
Il vile e i Marlene Kuntz che danno forma al caos
Prima che tutto diventasse troppo, tutto uguale. Trent'anni dopo.
C’è stato un attimo, trent'anni fa esatti (era il 26 aprile del 1996), in cui il noise italiano ha trovato la quadra. Il vile è (ancora) quell'attimo: un disco che muta feedback e urgenza in linguaggio senza forzature, trovando un equilibrio perfetto tra istinto e controllo, tra corpo e visione.
| Artista | Marlene Kuntz |
| Titolo | Il vile |
| Data di uscita | 26 aprile 1996 |
| Tracklist | 3 di 3 / Retrattile / L'agguato / Cenere / Come stavamo ieri / Overflash / Ape regina / L'esangue Deborah / Ti giro intorno / E non cessa di girare la mia testa in mezzo al mare / Il vile |
| Formazione |
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Vorrei colpire al cuore, e conquistare il tuo stupore, ma è così dura, credi
1996. In UK debuttano i Placebo ma nelle classifiche sbancano le Spice Girls, da noi Elio e le Storie Tese divertono a Sanremo e Gianluca Grignani dimostra di non essere solo un bel faccino con La fabbrica di plastica. In generale, il grunge viene dichiarato morto lasciando spazio al nu metal e a Marilyn Manson con Antichrist Superstar. I Prodigy buttano fuori tre singoli (Firestarter, Smack My Bitch Up, Breathe) destinati a cambiare le carte in tavola mentre i Future Sound of London sganciano quel capolavoro suburbano che è Dead Cities, i Metallica e i Sepultura dividono i fan per motivi diversi con Load e Roots, il britpop riempie gli scaffali dei dischi in cui trovano spazio anche lavori imprescindibili del post-rock. A sorpresa, dato che le reunion ancora non erano un trend, si riformano i Kiss con i costumi e i Sex Pistols.
E poi? Ah, già! I Marlene Kuntz pubblicano il loro secondo album.

Ma non è che ci sono arrivati per caso. Facciamo un passo indietro.
Il nucleo si forma a Cuneo nel 1988 per mano di Riccardo Tesio (chitarra) e Luca Bergia (batteria). Dopo le classiche peripezie, diventano un quintetto con l'ingresso di Franco Ballatore al basso e due ex Jack on Fire (un paio di brani su compilation e parecchi concerti e festival importanti, come Arezzo Wave '88), Cristiano Godano alla chitarra e Alex Astegiano alla voce.
Sintetizzando in maniera stringatissima e approssimativa: Sonic Youth e Bad Seeds come punti di riferimento. Quelli anni '80 ovviamente. Il che, in un'Italia dormiente che grida al miracolo per le pur valide Posse (copiate pari pari dal rap americano, solo con una valenza politica nostrana), il rock in salsa G'n'R o quello che scimmiotta gli U2, è un punto a favore. D'altra parte tutti iniziano in qualche modo, no?
Il concerto degli Einstürzende Neubauten al Lingotto di Torino del 1989 è un'epifania: Alex comincia a portare oggetti da percuotere in sala prove e si decide il nome: Marlene (da Dietrich) Kuntz (dall'omonima traccia tratta da Locust Abortion Technician dei Butthole Surfers) e le Suppellettili. Il suffisso (che indicava la ferraglia di Alex) viene presto abbandonato per non sembrare una band di rock demenziale.
Registrano un demo ai Puzzle di Torino (gennaio 1990), una comparsata su una compilation (Capello lungo su Pavia Rock) e solito giro di concerti locali. A fine aprile Alex molla prima di un secondo demo (luglio 1990, sempre al Puzzle) e Cristiano si mette dietro al microfono. Un'altra comparsata (maggio '91, Fuoco su Fermiamoli!!! della Sottosopra di Follonica), concerti dove possono (al Macabre di Bra, al Capolinea a Entracque, a Torino a El Paso, ai Murazzi, all'Hiroshima, sagre, festivalini, ovunque capiti). A marzo 1992 sono nello studio Acqualuce di Alpignano per il terzo demo. Tutte queste registrazioni sono recuperabili nel box per il trentennale di Catartica.
