Dagli studi improvvisati di Kingston ai palchi del mondo, la parabola di Bob Marley: talento, fede e contraddizioni di un artista diventato voce globale di libertà.
Un giorno imprecisato di inizio 1962, Kingston, Giamaica. È sempre lunga la coda dei questuanti davanti all’ufficio del signor Dodd al Coxsone’s Music City, ma alle nove e mezza di mattina magari no ed è a motivo di ciò che quel ragazzetto basso e smilzo, ma muscoloso, e che dimostra anche meno dei diciassette anni che ha, si è presentato tanto presto. Ha delle canzoni da fare ascoltare a colui che si è imposto in breve come il discografico principe dell’isola e non vuole che nel momento fatidico sia distratto da altro. Strategia fin troppo riuscita, visto che Dodd non è nemmeno arrivato ancora. Né si sa se verrà, gli comunica un tizio dai lineamenti orientali impegnato in una fitta conversazione con un ragazzo ancora più giovane, quattordici anni appena e già un 45 giri all’attivo: tal James Chambers, o Jimmy Cliff che dir si voglia. Hai delle canzoni? Fammele sentire! Chissenefrega se non hai portato la chitarra! Un po’ irritato il giovanotto attacca. Non è nemmeno a metà del primo pezzo quando Leslie Kong se lo piglia sotto braccio e lo accompagna nel vicino studio di registrazione. Stacco.
Parigi, maggio 1977. È una delle più grandi stelle della musica mondiale, ormai, ma un piccolo rimpianto nella sua vita ce l’ha: gli sarebbe piaciuto essere una delle più grandi stelle del calcio mondiale. È una mezzala destra veloce e sgusciante, dagli ottimi fondamentali e con un talento speciale per l’ultimo passaggio, quello decisivo. Si allena come un professionista e gioca spesso. Quel giorno la sua squadra – formata da musicisti, tecnici al seguito, assortiti amici – è impegnata contro una selezione di giornalisti francesi. Uno di costoro entra talmente duro da costringerlo ad abbandonare il campo. Si toglie a fatica lo scarpino destro e osserva preoccupato l’alluce, già uscito malconcio da un altro scontro, due anni prima. Sfido che fa male. Unghia e carne si sono separate. Stacco.
Pittsburgh, Stati Uniti, 23 settembre 1980. Fischi e applausi in uno Stanley Theatre stracolmo si acquietano lentamente quando quell’uomo al centro del palco intona come bis, accompagnato solo da un rullare di percussioni oltre che dalla sua chitarra acustica, il brano designato qualche mese prima a suggellare il suo ultimo album. È una canzone diversa da tutte quelle che gli hanno regalato la fama. È uno spiritual. È un blues.
Gli antichi pirati, sì, mi hanno rapito
Mi hanno venduto alle navi dei mercanti
Dopo qualche minuto mi hanno preso dall’abisso senza fondo
Ma la mia mano è stata resa forte dalla mano dell’Onnipotente
[…]
Tutto ciò che ho avuto, sono canzoni di libertà.
Non mi aiutereste a cantare queste canzoni di libertà?
Perché ho avuto solo canzoni di redenzione, canzoni di redenzione
Non è mai sembrato così fragile. Stacco.
Il portavoce dei senza voce
Non sono i numeri che possono dare le dimensioni vere della fama di Bob Marley e tuttavia i numeri impressionano: i quindici milioni di copie venduti in ventitré anni da Legend così come quel pazzesco milione totalizzato dal quadruplo del 1992 Songs of Freedom, cifra che ne fa il cofanetto di maggiore successo di sempre e di chiunque. L’artista più popolare di tutti i tempi? Per certo uno le cui vendite vanno misurate non in decine ma in centinaia di milioni di copie, benché negli Stati Uniti non abbia mai sfondato davvero (il piazzamento migliore un numero 8) e in Gran Bretagna non sia andato al primo posto che post mortem. Il conteggio non potrà mai essere preciso, inevitabilmente approssimato per difetto.
Stiamo parlando dell’autore di Simmer Down, il 45 giri più ascoltato nel 1964 in Giamaica, ottantamila esemplari e facendo le proporzioni è come se un singolo in Italia ne totalizzasse due milioni. Stiamo parlando dell’autore di Trenchtown Rock, nel 1971 prima per cinque mesi filati nell’isola caraibica. Stiamo parlando di un autore e un gruppo sconosciuti in Europa quando nell’aprile 1973 vedeva la luce l’esordio su Island, Catch a Fire, ma che in patria erano i numeri uno già da nove anni.
