
I Minutemen hanno fuso muscoli e cuore in canzoni innovative e appassionate che mostrano il legame tra privato, pubblico e politica. Citando gli amici Hüsker Dü, la loro rivoluzione iniziava ogni giorno davanti allo specchio e raccontava l’attualità mentre cambiava le nostre vite. Qui di seguito ne celebriamo le gesta.
Dudes relatin' to punk
Pare incredibile, ma dalla tragica fine dei Minutemen sono trascorsi già ben quattro decenni e, levato dal muro un calendario, il fatidico 1977 compirà mezzo secolo. Ti chiedi dove sia finito tutto quel tempo, e intanto hai dalla tua la certezza che il revisionismo non può intaccare la svolta fondamentale nell’evoluzione della musica popolare nota come punk. E tutto ciò malgrado la fatica che si fa a definirlo, il punk. Ognuno ne ha un’idea ed è logico che sia così, considerando l’iniziale spinta di libertà estetica e “filosofica” che spiega chiaramente ciò che, per prima cosa, è una forma mentis.
Se questa parola evoca in voi intraprendenza, militanza e genio, lo ricondurrete a Mike Watt, Dennes Boon e George Hurley. Ad “artisti operai” autosufficienti in modo profondamente americano, a una macchina ammazzafascisti guidata da individui che badavano al sodo, a una musica avveniristica eseguita con tecnica strabiliante schivando i virtuosismi e a canzoni minute, che rimbalzano dal crossover al post-rock, propulse dall’armonica collisione tra il flessibile basso di Mike Watt e il dinamico minimalismo della batteria di Hurley e della chitarra di Boon.
Arnesi che disegnano un territorio dai confini in espansione dove ci si orienta con le alchimie di George Clinton, la vena free (jazz) di Captain Beefheart e Pop Group, gli Wire più cerebrali e concisi e le fondamenta proletarie degli Stati Uniti incarnate dai Creedence Clearwater Revival. In una centrifuga che scavava nel passato per rinnovarlo, i Minutemen rispondevano all’era di Reagan con testi che stigmatizzano le ingiustizie aprendosi a poesia e ironia e, infine, annullando la barriera tra pubblico ed esecutore.
Da cercare anche lì la loro grandezza, riassunta nella frase che solevano ripetere dal palco: «Formate la vostra band, dipingete il vostro quadro, scrivete il vostro libro, la vostra poesia». Degli autentici eroi, i Minutemen, come possono esserlo i fratelli maggiori che ti parlano e soprattutto ti ascoltano portando in spalla la condivisione di desideri e timori. Dalla notte del 22 dicembre 1985 in cui il furgone di Boon si è ribaltato in Arizona (amara ironia del destino, lungo quell’Interstatale 10 che era così importante nell’iconografia del gruppo) spezzandogli la vita, abbiamo cominciato a capire la gravità della perdita. Tuttavia, mai come in questo caso lo spirito continua.
Time for politics
Per un americano il termine uomini minuto ha un valore fortemente patriottico, che richiama alla memoria le prime milizie arruolate contro la corona inglese e scelte per gioventù, entusiasmo e prontezza. Aggiungete il fatto che gli ufficiali prendevano decisioni consultandosi con le truppe invece di dare ordini inappellabili e il gioco di parole sul concetto di “piccolo ma compiuto” e avrete la ragione sociale perfetta per una band priva di leader e basata su una lunga amicizia.
Mike Watt nasce nel 1957 da un’operaia e da un marinaio militare che lavora sui motori nucleari: durante la guerra fredda la famiglia si sposta spesso finché non giunge a San Pedro, area portuale di L.A. eletta a residenza definitiva quando i genitori si separano. Il ragazzino resta con mamma e conosce Boon, paffuto figlio di un metalmeccanico della Buick di pochi mesi più giovane che, da abile chitarrista, gli impartisce i rudimenti del basso.
Mentre crescono scambiandosi modelli e ascolti, il rock si trasforma in un simulacro vuoto, però loro non se ne curano e, negli anni Settanta, venerano i Blue Öyster Cult e rifanno Alice Cooper e T.Rex nel garage di George Hurley, batterista fresco di trasloco dal Massachusetts. Il trio diventa un quartetto nel ’78 – il giradischi monopolizzato da Ramones, Television, Jam e Wire – con l’ingresso del cantante Martin Tamburovich, deceduto nel 2003 per una grave malattia infettiva.