Un po'di quel materiale andrà perso, ma la maggior parte diventerà le fondamenta dei due album a seguire. Esce una versione alternativa del demo di Ape regina su Punto zero 9/10. A maggio partecipano a Rock Targato Italia. Falliscono ma vengono ripescati, e un loro brano (una prima versione della Canzone di domani) compare in una compilation allegata a Tutto. L'università finisce per tutti, e bisogna tirare le somme. Stringono i denti e continuano.
A ottobre tentano una raccolta fondi per un EP fatto bene tramite annuncio su La Masca: in prevendita 20 adesioni. Scarse. Eppure a forza di tentare, nel maggio 1993 si fa vivo Gianni Maroccolo. A giugno Enrico Romano, talent scout della MCA Italia, li contatta dopo aver letto su Rockerilla una recensione entusiasta del terzo demo. Maroccolo e Romano si accordano per un disco, finanziato dalla MCA e distribuito dal neonato Consorzio Produttori Indipendenti.

A dicembre 1993, in un rustico sulle colline del Calenzano, vicino a Firenze, registrano Catartica. Uscirà ad aprile 1994 e, dopo un inizio non male, prenderà il volo anche grazie ai CSI che, in televisione, lo promuovono indirettamente coverizzando Lieve nel loro unplugged su Videomusic (diventerà subito un CD e una VHS dal vivo) il 3 giugno. Senza considerare l'importanza di Nuotando nell'aria, quella ballata acida perfetta e senza tempo (lo sa bene Manuel Agnelli che, forse involontariamente, ne ha ricalcato la progressione musicale più di vent'anni dopo per la splendida Grande). Altri passaggi TV (Segnali di fumo), videoclip in heavy rotation (Merry X-Mas e ancora Lieve) e tonnellate di concerti, più di dieci dozzine.
Cambio di bassista (Franco Ballatore era sui demo, Gianluca Viano su Catartica). Entra per un breve periodo Paolo Enria e partecipa a Materiale resistente con la bellissima Hanno crocifisso Giovanni, forse il brano più debitore dei Sonic Youth di tutta la loro carriera. Nuovo turnover alle quattro corde: presentato dal fonico Flavio Monti in una serata etilica alla Lega dei Furiosi a Torino, arriva Dan Solo, ex Jester Beast, thrasher torinesi che a cavallo tra gli '80 e i '90 avevano pubblicato un paio di demo, un album micidiale (con copertina firmata da Bonvi) e un EP, suonando in svariati tour italiani ed esteri mica male. Uno che ci sapeva fare insomma.
Tacere, sai, dopo i trent'anni è la cosa più semplice
I Nostri invece alla terza decade sono al secondo album, e hanno molte cose da dire. A cavallo tra novembre '95 e febbraio '96 viene registrato Il vile. Dietro al mixer di nuovo Marco Lega, un produttore che a forza di scornarsi con la band è riuscito a rendere il precedente Catartica un piccolo gioiello: con Il vile le cose andranno ancora meglio. Undici tracce perfette, dove anche il brano meno incisivo (la punkeggiante E non cessa di girare la mia testa in mezzo al mare, l'unica senza la produzione di Marco) ha la sua funzione ben specifica: far scapocciare anticipando in sordina il riff ipnotico che ritroveremo nella title track posta in chiusura (con coda debitrice a Head Dirt dei Godflesh). Nessun pezzo fuori posto (tranne una piccola dimenticanza in 3 di 3, ma che sarà sfuggita ai più), nessuna parola di troppo.