Se si possono ritenere ragionevolmente esatti i conti fatti da quel momento dall’etichetta di Chris Blackwell non bisognerebbe dimenticarsi che, in base a un accordo parte integrante del contratto Island, gli LP “inglesi” di Marley in Giamaica uscirono Tuff Gong, marchio di proprietà dell’artista stesso. Quanto vendettero? Non lo sapremo mai, come non sapremo mai a quanto erano arrivati i dischi su Beverley’s, World Disc, Studio One, Coxsone, Ska Beat, Rio, Doctor Bird, Bamboo, Trojan, Summit, Black Heart, Justice League, Maroon, Upsetter, Punch, Unity, Shelter, Clocktower, JAD, Wirl, CBS, Cotillion, Jackpot, Wail’n’Soul’m, Musik City, Escort, Supreme, Bullet, Green Door, G&C. Eccetera.
Ma considerate soprattutto questo: che c’è da presumere che per ogni copia legale del solo Legend venduta in Occidente o in Giappone, nel mondo abbiente insomma, dieci taroccate siano finite sui banchi dei mercati di Addis Abeba o Kinshasa, di Bombay come di Caracas, ad Algeri, in Costa d’Avorio o nelle Filippine. Quanto sarebbe piaciuto a Marley tutto ciò! A lui che a un dato punto si fece attentissimo ai bilanci, ma solo perché si era stufato di farsi fregare e aveva tante bocche da sfamare. A lui, che dopo ogni concerto nel suo paese era solito caricare un furgone di frutta e andare a distribuirla ai poveri. A lui, che non diede mai importanza ai beni materiali e più un disco vendeva e più era felice, ma non perché era diventato più ricco, no: perché il messaggio era arrivato a un altro po’ di gente. E il messaggio è arrivato eccome.

Più celebre e celebrato di quanto non sia mai stato in vita, Marley emoziona come se non se ne fosse mai andato: la sua faccia – icona di straordinaria forza, Malcolm X con i dreadlocks, Che Guevara del pentagramma – e la sua musica riconosciute ovunque e soprattutto là dove di canzoni di redenzione c’è un disperato bisogno. Perché tutto il resto manca.
Fu il primo portavoce dei senza voce e continua a esserlo. Non è questione di qualità delle canzoni, che pure è stratosferica ma da sola non spiega perché costui sia noto e amato anche dove i Beatles o Madonna non lo sono. Non è questione di carisma, che era talmente smisurato da riuscire a farsi catturare dai solchi dei dischi ma dopo qualche decennio non può che sfumare nel Mito. E non è nemmeno questione di credibilità, siccome stiamo parlando di un uomo che era, per dire, fermamente convinto della divinità di Hailé Selassié e che l’Etiopia fosse la Terra Promessa dove gli eredi della diaspora africana sarebbero stati di nuovo a casa.
È un altro il segreto del perdurare di Marley, del suo ritrovarsi cristallizzato in una bolla atemporale in cui risuonano parole che sanno di verità e parlano di pace ed eguaglianza, valide ora come quando furono pronunciate. È che, come nessuno, Marley smentisce quell’adagio springsteeniano che ammonisce a fidarsi della canzone e mai del cantante. Con Marley questa distinzione non c’è. Con Marley il cantante e la canzone diventano la stessa cosa. L’immedesimazione è totale, la sincerità assoluta. A Bob Marley puoi credere. Ti tocca il cuore perché era un puro di cuore e no, non ne sto facendo un santino.
Lo so che aveva le sue debolezze. Che ad esempio non sapeva resistere alla tentazione di sedurre qualunque bella fanciulla gli capitasse a tiro e parlano chiaro in tal senso gli undici eredi avuti da otto donne diverse (però provvide al sostentamento di tutti e tutte; probabilmente memore del fatto che suo padre al suo non aveva provveduto). E che in lui il ragazzo del ghetto, il rude boy pronto a ricorrere alla violenza per raggiungere i propri scopi o farsi giustizia da sé, non si farà mai sfrattare completamente dal mistico.

Se può fare sorridere apprendere che il successo di alcuni suoi singoli in Giamaica negli anni in cui non era ancora una star internazionale fu aiutato da qualche scapaccione al dj di turno, non ha fatto sorridere affatto, ha agghiacciato anzi, vedere svelato nel 1995 in So Much Things to Say: My Life as Bob Marley’s Manager il mistero della sparizione nel nulla dei sicari prezzolati che, il 3 dicembre 1976, attentarono alla vita del Nostro. Racconta Don Taylor che a un anno e mezzo dall’attentato lui e Marley furono accompagnati ad assistere al processo inscenato contro costoro – tre su quattro – dalla mafia di Kingston, riuscita dove la polizia aveva fallito, a individuarli e catturarli. Due vennero impiccati, trascinati a un albero mentre scalciavano e invocavano pietà. Al terzo spararono alla nuca. Noblesse oblige: il boss offrì prima la pistola a Marley, chiedendogli se volesse provvedere lui e ottenendo dal cantante, che aveva assistito senza profferire parola, impassibile, un silenzioso diniego.
