Salta al contenuto
Judee Sill: caduta e ascesa di una fenice

Judee Sill: caduta e ascesa di una fenice

La cantautrice di culto, per eccellenza.

Giancarlo Turra
| Lo leggi in 8 minuti

Judee Sill non ha avuto un’esistenza facile né il successo che avrebbe meritato quando era in vita. L’abbiamo (ri)scoperta un ventennio fa e da allora non ha smesso di regalarci epifanie.


Vite che (forse) non sono le nostre

Quando scrivi di musica, a volte ti può capitare di rallentare il passo. Accantonati i turbamenti causati dal tenersi al passo con l’attualità, rifletti sul senso di quella che, a farla breve e spiccia, è una passione assorbente e divorante. Con tutto quello che ciò comporta, inclusa la necessità di porsi delle domande su cosa fai e come lo stai facendo. A tale scopo chi scrive ritiene che sia utile riascoltare ciclicamente certi artisti in quello che sta a metà tra un rito e la necessità naturale.

Ridimensionando tanta odierna mediocrità da passare al setaccio, vagliare e descrivere, costoro esercitano una funzione terapeutica. Prendono l’anima, la scuotono e ne filtrano scorie, brutture, pesantezze: così ci ricordano perché abbiamo deciso di provare a mettere nero su bianco i motivi di un amore sconfinato. Con discrezione, spiegano che nel loro caso le canzoni si legano intimamente all’esistenza, come universi che si compenetrano e influenzano a vicenda. Ne consegue che raccontare i dischi e le persone è ciò che più conta. Che nell’era di Internet, essendo i fatti (calunnie e falsità incluse) a portata di un click, metterli in relazione costituisce un valore aggiunto, e lo stesso vale per comprendere cosa stia dietro – e dentro – la biografia.

Studiando le vite altrui riflettiamo su quanto di esse respiri nei dischi: a volte scopriamo cose spiacevoli da trattare con i guanti, poiché detestiamo la morbosità e le agiografie e preferiamo domandarci cosa spinga qualcuno a compiere determinate scelte. Pur sapendo che di rado l’artista autentico appartiene a questo pianeta, ci gettiamo a capofitto nell’anima altrui anche per capire meglio la nostra: a maggior ragione se siamo di fronte a una donna – intensa e naturale come un fiore d’acciaio che ogni giorno si apre al sole – che trasforma i massimi sistemi in emozione. Perché dell’amore e della spiritualità si scrive sulla pelle e con il sangue, altrimenti non vale la pena. Perché la femminilità è una condizione che prescinde dal corpo che ci assegna la genetica. Perché il destino si svela giorno per giorno e va affrontato.

Incontrare Judee Sill significa abbandonarsi a un’onda che sorregge a mezz’aria. Devi sentirla, dopo di che ascolti con orecchie diverse la differenza che intercorre tra piegarsi e spezzarsi, sottile da sparire in un blues che va inteso come il marchio di uno spirito in cerca di rifugio e come un cammino tra noi mortali da vittima di se stessa. Se preferite, da angelo affamato di vita che unisce abiezione e genio in un’aura splendente e in una sensibilità rinascimentale che non hanno impedito un triste finale.

Nel 1972 a Londra, durante uno show televisivo.
Nel 1972 a Londra, durante uno show televisivo.

Un po’ il tormento si attenua, pensando alla (ri)scoperta di Judee, avvenuta grazie all’entusiasmo di Jim O’Rourke, a un articolo di Mojo e alle successive ristampe dello smilzo catalogo. Solo due gli LP ufficiali, ma abbagliano come cattedrali sotto una volta stellata, sottolineando la loro spiccata unicità e l’ascendente esercitato sui tanti nomi eccellenti, da Joanna Newsom a Andy Partridge, passando per Julia Holter, Warren Zevon, Beth Orton, Bill Callahan e Bonnie “Prince” Billy. Tutti impegnati a cogliere il messaggio più che a replicare una musica delle sfere ispirata da Bach e Pitagora, che l’artefice definì «cult country barocco» e Barney Hoskyns ha descritto come «un aggiornamento hippie delle rivelazioni cosmiche di William Blake o delle estasi metafisiche di Henry Vaughan». Una perfezione il cui segreto risiede in un talento che ha compensato il caos con l’elevazione umanistica mentre viveva come un'acrobata senza rete. Per l’eternità può bastare. Avanza, persino.