I Marlene non solo hanno fatto tesoro del noise dei Sonic Youth e dell'industrial degli Einstürzende Neubauten: lo hanno capito. Non è il caos a comandare: sono loro che lo piegano ai propri fini. Ogni feedback è sapientemente dosato e tenuto con le briglie, arte che si apprende dopo migliaia di ore sullo stesso accordo (uno degli insegnamenti di Lega: suona finché i pezzi escono precisi senza pensarci, così dopo puoi concentrarti sulle sfumature e l'interpretazione). I testi di Godano sono sì ricercati, ma ancora ben lontani dall'essere esercizi di stile: parlano di storie di vita vissuta ed è praticamente impossibile non ritrovarsi in uno o più di quei racconti. Non c'è banalità in quelle parole, che passano dalla pura poesia (basti analizzare il primo ritornello di L'agguato, dove metrica, suono e sillabe rasentano la perfezione cinematografica nel descrivere la scena) allo slogan («Voglio una figa blu!», «Onorate il vile!») comunque mai scontato. Si parla di dark rinnegati svenduti alla società (Retrattile), di threesome in macchina (3 di 3, appunto, la vecchia Sezione erotica n. 3), di amori persi (Come stavamo ieri), di eroina (Overflash), di noi. Sono testi (molto) post-adolescenziali dalla forte matrice visiva e poetica, che mai come in questo album sono riusciti a fondersi alla perfezione con la musica. Se si paragona Ape regina alla sua versione originale su demo (che aveva un incedere più spigoloso figlio dei Bad Seeds), è impossibile non capire quanto il lavoro di arrangiamento sia stato ineccepibile, con una band pienamente presente a se stessa, sia nei molto pieni (la seconda parte di L'agguato, per esempio) sia nei molto vuoti (Come stavamo ieri: il rullante con sordina a battere il tempo, accompagnato solo dal basso con Octaver mentre una corda di chitarra accenna le due note contrapposte). O il mantra basso/batteria che fa da perno a tutte le variazioni di chitarra di Cenere, altro ripescaggio dal passato (La divina) completamente trasfigurato.
È un lavoro che emana tensione, vitalità, erotismo senza un grammo di machismo. Quando esce nei negozi il 26 aprile, anticipato dal singolo Come stavamo ieri, in pochi possono parlarne male: si è di fronte a un disco maturo, pieno di vette assolute, che consacra i Marlene come la band italiana da seguire. È un album che, senza volerlo, accontenta (quasi) tutti: coccola gli orfani del grunge, dà sollievo agli alternativi amanti del noise ormai soffocati dal troppo funk che sta imperando, fa ballare i punk con i ritmi sostenuti, scapocciare i metallari, innamorare le teenager e riflettere i dark con gli intrecci verbosi delle liriche.
Inoltre Cristiano e gli altri hanno il physique du rôle: magri magri (le malelingue dicevano tossici) e sempre elegantemente in camicia, le loro figure efebiche si stagliano davanti agli spot bianchi posteriori dei palchi creando figure contorte e morbosamente attraenti. Dal vivo, appunto, sono inarrestabili (più di 150 date solo per quel tour, compresi i famigerati concerti con i Prodigy e il leggendario Arezzo Wave '97) e il culto, oltre alle comparsate in TV e a festival importanti, sarà cementato nel 1997 dall'home video Petali di candore, ristampato in DVD giusto dieci anni fa per il ventennale dell'album.
Coadiuvata dai continui passaggi televisivi del live di Festa mesta (strofa para para a Bruise pristine – Molko furbetto) e dai passaggi nelle trasmissioni radio a tema, la sbornia di Il vile sarà lunga e – come bicchiere della staffa (i maligni sosterranno riempitivo) – a inizio 1998 viene pubblicato un EP, Come di sdegno, che è cartina al tornasole dei MK post-Vile. Ci sarà spazio per la rompicollo Donna L (altro ripescaggio rivisitato dai demo) e la sconfortante Aurora, mentre La vampa delle impressioni, frutto di mezz'ora di improvvisazioni, porta in sé il germe di L'odio migliore: il riff in embrione dopo il minuto 18 e quello paranoico introduttivo che prende vita dal minuto 21 in avanti.