Ora: bisogna tenere presente chi è il narratore. Ne inficia l’autorevolezza l’essere stato licenziato con ignominia (beccato a fare la cresta sul compenso per uno spettacolo) dal suo assistito. Lui ha sempre negato, fino alla morte sopraggiunta nel 1999 per problemi cardiaci, ma a pensare che tre lustri dopo ancora ce l’avesse con Bob non si commette peccato. Nondimeno la sua narrazione ha un tocco di sinistra credibilità. Dichiarò il vero? Ebbene: occhio per occhio e dente per dente, sta scritto nella Bibbia, Antico Testamento. Mentre il Nuovo, e Robert Nesta Marley era un uomo di solide letture bibliche, invita a «non giudicare se non vuoi essere giudicato».
Che è il messaggio di Judge Not, la canzoncina che aveva cantato ragazzo per il produttore Leslie Kong e che Kong si era affrettato a fargli incidere. Potete ascoltarla in apertura del summenzionato Songs of Freedom ed è uno spasso di ska frizzante e malizioso. Il box si congeda con ben altro pathos però, settantasette tracce e cinque ore dopo, con la Redemption Song registrata a Pittsburgh, Pennsylvania, il 23 settembre 1980, all’ultimo concerto. Get Up, Stand Up, di cui è proposta la versione in studio di Burnin’, è il dodicesimo pezzo del secondo disco. Da qualche anno è l’inno di Amnesty International. Giusto così.
Io non sono nessuno e se ho delle canzoni da cantare è solamente perché me le ha date Dio. Non si può vendere la cultura… Quello che sto cercando di trasmettere è un’idea di fratellanza universale.
(1976, da un’intervista a Steven Davis per Rolling Stone)
Il vero eroe è la musica e noi non siamo che un tramite. È un linguaggio universale che consente di far passare dei messaggi. In Giamaica non mi ritengono un divo. Mi amano piuttosto. Mi rispettano. Non sono poi questo grand’uomo, sai? Sono solo uno del ghetto.
(1980, da un’intervista a Phil Sutcliffe per BBC Radio One)
Ritratto dell’artista da cucciolo
C’è da uscire matti a scrivere un articolo su Bob Marley tentando di strutturarlo come si usa occupandosi di solisti e gruppi rock: introduzione, qualche considerazione generale, la storia raccontata per mezzo degli album un disco dopo l’altro. Perché fino alla firma per la Island la vicenda Marley tanto per cominciare è piuttosto una vicenda Wailers – Bob, più Peter Tosh, più Bunny Livingston: un trio con tre leader – e poi è una storia non di LP (anche se in Giamaica ne erano usciti già quattro) bensì di singoli. E c’è gente che ha dedicato anni a cercare di ricostruire una discografia labirintica, con facciate stampate a decine da questa e/o quella etichetta, senza una data sopra, reincise, pubblicate con titoli sbagliati per distrazione o dolo: senza venirne a capo.
C’è da uscire matti a volere e dovere comprimere in una pure assai corposa monografia il romanzo di una vita che è o dovrebbe anche essere, affinché chi legge possa comprenderlo appieno, un trattato di storia e antropologia che cerchi di spiegare il perché e il percome un’isola piccola e poverissima, e con solo due milioni e mezzo di abitanti, abbia acquisito un simile peso nel pop globale. Marley decisivo, il talento più grande ma non l’unico, semmai un primo in una schiera di quasi pari. E non basterebbe ancora, perché bisognerebbe dilungarsi pure sul peculiare e articolato sistema di credenze religiose, il rastafarianesimo, che Marley propagandò a partire dal 1968, con effetti che perdurano. Si calcola che quando aderì al culto i rasta fossero meno del 3% della popolazione isolana. Oggi sono i tre quinti e annoverano ministri fra le loro fila: dunque nei gangli di un potere che fino a metà Settanta li fece oggetto di persecuzioni feroci. Fintanto che Bob Marley non divenne un nome e un volto noti ovunque nel mondo.
Dovrò dare un sacco di cose per scontate, rimandando il lettore che volesse ripassare o approfondire all’enciclopedica Reggae – The Rough Guide, di Steve Barrow e Peter Dalton.

Lungi dal limitarsi a essere un resoconto di come fu che Bob Marley diventò BOB MARLEY, cioè con l’approdo alla Island, questo articolo si soffermerà l’indispensabile su una vicenda artistica precedente di complessità e rilevanza tali che servirebbe un’estesa trattazione a parte per renderle giustizia. Allo stesso modo, meriterebbero panegirici tutti per loro Tosh e Livingston, per quanto combinarono come Wailers e poi per carriere solistiche luminosissime.
