudini post-punk, solcate da bagliori esotici e cabarettistici e arricchite da spezie jazz, surf, rock’n’roll e folk rock. Magnifico “a sé” che suggerisce ipotesi di Velvet Underground che nascono in Inghilterra un decennio più tardi, l’idioma si racconta già maturo, vanta una scrittura stellare e spesso spiazzerà con azzeccate variazioni sul tema.
Tanti proveranno a imitare qualcosa di inimitabile che accede alla graduatoria indipendente prima dell’approdo alla Virgin attraverso la filiale DinDisc. In aprile “Strange Boutique” – attenzione alle virgolette – non delude fin già dall’austera copertina di Peter Saville: puntuali la produzione e i ricami tastieristici di Bob Sargeant, sembra incredibile che lo struggente capolavoro Goodbye Joe, una Ici les Enfants da Smiths ante litteram, i Kinks modernizzati di Martians Go Home e Love Goes Down the Drain si arrestino al sessantaduesimo posto. Il mondo, nel cupo 1980, non era ancora pronto per loro, e nemmeno per gli Wire dediti al folk rock in The Lighter Side of Dating, per una briosa Expresso, per il garage schizzato tra Devo ed XTC The Strange Boutique, per un Lester Square che in The Puerto Rican Fence Climber e The Etcetera Stroll precorre l’umoristica eccentricità di casa él.

In autunno Love Zombies consolida e allo stesso tempo espande la tavolozza stilistica piegando urgenza e bizzarria in canzoni un poco più “aperte”. È una formazione sicura dei propri mezzi quella in cui ognuno contribuisce alla composizione e che si autoproduce mostrando un’ancor più pronunciata compattezza esecutiva. Fattori che permettono di transitare con naturalezza da gioielli sarcastici, tesi e giocosi (la traccia omonima, Adeste Fideles, una Apocalypso da suscitare invidia in Edwyn Collins) a episodi che cuciono con disinvoltura barocco, lounge music ed esotismi (B-I-D Spells Bid, 405 Lines), da gag esilaranti e ricche di sostanza (R.S.V.P., The Man with the Black Moustache) a saggi di popedelia obliqua (In Love, Cancer?, Karma Suture, The Weird, Wild and Wonderful World of Tony Potts). Di nuovo, il botteghino fa spallucce.
Il jet-set del pop
Lo spartiacque di una linearità estetica che sa come reinventarsi è costituito dall’addio alla Virgin per finire sul libro paga della Cherry Red e dall’avvicendamento tra Haney e Lexington Crane. Di conseguenza, nell’81 i Monochrome Set tirano il fiato con Ten Don’t for Honeymooners, irresistibile singolo supervisionato con ottima mano da Tim Hart degli Steeleye Span, che entro un annetto ritroviamo nel terzo centro pieno Eligible Bachelors. Dentro un alveo lucido di muscolare minimalismo, l’essenza dell’arte di Bid e soci si impone tramite le Fun for All the Family e The Jet Set Junta che intersecano i DNA di Beatles e Feelies, gli Orange Juice sardonici di I’ll Scry Instead, The Ruling Class e The Mating Game, i Byrds indecisi tra surf e post-punk di On the 13th Day, il sinuoso acid folk Cloud 10, la new wave che sfuma in exotica e viceversa per The Great Barrier Riff, il groove di March of the Eligible Bachelors, gli echi morriconiani di The Devil Rides Out e The Midas Touch.
Attestati di una freschezza atemporale che si arrampica alla sesta posizione della graduatoria indie britannica però lascia sul campo Square e Crane, cui subentrano la tastierista Carrie Booth e Nick Wesolowski. Questa la squadra responsabile dello spigliato 45 giri Cast a Long Shadow, dopo di che Booth se ne va a favore del chitarrista James “Foz” Foster mentre l’imperdibile retrospettiva Volume, Contrast, Brilliance… ripesca il materiale su Rough Trade aggiungendo stuzzicanti sessioni radiofoniche e inediti. Più che una crisi in senso stretto, si tratta di eventi che vanno sommandosi e lasciano il segno quando, negli ultimi mesi dell’83, il gruppo appronta The Lost Weekend.

Cristallino ed elegante, il trentatré giri rimane nel cassetto per via del complicato passaggio alla Blanco Y Negro, succursale di casa WEA che così vanifica l’esposizione radiofonica di una vivace Jacob’s Ladder. Anche se talvolta risente di un po’ di stanchezza (del tutto comprensibile: provateci voi, a sbattere contro un muro di gomma per sei anni…) ottiene nel mezzo degli Eighties il sesto posto nella indie chart albionica, costituendo un degno sigillo all’epoca aurea della band in virtù del singolo di cui sopra e del compagno di cordata Wallflower, della dolce svagatezza di Sugarplum, Cowboy Country e Don’t Touch, della cartolina spagnoleggiante Cargo e della malinconia a tinte pastello di Starry Nowhere.
A un certo punto la fatica chiede il conto: dato alle stampe il live Fin, la band si scioglie per riformarsi a fine decennio attorno al fulcro Bid in un andirivieni di musicisti, temporanee sospensioni dell’attività, graditi riordini degli archivi e una sfilza di lavori di buono e in certi casi buonissimo livello medio. Un percorso che giunge fino all’attualità, nel quale il leader ha inoltre recapitato ben sette dischi con il progetto Scarlet’s Well e, scampato a un aneurisma cerebrale, sta invecchiando con grazia, classe e discrezione. Pregi che appartengono ai veri grandi, ma su questo non abbiamo mai avuto dubbi. Perché, ebbene sì: Bid spells G-E-N-I-U-S.