Ecco allora che il brano d'apertura del terzo album, Ho ucciso paranoia, diventa il punto finale dell'era di Il vile, giacché il remix/anteprima di Questo e altro era già, inevitabilmente, più altro che questo. Lo stesso singolo/EP apripista sanciva sì un nuovo inizio, ma anche la fine di un ciclo. Da una parte le versioni dal vivo di Festa mesta e Ape regina, a rappresentanza di due apici degli album precedenti, dall'altra l'ultimo colpo di coda di "quei" Marlene (L'odio migliore, appunto, con videoclip alienante annesso, girato nei cessi del Tenax) e un assaggio di quella che sarà la nuova fase, più riflessiva ma ancora ben distante dalla calma (apparente?) che arriverà dopo con Che cosa vedi: la Spora 14 – Perdutamente, antipasto dell'ultimo tassello di una trilogia che continua a essere ritenuta imbattibile tutt'oggi, di cui Il vile resta il punto più alto, la sintesi perfetta non dei Marlene in sé, ma del loro suono perfettamente sposato in un matrimonio prossimo al divorzio con il momento storico in cui è uscito.
Nasconderò dove vivevi solo tu
Musicalmente quegli anni '90, in Italia, sono stati segnati profondamente non solo da alcune trasmissioni RAI o MTV, ma anche da Videomusic, Match Music, Music Box, Tmc2, Tele+ e tutta una serie di canali tematici inerenti alla musica che, quotidianamente, facevano compagnia agli studenti o ai ventenni dopo il lavoro in settimana. E le radio: Stereodrome, poi Planet rock, poi Suoni e ultrasuoni – erano programmi RAI e quindi ascoltabili da chiunque, uno scorcio alternative via mainstream che andava a braccetto con le decine di radio locali e trasmissioni specializzate.
Non giravano chissà quanti miliardi, ma non era impossibile per un'etichetta indipendente investire tot milioni in un progetto in cui credeva per avere un prodotto di qualità: ci si poteva rientrare e chissà, forse guadagnare pure – qualche decina di migliaia di copie e via. Perché, sembra strano oggi, ma la musica cosiddetta alternativa vendeva, era di moda. Le riviste specializzate, da quelle più colte (Il Mucchio, Rockerilla, Rumore) a quelle meno impegnate (Tutto, Rock Sound, Rockstar) fungevano ancora da faro assieme ai videoclip e alle radio, e in assenza della rete e di mille pareri non richiesti, chi amava la musica si affidava a quei punti di riferimento per farsi un'idea. Ecco che se un nome compariva non una ma più volte in varie situazioni, e la maggioranza ne parlava bene, valeva la pena di investire le trentamila lire (mezza giornata di lavoro) in un CD. A scatola chiusa magari. Ci si fidava.
Basti vedere appunto la storia dei Marlene Kuntz: se arrivare al primo album poteva essere anche un colpo di fortuna (un posto che si liberava in un contest, una recensione positiva in mano a un manager), gli anni precedenti erano una mattanza continua. Era dura: servivano caparbietà, costanza, abnegazione, sacrificio economico e di tempo. Si metteva in gioco la vita, rischiando letteralmente il proprio futuro. Non tutti passavano il turno, ma chi ce la faceva solitamente aveva tutto il diritto e tutte le qualità per essere arrivato lì. E, soprattutto, aveva talento e qualcosa da dire. Altrimenti nessuno ci avrebbe investito soldi (piuttosto li avrebbe spesi nelle colonne sonore di due film culto per gli adolescenti degli anni '90 – Jack Frusciante è uscito dal gruppo e Tutti giù per terra). Business? Sicuramente. Ma al fruitore rimaneva la qualità. Poteva essere che qualcun altro fosse più meritevole, però insomma, perlomeno c'era una cernita, magari sommaria, ma meglio di niente. Erano gli anni Novanta, e fino ai primi anni Zero, più o meno, ha funzionato. Poi basta.