Esagera Danny Sims, e per smentirlo basta mettersi a fare i conti, quando afferma che il 90% del repertorio del nostro eroe era già scritto quando Blackwell decise di scommettere su di lui e che dal ’73 alla morte compose a malapena venti canzoni. Però non è che esageri molto. Il punto è che se per il purista del reggae le versioni giamaicane di una lunga serie di classici sopravanzano per intensità quelle in seguito tradotte per il pubblico del rock, per l’ascoltatore non particolarmente addentro alla materia (che era quello che Marley privilegiava) sono le letture Island ad avere superiore pregnanza. Quand’anche conosce pure gli originali – da 400 Years a Duppy Conqueror, da Small Axe a Kaya, da Stop That Train a One Love, Stir It Up, Sun Is Shining, Concrete Jungle, per non citarne che alcuni – e sono ormai in tanti a conoscerli. Perché di Marley non si è mai sazi.
Amo la Giamaica e la sua gente, ma è il mondo la mia terra. Mia madre mi ha detto che Dio è il padre di quelli che non hanno padre. Così, io devo andare dove Lui mi manda.
(1974, da un’intervista al Jamaica Daily News)
Se non nel senso squisitamente biologico del termine si può ben dire che Robert Nesta Marley, che apriva gli occhi a Nine Miles, distretto rurale di St. Ann, il 6 febbraio 1945 (non il 6 aprile, come riportato sul passaporto riprodotto nell’interno di copertina di Burnin’), un padre non l’abbia mai avuto. Seduttore ormai attempato (aveva passato i cinquanta) il capitano dell’esercito di Sua Maestà Britannica Norval Marley (un bianco, avrete inteso) non frequentava la madre, la diciottenne Cedella, più dello stretto necessario a incantarla con i suoi modi raffinati e metterla incinta. Maldestro il tentativo di aggiustare le cose sposandola e con l’unico effetto di farlo cadere in disgrazia presso la di lui famiglia. Se la squagliava in fretta e del figlio non si prenderà mai cura, tolto un anno in cui lo tenne parcheggiato a Kingston presso un’anziana signora dopo averlo praticamente rapito: un puerile dispetto più che la voglia di provvedere alla sua educazione.

Il bambino cresceva con il nonno materno Omeriah Malcolm come figura maschile di riferimento, infanzia idilliaca trascorsa se non fra gli agi in una condizione di un certo benessere per gli standard isolani, essendo i Malcolm tipici rappresentanti di una piccola borghesia terriera. A ben altra vita dovrà abituarsi quando nel 1955 Cedella lo porterà ad abitare con sé in uno dei famigerati condomini di case popolari (quel "government yard in Trench Town" che No Woman, No Cry immortalerà) della capitale: dodici minuscoli appartamenti per edificio distribuiti su due piani, una cucina in comune e quattro gabinetti, quattro docce, due rubinetti. Per una sessantina di inquilini e se vi sembra una situazione ai limiti della vivibilità considerate che nelle zone più povere un rubinetto di persone ne serviva duemila. Scolaro di più che discrete capacità con un’autentica passione per la storia, ma intrappolato in un sistema che nemmeno ai più meritevoli dà una possibilità vera di andare avanti, Nesta (così preferisce ancora farsi chiamare) a dodici anni è già perfettamente istruito – piuttosto – riguardo al sesso, al gioco d’azzardo, al come cavarsela quando si resta coinvolti in una rissa.
Fortunatamente pure in un’altra materia si sta facendo una certa cultura: da autodidatta la sua formazione musicale, la prima chitarra autocostruita con una grossa scatola di sardine, una canna di bambù e dei fili di rame da elettricista e poi via, a cantare in cortile l’ultima canzone captata dalla sua radiolina. Si tratti di qualcuno dei primi eroi locali, adottati dalla neonata Jamaica Broadcasting Corporation, o meglio ancora del più recente successo dei Tams o dei Moonglows, o di qualcun altro di quei gruppi vocali rhythm’n’blues americani che adora e che si riesce ad ascoltare puntando l’antenna verso la Florida.
Condivide con lui questa passione divorante Neville O’Riley Livingston, per tutti Bunny, amico del cuore di un paio di anni più giovane e di fatto fratellastro visto il rapporto che lega quel donnaiolo impenitente del padre Toddy a Cedella, che in ogni caso è una che un uomo non se lo farà mai mancare. E cosa non si pagherebbe per avere una macchina del tempo che anche solamente per un minuto permetta di ritrovarsi in quel cortile e ascoltare i due fanciullini che provano a ricreare gli impasti vocali di We Go Together o Ten Commandments of Love. Per non dire della mitologica My Fantasy, la prima canzone scritta dal Nostro, che non la inciderà mai.