L’acrobata sul filo

Breve la vita di Judee Lynne Sill, sebbene abbia più senso parlare di tante esistenze bruciate con frenesia beatnik. Nata nell’ottobre 1944 nei dintorni di Los Angeles, cresce a Oakland, prendendo confidenza con pianoforte e chitarra nel bar gestito dal babbo. Quando questi muore, nel ‘52 la madre si risposa nella città degli Angeli con un disegnatore di cartoni animati alcolizzato, che picchia la bimba e ne abusa. Poco da stupirsi e viceversa parecchio da giustificare se, cresciuta in fretta e nella peggiore maniera, da teenager bisessuale sembra uscita dalle pagine di un noir di Jim Thompson: cacciata dalla scuola pubblica, all’istituto privato preferisce ascoltare Miles Davis e Charles Mingus e fumare erba in quantità, il che non le impedisce di ottenere il diploma.

Sposato un compagno di classe per fare dispetto ai genitori che devono sborsare fior di quattrini per l’annullamento, la ragazza rapina benzinai e negozi di liquori, entra in riformatorio e impara a suonare l’organo nel tempo che avanza dalla lettura. Scontata la pena, lavora in un piano bar mentendo sull’età, poi se ne va di casa per mettersi con un contrabbassista che la introduce all’LSD, finché nel 1966 non entra in scena Bob Harris, un pianista tossico che la porta a Las Vegas per un secondo matrimonio. Altro giro, altro inferno: l’eroinomane – ora orfana anche della madre – campa firmando assegni a vuoto, rubando, prostituendosi. Di nuovo in gattabuia, tocca il fondo quando cerca di ricontattare il fratello, scopre che pure lui non è più di questo mondo e allora reagisce tracciando una linea e decidendo da che parte stare.

La venti-e-qualcosa (!) che ha vissuto il triplo si avvicina ai Rosacroce, all’esoterismo e all’alchimia, ascolta Bach, Mahler, Bob Dylan e Sister Rosetta Tharpe, consuma le pagine dei romantici inglesi, di Baudelaire e Rimbaud, di Céline e Swinburne. In un impeto febbrile scrive canzoni caratterizzate da un rapimento mistico e da forme inaudite: amica di gente che milita in Leaves e Turtles, infine spunta un impiego come autrice conto terzi. Dopo che i Turtles hanno trasformato la sua Lady-O in una hit e lei ha aperto concerti per Crosby e Nash, nel ’71 David Geffen la convoca nella neonata Asylum su imbeccata di Russell Giguere degli Association.

Uomo di gusto e stile, Geffen riserva il numero uno del catalogo (ringraziato dall’artefice in copertina con un sincero «I love you») per Judee Sill, capolavoro che nel settembre dello stesso anno cancella i confini tra pop, colonna sonora, gospel, classica e folk. Ogni elemento è armonizzato in una calligrafia che si muove lungo tangenti di naturale complessità, messa in ulteriore risalto da un’orchestrazione ricca però bilanciata della quale si occupa principalmente Don Bagley, già visto come il produttore Henry Lewy nel di poco antecedente Ladies of the Canyon di Joni Mitchell. In un autentico “a sé” piovono da dimensioni ultraterrene la melodia e il corno di Crayon Angels, la The Archetypal Man che stende ponti d’oro tra Bach e country blues, l’arcadia folk screziata di barocco in The Phantom Cowboy e di sapori di Hollywood per Ridge Rider.

Judee Sill suona The Lamb Ran Away with the Crown nel campus della USC di Los Angeles.

Tra elaborati simbolismi, sensualità criptica, arcani flower power e citazioni del romanzo L’ultima tentazione di Cristo, la voce – spesso sovraincisa in strutture corali e fughe di sbalorditiva spontaneità – conficca nel cuore gli estatici rapimenti My Man on Love e Lopin’ Along through the Cosmos, la cantabilità sofisticata di Lady-O e The Lamb Ran Away with the Crown, il gospel laico del singolo Jesus Was a Cross Maker, supervisionato da Graham Nash e suggerito dalla relazione sentimentale con il cantautore JD Souther, il peculiare rhythm’n’blues bianco Enchanted Sky Machines, l’arazzo Abracadabra. Trascendenza che conquista il sublime, lascia ogni volta privi di parole. Incantati. Stupefatti.

