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Le classifiche che contano davvero: quelle di vendita

Abbiamo intervistato Paolo Madeddu, che da dodici anni analizza e commenta dove sta andando il mainstream in Italia.

Le classifiche che contano davvero: quelle di vendita
Francesco Eandi
| Lo leggi in 19 minuti

Il 2025 è finito da poco, e ve ne sarete accorti anche voi: il format più popolare sul finire dell’anno (o nei primi giorni di quello nuovo) è sempre quello delle classifiche dei migliori dischi. Quest'anno l’abbiamo fatta anche noi (e anche voi), non rinneghiamo nulla e ci siamo divertiti un sacco. Ma ben più importante di ciò che pensiamo (noi o voi), per chi vive di musica o tenta di farlo assai più rilevanti sono le classifiche di vendita: sono loro che certificano il successo o il fallimento di un album – e quindi di un artista – e determinano quanto potrà essere lungo il tour a supporto o la scelta di un club più grande al posto di uno più piccolo.

Quando si parla di questo tipo di classifiche (che sono poi le classifiche per antonomasia per la maggior parte delle persone), viene naturale interpellare Paolo Madeddu.

Paolo è uno dei critici musicali più schietti e imprevedibili del panorama italiano: ha scritto per decine di pubblicazioni (dal Corriere della Sera a Rolling Stone, da Rivista Studio a Cosmopolitan a... Humans vs Robots), ma soprattutto da oltre dodici anni cura A Margine, blog in cui analizza le classifiche mainstream con lucidità chirurgica e sarcasmo tagliente, specializzandosi in quello che lui stesso definisce un approccio "anatomopatologico" alla musica: non tanto dire cosa è bello o brutto, ma capire cosa funziona, cosa vende, e soprattutto perché.

Autore di un paio di libri su David Bowie – «stranamente», dice lui, «perché non mi sarei mai definito un grande fan» – Madeddu è considerato da molti rapper e discografici italiani una sorta di polemico grillo parlante. Accusa che lui respinge con una scrollata di spalle: «La mia generazione è cresciuta con Rapper's Delight, ho comprato i dischi di Marracash e Fabri Fibra ben prima che diventassero mainstream. È che ora la maggior parte del rap italiano è costituita da testimonial di brand, pistole Glock comprese».


Paolo, partiamo dal tuo blog A Margine. Negli ultimi anni ti sei specializzato soprattutto nelle classifiche di vendita. Come mai questa scelta?

La scelta è stata quella di provare a commentare il mainstream e vedere dove sta andando. Non so se sia stata saggia, ma è una scelta a cui tengo particolarmente. E sto notando che nella musica sta succedendo più o meno quello che già succede nel calcio: ognuno sceglie la classifica che dimostra che la sua squadra è la più forte. "Noi abbiamo vinto più scudetti", "noi più coppe dei campioni", "noi siamo i più forti dal 2010 in poi"... Per cui ognuno incorona chi preferisce, e c'è anche meno attenzione verso chi realmente è il preferito dalle masse. Ma è anche un modo per dire che "le masse non ne capiscono niente".

Secondo me continua a essere interessante sapere cosa piace là fuori e soprattutto cosa influenza i gusti. Per quanto riguarda l’Italia, è particolarmente interessante perché dobbiamo prendere atto che siamo tornati agli anni '50: siamo tornati a Sanremo che regna su metà dell’anno e alla canzoncina estiva – Sesso e Samba – che detta legge per una buona fetta della stagione. Sesso e Samba è il nuovo Pinne, fucile ed occhiali – che per una buona parte della stagione determina le tendenze musicali.

Visto che segui le dinamiche delle classifiche ormai da un po’ di anni: cos'è cambiato oggi rispetto a dieci, venti anni fa? I dischi non si vendono ma si ascoltano in streaming, eppure si può dire che gli ingredienti per un successo in classifica sono sempre gli stessi?

Le cose sono molto, molto cambiate. Le classifiche sono cambiate dal punto di vista della metodologia, perché con l’entrata in gioco delle piattaforme – Spotify su tutte, ma poi anche Apple Music, Amazon e adesso YouTube – tutto è cambiato. YouTube, il principale mezzo di ascolto di musica del pianeta anche in Italia, era escluso dalle classifiche fino a due anni fa. E ogni volta che la FIMI, la Federazione dei discografici italiani, fa un cambiamento nella metodologia, lo si vede chiaramente.

Nel 2018 è arrivata Spotify e all’improvviso – bang! – è stato come un golpe dei quindicenni maschi. Perché Spotify racconta soprattutto i gusti dei maschi quindicenni, mentre YouTube racconta i gusti del pubblico più vasto possibile, più eterogeneo, più internazionale, più di ogni età.

All’improvviso le donne, che prima nell’epoca dei CD e soprattutto di Amici di Maria De Filippi – Emma, Alessandra Amoroso e ovviamente la loro padrona, Laura Pausini – erano dominanti… ora sono sparite. Sfera Ebbasta e gli altri hanno preso il potere. E le donne sono sparite perché l’adolescente maschio ha una modalità di ascolto molto ripetitiva e un po’ ossessiva.