Ha completato gli studi (potrà mica andare all’università uno del ghetto?) ed è apprendista saldatore (un lavoro pericoloso, sporco e malpagato che non vuole assolutamente fare) il Robert Nesta Marley che un bel giorno decide – l’anno è il 1962, il mese presumibilmente febbraio – di cercare di dare sostanza ai suoi sogni. Vuole fare il cantante e allora canterà, per Clement Dodd meglio noto come Sir Coxsone, il discografico numero uno di un paese che proprio come il ragazzo è povero e impaziente di crescere. Ancora parte dell’Impero Britannico ma prossimo (la data fissata al 6 agosto) a proclamare l’indipendenza.

Non va come aveva fantasticato, ma nemmeno male. Coxsone non è in ufficio e ad ascoltare il provino improvvisato su due piedi, a cappella, dal nostro eroe è un produttore di secondo piano ma in ascesa, Leslie Kong. Deve risultargli invero convincente quello che sente se seduta stante porta il giovanotto ai vicini Federal Studios, paga tre sterline per fargli registrare tre brani con la provetta orchestrina della casa e un’ora dopo gli mette sotto il naso un foglio da firmare. È un cosiddetto “modulo di pubblicazione”, siglando il quale l’aspirante artista gli cederà i diritti sui pezzi appena incisi in cambio di venti sterline e due acetati. Emozionatissimo ma già poco propenso a farsi sfruttare, oltre che incredibilmente sicuro di sé, Marley prova a ribattere che venti sterline sono poche nel caso che il disco dovesse sfondare. Prendere o lasciare, replica uno stizzito Kong. Prende.
La delusione datagli dall’errore di stampa che sull’etichetta storpia il cognome in “Morley” (nel 45 giri successivo per la Beverley’s diventerà “Martell”!) è più che compensata dall’eccitazione che gli procura il potere selezionare Judge Not nel jukebox del bar sotto al Ward Theater. Lo farà talmente tante volte da spendere così tutto il compenso e farsi cacciare dal proprietario e questo prima ancora che Kong pubblichi, con eguale insuccesso e dire che è un altro ska carinissimo, l’altro pezzo pervenutoci di quella prima seduta in sala di incisione, One Cup of Coffee. Non è esattamente come quando Elvis cantò That’s Alright Mama, il mondo non ha interrotto quanto stava facendo con la bocca spalancata per lo stupore e però è un inizio. Tanto più che Bob, fra un’uscita e l’altra, ha provato il brivido dell’esibizione dal vivo e la determinazione a non passare la vita in un’officina cresce. Un brutto incidente sul lavoro, che per poco non gli costa la perdita dell’occhio destro, fa inclinare definitivamente la bilancia e una riluttante Cedella dà la sua benedizione. Se pensi che sia la tua strada, seguila.
Bob ha sfanculato Kong, dopo che costui si è rifiutato di pagargli due ulteriori registrazioni. Bob ha conosciuto Joe Higgs, che non è più anziano che di cinque anni ma vanta un bagaglio di esperienze rimarchevole per un ventiduenne: autore di gran fama, cantante in coppia con Delroy Wilson, capopopolo nella sommossa che ha scosso Trench Town nel maggio ’59 e per questo preso di mira dalla polizia che lo ha incastrato per una banale storia di ganja. All’uscita dal gabbio ha aperto a casa sua una scuola di musica e lì si ascoltano blues e calypso, jazz ed errebì e poi li si suona, con gli allievi invitati, dopo che hanno imparato a eseguire materiali altrui, a proporne di propri. Higgs è un fervente rasta, ma alla sua fede non fa altra propaganda che con l’esempio di vita che offre, che è poi sempre il modo migliore per attirare proseliti.

Rude Boys: Bob, Bunny & Peter
Per il momento il giovane Marley è però interessato esclusivamente ai corsi di armonia, respirazione, teoria musicale di base ed è, con l’inseparabile Bunny, un assiduo della casa. E la sapete la novità? Il duo è diventato un trio, ad aggiungersi Winston Hubert McIntosh, Peter per gli amici, classe 1944, caratterino rissoso e un’ambizione smisurata, più di Bob se possibile. Higgs è colpito dall’entusiasmo dei tre e ha scorto in loro delle potenzialità. Li invita a provare incessantemente e così fanno, in una vicina chiesa. Si aggiungono due ragazze, Beverley Kelso e Cherry Smith. Quindi un quarto ragazzo, Junior Braithwaite. Si battezzano Teenagers, che è quello che sono tutti quanti, poi Wailing Rudeboys e sono diventati Wailing Wailers quando Joe Higgs li raccomanda a Coxsone Dodd. Stavolta Bob può recarsi all’appuntamento con la certezza che verrà ascoltato.