Il bacio della fenice

Lo stato di grazia prosegue nei concerti, dove l’artista – che detesterà apertamente l’impegno, minando il rapporto con l’etichetta – è solitaria spalla di lusso per Jimmy Webb, Randy Newman e Van Morrison, benché l’album sia un fiasco sotto il profilo commerciale e il tentativo di lanciare in Inghilterra una cantautrice sui generis non risulti in alcunché di concreto. Sospettando che la Asylum non la promuova in modo adeguato, Judee insulta pesantemente David e poco dopo un enorme cartellone pubblicitario sul Sunset Boulevard viene rimosso. Gli obblighi contrattuali sono ridotti al minimo, ciò nonostante al sostegno economico provvede un fondo fiduciario comunque scialacquato in costosi regali ai conoscenti più cari come il poeta David Bearden, amore che verrà protratto fino a metà del decennio.

In ogni caso ci sono visioni, tempo ed energie per dare seguito all’album omonimo. Nel marzo 1973 Heart Food conferma Lewy in cabina di regia mentre Sill si occupa delle partiture, impugnando la bacchetta da direttrice con risultati egregi pur non avendo alcuna esperienza. Compatto e articolato, il disco concede sonorità più piene ed episodi di assoluta memorabilità nello struggimento da favola di The Kiss, in una frizzante The Pearl, nella meditabonda The Phoenix. Apice assoluto The Donor, eccelsa sinfonia tascabile nella quale il crescendo chiesastico si scioglie su pianoforte e voce per scagliare il coro del kyrie eleison nel più alto dei cieli. 

Ospite di Old Grey Whistle Test sulla BBC nel 1973.

È da quelle stesse vertiginose altezze che l’artefice sta per precipitare: il secondo fallimento al botteghino si somma a due incidenti automobilistici e a un’operazione chirurgica che ledono la spina dorsale di chi, dati i tossici trascorsi, non può acquistare antidolorifici e in un amaro paradosso deve ricorrere alla droga per lenire la sofferenza. L’ultimo sussulto nel 1974, quando viene dimessa dall’ospedale e in un solo giorno incide Hi, I Love You Right Heartily Here, che O’Rourke ripescherà a metà anni Zero nel CD Dreams Come True, aggiungendo inediti risalenti al 1968 e avviando lo scavo degli archivi proseguito da un Chariot of Astral Light dell’amico Tommy Peltier dove la Nostra è ospite e, soprattutto, dai preziosi Live in London e Songs of Rapture and Redemption, laddove le celebrazioni conoscono passaggi obbligati nell’album tributo del 2009 Crayon Angel e nel documentario Lost Angel: The Genius of Judee Sill, curato quattro anni or sono da Andy Brown e Brian Lindstrom. 

Nel centro esatto degli anni Settanta inizia il dissolversi silenzioso di chi, non riuscendo a tollerare la crescente invalidità, si rifugia nella solitudine, si allontana dalla musica e si interessa di teosofia. Di chi, la mattina seguente il giorno del Ringraziamento 1979, viene trovata nel suo appartamento losangelino stroncata da un’overdose. Il medico legale archivia il caso come suicidio, tuttavia una nota incentrata sul “mistero della vita” lasciata sul comodino pare più un appunto per una canzone o uno scritto che un messaggio di addio. Il giorno prima gli amici raccontano un pranzo sereno, pur se disseminato da segnali – sguardi, gesti, frasi – che in realtà sono bagliori di suggestione a posteriori. Dopo la cremazione, l’oceano Pacifico ricongiunge il corpo all’universo e cala il sipario. A noi restano musiche che cancellano aggettivi e superlativi e il conforto che, come la fenice che splendidamente cantò, Judee Sill vivrà per sempre.

A proposito:

🔓 Sblocca oltre 4.000 articoli (gratis)!

Registrati con la tua email: potrai accedere subito all’intero archivio e ricevere la nostra newsletter su Substack — niente spam, solo contenuti che vale la pena leggere.

Nelle ultime 24 ore si sono iscritte 10 persone!