Nel panorama che infuoca la metropoli californiana X, Dils e Germs aprono le menti dei Reactionaries, che nei primi mesi del 1980 riaccolgono un Hurley temporaneamente impegnato altrove, tornano al formato terzetto causa amichevole forfait di Martin e si ribattezzano Minutemen. Da subito sperimentano una forma canzone spartana e policroma, sorretta da un avanguardistico equilibrio strumentale/esecutivo e dalla collocazione defilata che, permettendo di osservare la scena locale alla giusta distanza, li esorta a cercare un linguaggio personale. Al mosaico manca solo un tassello, al quale presto provvede il caso.

Politics for (paranoid) times
Una sera i ragazzi incrociano i Black Flag, impegnati a distribuire volantini di una loro esibizione a San Pedro. Increduli che colà possano esistere degli spiriti affini, Greg Ginn e soci li invitano sul palco e un entusiasta Ginn propone loro di registrare per la SST. Debutto per la scuderia cui i nostri amici rimarranno sostanzialmente fedeli, in dicembre l’EP Paranoid Time porge traiettorie oblique, country ipercinetico, eloquenza protestatoria e un arredo sonoro che è già “a sé”.
Il disco stabilisce anche una tipica modalità di lavoro, basata sul controllo assoluto del processo creativo, con incisioni in diretta tenute nottetempo per risparmiare e un D.I.Y. esteso a ogni aspetto, inclusi i tour gestiti facendo a meno dei roadies. Sulle ali dell’orgogliosa, energica disciplina che Boon – abbreviando la parola economy – definisce “econo”, a metà dell’81 si inaugura il marchio di breve durata New Alliance con il 7” Joy sfoggiando l’influenza dei Gang of Four. A breve, lo stringato LP (diciotto brani spalmati su un quarto d’ora!) The Punch Line eccelle nel David Byrne esagitato di Search, nel raffinato incalzare di Warfare e Tension, nell’epidermica complessità di Boiling, Straight Jacket e della title track.
L’anno seguente estese tournée portano Minutemen e Black Flag (Mike ne sposerà la bassista, Kira Roessler) in giro per America ed Europa, tuttavia le conquiste più importanti sono l’irrobustimento della coscienza sociopolitica e un lessico che si espande nell’incandescenza jazz Split Red e nel country-funk-wave If Reagan Played Disco inclusi sul 45 giri Bean-Spill. Ai primi del 1983, l’album What Makes a Man Start Fires? compie un balzo avanti nel quale dove Boon prende il microfono, Hurley domina il ritmo e il bassista si occupa quasi per intero della scrittura.
Applausi allo scattante uno-due di Bob Dylan Wrote Propaganda Songs e One Chapter in the Book, al ciondolare latino con ospite Joe Baiza dei Saccharine Trust di Beacon Sighted through Fog, al flamenco punk Life as a Rehearsal e alla contorta Fake Contest, tuttavia non valgono meno i funk al calor bianco Mutiny in Jonestown e East Wind/Faith, la new wave di Plight, il country mutante The Anchor, la This Road che evoca Bo Diddley e una Polarity che preconizza il math rock. Gioielli che sanciscono il distacco definitivo attraverso sonorità destinate a fare scuola per decenni.

Nickels and dimes
All’abbondanza di idee replica il “mini” Buzz or Howl Under the Influence of Heat con lo schiumare di ambienti Dreams Are Free, Motherfucker!, il Van Vliet in combutta con Arthur Lee di The Product e un uso calibrato dei fiati che lascia affiorare le radici black nell’epilettico funk I Felt Like a Gringo e nella granitica Cut, benché a spiccare sia il gioco di pieni e vuoti Little Man With Gun in His Hand. Tira aria di capolavoro, però all’inizio del 1984 il trio deve guadagnarsi il pane con lavori saltuari e placa l’attesa con The Politics of Time, catalogo di stralci live, demo e curiosità che brilla negli inni Shit You Hear at Parties e Party with Me Punker, nella Joy Jam palingenetica di Oriente e jazz libero e in una Tune for Wind God che è puro Miles Davis circa Dark Magus e, per tramite di Robert Quine, svela l’ascendente dei chitarristi Reggie Lucas e Pete Cosey sullo stile di Boon.