Dodd propone al gruppo un contratto e non è che le condizioni siano granché migliori di quelle di Kong, le venti sterline il compenso per l’esclusiva di una canzone invece di tre. E così venti sterline (divise per sei!) furono quanto ragazzi e ragazze intascarono per Simmer Down: che fa un centesimo tondo, e sempre da spartire in sei, ogni quaranta copie vendute. Indignati? Andavano così le cose in Giamaica allora e non è che la situazione sia granché cambiata, con i discografici e i produttori (figure che spesso coincidono) a mangiarsi il grosso della torta e per i cantanti solo le briciole. Gli unici altri a ricavarne di che vivere dignitosamente i turnisti. Favolosa la squadra che poneva mano a Simmer Down, con il chitarrista Ernest Ranglin a dirigere gli Skatalites: forse nemmeno Motown e Stax poterono mai vantare una house band di sì stellare livello.

Per Simmer Down, che era la canzone che contemporaneamente faceva dei Wailers (il Wailing sarebbe presto caduto) il complesso più popolare dell’isola e dell’autore Bob Marley il loro leader, non posso non spendere qualche parola. Ben più della freschezza della parte strumentale, che è quanto ci colpisce oggi, era decisivo per il suo strepitoso successo l’argomento, l’esortazione alla teppaglia giovanile a darsi una calmata, messaggio solo apparentemente non violento dacché l’ultima strofa chiarisce che è per preparare la rivolta che verrà che non bisogna sprecare tempo ed energie in stupide beghe. Molto del Marley futuro qui in tralice già c’è.
Viceversa non sempre lo si scorge nel resto del cospicuo repertorio, un’ottantina di brani, del periodo ’64-’66, trascorso accasato con i compagni (il sestetto finirà per ritrovarsi ridotto al trio di partenza) presso la Studio One di Coxsone Dodd. Sono meandri nei quali non mi azzardo ad aggirarmi, a tal punto privi di affidabili cartelli indicatori che persino il curatore della migliore raccolta disponibile, la doppia One Love, ci si perde clamorosamente, dando Simmer Down per registrata cinque mesi dopo il raggiungimento del primo posto in classifica. E che pretendete da me?
Me la cavo senza scendere nei dettagli, dicendo di un complesso che si impone intervallando ogni tanto alle composizioni più o meno (nel senso che i “prestiti” non sono infrequenti) autografe, firmate in prevalenza da Bob ma con Bunny e Peter che non fanno mancare il loro apporto, cover di soul ma non solo: splendida la Amen degli Impressions (Mayfield un’influenza evidente in diversi “originali”) ma convincenti pure, ad esempio, una And I Love Her dai Beatles e una Rolling Stone, da Dylan, radicalmente scorciata e in compenso con dei versi aggiunti.
È doo wop o se preferite rhythm’n’blues primevo alla giamaicana, è gospel non ancora rasta, è ska, è rocksteady. Non è ancora reggae in senso stretto, visto che di reggae non si comincerà a parlare che nel 1968. E – no, no davvero, per quanto sia delizioso – non è ancora il Bob Marley che tutti conoscono. Un anticipo però: ritroveremo Put It On in Soul Revolution, il secondo degli LP con Lee Perry, e di nuovo in Burnin’. Un altro, che impressiona di più: la prima versione di quella One Love che nel 1977 sarà apposta a suggello del capolavoro Exodus, diventando una delle forse dieci canzoni di Marley più note, è del 1965.

Se Simmer Down ha fruttato quel che ha fruttato, non vi stupirà apprendere che l’11 febbraio 1966 – il giorno dopo avere sposato Alpharita Constantia Anderson – il giovanotto che ha messo la firma nei due anni precedenti in calce a dischi che hanno venduto complessivamente dalle quattrocentomila copie in su raggiunge la madre a Wilmington, Delaware, dove Cedella risiede dal 1963. E, caro il mio lettore, va a fare il lavapiatti, il parcheggiatore, l’operaio. Nel mentre in Giamaica, quasi in un’involontaria parodia del periodo trascorso da Presley sotto le armi, vengono date alle stampe registrazioni accantonate in precedenza con Bob alla voce solista e altre in cui sono Peter e Bunny a darsi il cambio al microfono, perché il pubblico non deve sapere, non deve accorgersi.
Scopo del farsi migrante di Marley è il riuscire a risparmiare abbastanza soldi, e non ne servono molti visto il divario fra il reddito medio nell’isola caraibica e quello statunitense, per dare vita a un’etichetta sua. Per non arricchire più – considerate ancora questo: nella categoria è di gran lunga il più corretto e generoso e a Bob ha preso a voler bene come a un figlio – quel rapace di Dodd. In ottobre torna a Kingston, in saccoccia settecento dollari e un quaderno fitto di canzoni nuove. Per mettersi in proprio non è un granché ma prova a farselo bastare. Apre un negozietto in cui lavorano lui stesso e Rita, e Bunny, e Peter, in cui vende i dischi che gli fornisce un collaborativo Coxsone e quelli – dei Wailers e del gruppo della moglie, le Soulettes – che prende a fare uscire marchiati Wail’n’Soul’m.