Oggi di tutto quel mondo non c'è più nulla. Finita l'università, in tantissimi si sono trasformati in retrattili, poco importa se ex nerovestiti o flanellati, e per colpa della rete, dopo un'iniziale esplosione positiva, ci si è trovati immersi in un mare piatto indistinguibile. Come oggi. Non che non ci sia più buona musica o fonti per avere informazioni, al contrario: c'è troppa roba. Proprio per questo, però, è tutto frammentato, e un lavoro omogeneo e monolitico, artisticamente e socialmente aggregante e impattante come è stato Il vile oggi è difficilmente replicabile. Lo sanno bene anche loro, che festeggiano con un tour di successo il suo trentennale: lo hanno fatto anche vent'anni fa, ma da allora manca un pezzo che dei Marlene Kuntz è stato non solo un membro fondatore, ma il cuore pulsante.
Ecco, Luca, tutto quanto scritto, è per te. E ridillo, ghignando: «Hey critichino!». Hai vinto anche a 'sto giro.
Tre album nello stesso mood
De Glaen – De Glaen (1996)
Secondo disco omonimo per il trio fiorentino, ribattezzato "il disco nero" per la copertina monocromatica. Dopo un esordio più che valido, questo CD spazza via qualunque cosa grazie a una freschezza e lucidità difficilmente riscontrabili su altri lavori contemporanei, perlomeno in Italia. Ecco, se proprio si dovesse scegliere un disco alternativo esportabile del 1996, questo è quello giusto. Qualcosa che sarebbe stato bene in mezzo a Primus, No Means No e Drive Like Jehu, ma con una fortissima personalità, songwriting sopraffino, tecnica eccelsa e attitudine micidiale. La dimostrazione di quanto non avere alle spalle un'etichetta che possa investire seriamente su di te, purtroppo, chiude le porte a una possibile carriera scintillante, anche se solo a livello underground. Faranno ancora meglio con il terzo album, prodotto da Marco Lega, prima dell'inevitabile scioglimento. Due di loro affiancheranno poi Fiumani in una delle formazioni dei Diaframma, mentre il terzo, deluso, appenderà lo strumento al chiodo e sceglierà altri palchi, meno artistici e più politici. Una delle band migliori di sempre a cui lo Stivale abbia mai dato i natali, ingiustamente snobbata. Perle ai porci.
C.S.I. – Linea gotica (1996)
I nostalgici dei CCCP Fedeli Alla Linea rimangono spiazzati di fronte all'uscita del secondo lavoro in studio dei C.S.I., Linea gotica. Di fatto, un album praticamente privo di batteria, che preferiva svilupparsi in larghezza e profondità. Molti i silenzi, molte le contrapposizioni tra il forte e il piano (Sogni e sintomi ne è un fulgido esempio) per un disco difficile, di spessore, completamente in antitesi rispetto a quanto girava negli stereo degli appassionati in quel momento. Probabilmente l'unico in cui Ferretti spiegava il senso dei testi all'interno del booklet, lasciando i fan un po'costernati. Rimane un platter a suo modo incendiario, ma a fuoco lento. Il fragore di un soffio, prima dell'inevitabile riappacificazione con la forma canzone più canonica che si ritroverà su Tabula rasa elettrificata un paio di anni dopo.
Three Second Kiss – For Pain Relief (1996)
Dall'altra parte dello Stivale rispetto ai Marlene Kuntz, a Catania, dopo un paio di demo esordiscono i Three Second Kiss, band devota a un certo tipo di post hardcore/math rock in salsa noise americano, in grado di catturare da subito l'attenzione degli appassionati del genere, grazie soprattutto a una serie di brani azzeccati – cervellotici senza essere sboroni – e un'attitudine sonica apparentemente scazzata ma sul pezzo, in grado di mantenere alta la tensione anche nei momenti più soft. Di difficile reperibilità fisica (il CD uscì per una piccola etichetta indipendente siciliana, la Lollypop, e non è mai stato ristampato ufficialmente), merita comunque un ascolto ripetuto. Come e dove non serv(irebb)e dirlo, no?