Indizi che contribuiscono alla lezione che si sta per impartire con Double Nickels on the Dime, eclettico capolavoro dalla vocazione sospesa tra London Calling e Sandinista! che condensa temi e stili indicando nuovi percorsi. Messa su nastro in pochi giorni, la mole di materiale richiede il significativo formato doppio (scelto anche sull’esempio dei compagni d’etichetta Hüsker Dü, che avevano appena ultimato Zen Arcade), dove tre facciate sono accreditate ai membri della formazione e la quarta – non senza autoironia – al chaff, ovvero ciò che si butta via dei cereali dopo il raccolto. In una copertina ispirata ai Kraftwerk, Watt ci fissa sorridendo dallo specchietto retrovisore mentre procede verso casa a 55 miglia orarie, velocità che lo slang dei camionisti traduce con “double nickels” laddove nel medesimo gergo “The Dime” indica l’Interstate 10 che dalla Florida termina a Santa Monica.
Non a caso, si viaggia eccome in un ribollente calderone dove troviamo di tutto e di più. Tanto per gradire e cominciare, i travolgenti punk funk Anxious Mo-Fo, Theatre Is the Life of You e Viet Nam e la genesi dei Red Hot Chili Peppers in Maybe Partying Will Help e Untitled Song for Latin America. E poi quadretti à la John Fahey (Cohesion, Do You Want New Wave or Do You Want the Truth?), un canone distillato da maestri (Shit from an Old Notebook, Political Song for Michael Jackson to Sing, The Glory of Man), rivisitazioni degli anni Sessanta (Two Beads at the End) e dei tardi Settanta (Storm in My House, The World According to Nouns), paradossi jazz blues (It’s Expectred I’m Gone, Jesus and Tequila) e personali tributi al Pop Group (The Politics of Time, No Exchange).
La vastità della visione sfocia inoltre nell’Americana di #1 Hit Song e Themselves, nel brivido emotivo History Lesson – Part II, nelle giostre funk wave Nature without Man, Toadies e God Bows to Math, laddove alla tradizione strapazzata da The Big Foist e dalla Corona ripresa dai Calexico rispondono saggi di punk postmoderno (This Ain’t No Picnic), cenni di psichedelia (Take 5, D.) e cover tra il rilassato (Dr. Wu, offrono gli Steely Dan), l’umoristico (Ain’t Talkin' 'Bout Love dei Van Halen compressa in trentotto secondi) e l’affettuoso (il Fogerty di Don’t Look Now). Insieme a Zen Arcade, II dei Meat Puppets e a Let It Be dei Replacements, si appone il sigillo a una stagione tra le più feconde del nuovo rock americano. Inevitabilmente, da qui in poi le cose saranno diverse per chiunque.
No mersh 'til the end
In dicembre i Nostri aprono per alcuni concerti dei P.I.L. consolidando la posizione di punta nel sottobosco indipendente. La mossa successiva consiste nell’espandere il bacino di utenza con un mini-LP scherzosamente intitolato Project: Mersh (nel vernacolo della banda sta per “progetto: commercializzarsi”), che attenua la frenesia in una Hey Lawdy Mama scippata agli Steppenwolf, nel vigoroso R&B The Cheerleaders e nei R.E.M. all’assalto delle FM di Tour-Spiel, continuando però a stupire (chi se ne importa se la chiesa hardcore storce il naso…) nella post-psichedelica More Spiel e in una King of the Hill insieme ricordo dei Love e anticipo di Calexico.
Un successo relativamente più ampio lo raggiunge il trentatré giri 3-Way Tie (For Last), fuori nel dicembre 1985 per la curiosità della stampa mainstream. L’involontario commiato propone un’ulteriore evoluzione nella The Price of Paradise che preconizza Document, in una Lost scritta dai fratelli Kirkwood che suona come i Talking Heads, nella fusione di rap e hard No One e in una The Big Stick che domicilia Joe Strummer presso la Sun, mentre alle riletture di Have You Ever Seen the Rain? dei Creedence e di Ack Ack Ack degli Urinals rispondono partentesi art (Political Nightmare) e ulteriori aperture al folk (Stories, What Is It?).
Ciò nonostante, il destino ha sistemato una curva che strozza le parole in un groppo impossibile da sciogliere. Dopo la dipartita di Boone, i superstiti mantengono la saldezza d’animo bastante per allestire il doppio LP Ballot Result con tracce dal vivo, rarità e brani già noti. Nel più buio sconforto, il bassista si rifugia a San Pedro credendo che sia tutto finito. Invece, per una porta chiusa c’è una finestra che si apre sui fantastici fIREHOSE allestiti con George ed Ed Crawford (fan dei Minutemen giunto dall’Ohio a scuotere l’uomo dal dolore) e sulle altre future evoluzioni di una carriera tuttora in corso. Un cammino lastricato con passione, coerenza e l’indelebile ricordo di Dennes onorato a testa alta. Poco da stupirsi, in fondo, perché punk è chi punk fa.