È un periodo artisticamente di crescita (risale a questi mesi la prima Stir It Up), con il passaggio dallo ska al rocksteady assorbito senza scossoni e il sound del complesso prontamente aggiornato, ma economicamente difficile. Il paradossale problema è che la neonata casa discografica non ha abbastanza capitali per riuscire a evadere le ordinazioni e così fior di vendite vanno perdute. A inizio estate del ’67 non c’è più un centesimo in cassa e la coppia si ritira per sei mesi in campagna, nella proprietà di nonno Omeriah, e vive dei frutti della terra. È appena tornata a Kingston quando Bunny e Peter litigano di brutto con Dodd, precludendo ai Wailers qualunque futura collaborazione con la Studio One. Quando il primo si ritrova in gattabuia per possesso di marijuana e il secondo viene arrestato durante una manifestazione contro il regime razzista della Rhodesia, sembrerebbe che il complesso sia giunto al capolinea. È la disperazione che induce i Nostri, quando Livingston viene rilasciato, a rivolgersi all’ultimo produttore con il quale avrebbero pensato di accordarsi: Leslie Kong.

Ove per mettersi in casa tutte le uscite per Coxsone bisogna procurarsi diverse raccolte, per impadronirsi dell’assai più smilzo catalogo Beverley’s, una dozzina scarsa di brani registrati quasi tutti nel 1968, basta procurarsi quel The Best of the Wailers uscito originariamente nel 1969 e che, a dispetto della natura antologica, diverse discografie indicano come il primo 33 giri del gruppo (ove altre lo fanno precedere da un parimenti antologico, introvabile ma da lungi pletorico The Wailing Wailers, del ’65 e su Studio One). Gran bel disco, con dentro canzoni magnifiche come una Soul Shakedown Party di cui dice tutto il titolo e una Stop the Train di afflato spiritual, una Caution con scorie doo wop in un impianto funk e una Go Tell It on the Mountain che si porge folk, ove Soon Come è romanticissima e Cheer Up fa pure essa onore al titolo con quieta esuberanza. Però i Wailers immensi qui non ci sono ancora. Ma porgete orecchio, giacché stanno arrivando, e per intanto scorrete con attenzione i testi.
Scomparsi i sentimentalismi adolescenziali d’antan, vi si fanno frequenti i riferimenti al rastafarianesimo, cui si è convertita per prima Rita, sull’onda dell’emozione suscitata dalla visita in Giamaica nell’aprile 1966 dell’imperatore di Etiopia Hailé Selassié, fino a quel punto ignaro di essere ritenuto dai seguaci di Marcus Garvey un dio in terra. Gli altri le sono andati dappresso e Mortimo Planno, che fra i rasta è l’unico che ha potuto inchinarsi dinnanzi al Leone Conquistatore della Tribù di Giuda e addirittura scambiare qualche parola con Lui, è divenuto per Bob una guida spirituale.
Soul Rebels
I nemici dei tuoi nemici, si sa, sono tuoi amici. Dopo essere stato a lungo il suo braccio destro, è diventato un fiero rivale di Coxsone Dodd quel genio di Lee Perry, il più grande dei produttori e uno dei più grandi fra gli autori e gli interpreti della storia della musica giamaicana. Inevitabile che lui e i Wailers si parlino e nondimeno è sotto burrascosissimi auspici che la collaborazione decolla. È successo che Perry ha avuto successo, in Gran Bretagna e un successone, con Return of Django, oleografico strumentale ispirato dagli spaghetti western al numero 2 nella classifica dei singoli per cinque settimane.
La prima conseguenza è che se ne è partito con il suo formidabile gruppo, gli Upsetters, per un tour al di là dell’oceano che è durato un mese e mezzo e ha fatto scalpore. La seconda è che gli Upsetters – Alva Lewis alla chitarra, Glen Adams alle tastiere e soprattutto la fenomenale sezione ritmica formata dai fratelli Aston “Family Man” al basso e Carlton Barrett alla batteria – hanno gradito essere trattati da star e nella loro nuova condizione i modesti salari pagati dal principale cominciano a sembrare loro insultanti.
Al ritorno in patria incrociano i Wailers, si scambiano lamentazioni sui trattamenti di merda che gli uni e gli altri hanno ricevuto fino a quel momento da gente diventata ricca sfruttandoli e decidono di fare causa comune. I primi confluiscono nei secondi e Perry non la prende bene. Fissa un incontro con Marley prima del quale descrive per filo e per segno a tutta Kingston come lo sbudellerà, quello stronzo. I due si rinchiudono in una stanza e sono urla belluine che si odono per un po’. Segue un prolungato silenzio e quando chi è rimasto fuori si sta ormai interrogando se non sia il caso di andare a vedere cosa sia accaduto, e quanto sangue ci sia da pulire, escono scambiandosi sorrisi e pacche sulle spalle. Hanno scritto una canzone, Small Axe, e concordato che da lì in poi Upsetters e Wailers saranno una cosa sola e Perry naturalmente il loro produttore.
Ricordo bene quando registrarono Small Axe, ho ancora davanti agli occhi Bob che si allontana dal microfono, alza lo sguardo al soffitto e più che altro a sé stesso dice: «Tanti non sanno ancora chi sia Bob Marley, ma verrà un tempo in cui tutto il mondo lo saprà». Detto e fatto. Dopo quel giorno i Wailers furono dappertutto, alla radio, nei negozi di dischi, nei sound system, ovunque. Ogni volta che usciva un pezzo nuovo l’intera isola si fermava per ascoltarlo. Non potevi farne a meno, perché in quelle canzoni c’era tutto ciò che voleva dire vivere in Giamaica: la povertà, la sofferenza, ma anche la speranza. E tanto amore. In ogni canzone dei Wailers c’era qualcosa in cui potevi riconoscerti.
(Dave Barker, 2005)
È a partire dall’incontro con Perry e gli Upsetters che il suono dei Wailers cambia radicalmente, approssimandosi a quello che sarà, chitarre insieme granitiche e taglienti – in un certo qual modo già “rock” – a prendere il posto dei fiati e una ritmica nel contempo massiccia e fluttuante ad ancorare al suolo voci che si sono fatte tese, intense. Niente più falsetti, niente più arzigogoli, dritte al cuore.
Lo volete un consiglio da amico? È questo un Marley talmente cruciale che merita averlo tutto e tanto più considerato che procurarsi l’integrale è facile e per niente esoso, come potreste invece pensare trovandovi fra le mani il sestuplo, The Complete Upsetter Collection, che include «all known vocal, instrumental and dj versions of the Upsetter recordings». 113 tracce, un’esagerazione, e per quanto fanatico al riguardo concordo anch’io che ascoltare di fila cinque versioni di Soul Almighty non illumina su Marley allo stesso modo in cui può risultare epifanico sentire cinque registrazioni diverse dello stesso pezzo di Coltrane. E nondimeno: costa veramente poco ed è l’unico modo per essere sicuri di mettersi in casa quantomeno una registrazione di ciascuno dei brani che i Wailers incisero per Perry, innumerevoli dei quali torneranno in era Island. Se no accontentatevi del doppio (sempre Trojan) Sun Is Shining. O ancora (perdendovi però troppo, vi avviso) puntate i due album (rispettivamente ’70 e ’71) prodotti da Lee Perry, il primo dei quali pubblicato all’epoca pure in Gran Bretagna, su Trojan (in Giamaica il marchio era Maroon, il successivo sarà su Upsetter).

A dispetto di una copertina di un kitsch bestiale, con donnina guerrigliera mitra in pugno e tette al vento, Soul Rebels è il primo classico dei Wailers, reso tale da canzoni immense come quella che lo apre e quasi gli dà il titolo, Soul Rebel, spiegandosi morbida e mistica e proseguendo con l’accorata invocazione di Try Me, le reminiscenze gospel di It’s Alright, le premonizioni di dub di No Sympathy, una Corner Stone di indicibile tensione. Fra il resto. Toccando un vertice inaudito con l’apocalittica 400 Years, che i crediti attribuiscono a Bob ma non è vero, è di Peter e Catch a Fire, in cui sarà ripresa, glielo riconoscerà.
Va se possibile oltre Soul Revolution, di cui verrà approntata pure una versione strumentale che si segnala fra i primi esempi di dub, dodici brani uno più stupendo dell’altro e non a caso quasi tutti reinterpretati sugli LP Island. Fate finta che non sia una traccheggiante Brain Washing (in fondo l’unica cosa un po’ minore) a chiuderlo, bensì la Sun Is Shining che la precede smentendo fosca il titolo. Fate partire subito dopo Concrete Jungle, il pezzo sistemato a incipit di Catch a Fire, e coglierete che lo stacco dai Wailers giamaicani a quelli inglesi sarà sì grande, ma in fondo non così tanto.
Pubblicato per la prima volta su Extra, n.25, primavera 2007. Ristampato in Extraordinaire 2 ─ Di musiche e vite fuori dal comune (Hip & Pop, 2022) – adattato. Leggi qua la seconda parte.