Questo però è ulteriormente cambiato ora che è arrivato YouTube, che ha riequilibrato un pochino le classifiche italiane verso il pop, verso l’urban e ancora di più verso Sanremo. E qui scusami ma devo proprio citare McLuhan, il quale diceva che «il mezzo è il messaggio». Il mezzo di riproduzione ci dice in questo caso quali sono gli artisti più ascoltati, che appunto cambiano a seconda di quale medium prendiamo in considerazione.

Leggevo una statistica di Spotify: l'83% dei brani più ascoltati in Italia sono in lingua italiana…

Gli stranieri sono spariti. L’ultimo straniero che ha concluso in testa alla classifica di fine anno, cioè il disco in assoluto più venduto in Italia nell’anno solare, è stato nel 2017 Ed Sheeran, che quell’anno era anche l’unico straniero in top ten.

Da allora è stata un’ecatombe. L’Italia è tornata a essere – non lo dico per provocare – un paese un po’ autarchico, un po’ littorio. Come il governo, per cui vedi che la cosa è perfettamente coerente… Solo noi siamo «un paese di ferro», come dice la pubblicità dei treni! Siamo un popolo di ferro e quindi ascoltiamo quasi solo musica italiana! E gli altri sono brutti, sicuramente cattivi, sicuramente vogliono il nostro male!

In questa classifica mondiale dell'autarchia musicale, l'Italia è messa peggio solo dell'India e della Turchia...

Incredibile. Ci sono più cantanti stranieri nelle classifiche degli Stati Uniti e soprattutto del paese più sciovinista e xenofobo dal punto di vista musicale, cioè l'Inghilterra, che non nelle classifiche italiane. Questa cosa ci dice proprio quanto ci piaccia sentir parlare del quartierino… Anche l'urbanizzazione della musica ha contribuito a questa situazione, per cui ogni città – Milano, Roma, Napoli, Cagliari, adesso Genova va fortissimo – elegge il suo campione. Siamo di nuovo al tifo da stadio...

La classifica dei dischi più venduti in Italia nel 2025. Fonte: A Margine.
La classifica dei dischi più venduti in Italia nel 2025. Fonte: A Margine.

“Una realtà fintissima”

… che poi abbiamo passato anni a lamentarci di essere una colonia culturale angloamericana, e ora sentiamo solo più musica a chilometro zero, nemmeno stessimo parlando di zucchine e pomodori. Salvo poi scoprire che anche il rap italiano, che va fortissimo, in realtà ripete cliché nati e cresciuti negli Stati Uniti…

Guarda, molti discografici, manager e anche artisti pensano che io sia nemico del rap italiano – ma non è affatto così! La mia generazione è cresciuta accendendo la radio e sentendo Rapper's Delight e dicendo «Però… questa cosa qua non è mica male!». E dopo sono arrivati tanti artisti che avevano anche delle cose da dire… Ma in questo momento il rap italiano, a parte quattro o cinque grandi vecchi – posso citarli: Marracash, Fabri Fibra, Salmo, Guè, che è molto migliorato con il tempo, e qualche giovane tipo Massimo Pericolo – è per la maggior parte costituito da testimonial! Devono veicolare vestiti, marchi, brand, anche marchi di pistole!

Massimo Pericolo che fa le ombre cinesi - aspettando venga notte. (Fonte: www.lascimmiapensa.com)
Massimo Pericolo che fa le ombre cinesi - aspettando venga notte. (Fonte: www.lascimmiapensa.com)

E lo fanno parlando della street, della vita da strada, peccato che in realtà sia la strada di qualcun altro! È come nei Sopranos, dove i gangster di Tony Soprano si ripetevano le frasi sentite nel Padrino e si ispiravano a quel modo di essere: «Bisogna scioglierlo nell’acido!», «Bisogna metterlo nel cemento!». Alla fine è un ispirarsi a cose che sono state dette da altri, ma che sono sempre più lontane dalla realtà. È una realtà fintissima.

Mi viene in mente un rapper italiano di cui non faccio il nome, perché è decisamente fornito di avvocati! Ma era uno considerato un tontolone, un bamboccione. Ebbene, questo tizio negli ultimi anni ha cominciato a frequentare gente loschissima, autenticamente losca, perché la street cred, la credibilità della strada gliel’imponeva. Ha cominciato a girare con gente con cui non c’entra veramente niente, tra l’altro con degli ultrà di una squadra di calcio che lui probabilmente non ha mai seguito nella vita, essendo acalcistico. Farsi arrestare diventa un vanto – tanto poi ti danno al massimo i domiciliari.

Ma non sono tutti così…

Ovviamente no. Prendi uno come Baby Gang: c’è una sua intervista in cui spiega esattamente cosa succede a un ragazzo che va in prigione e spiega anche che, in realtà, dopo che ci entri la prima volta, capisci che effettivamente non è più una cosa così spaventosa. E queste cose lui le ha vissute… Ma sono racconti che si tiene per le interviste, mentre nelle canzoni continua a infilare brutture sceme a uso e consumo dei quindicenni maschi brufolosi. E d’altra parte vivere certe cose non vuol dire automaticamente saperle raccontare, per cui succede che Baby Gang mi interessa di più quando dà un’intervista che quando fa una canzone.

Purtroppo il rap, fra tutti i generi, sta diventando uno dei più limitati, perché ha certi dogmi, certi stilemi che devono essere quelli, e ultimamente sta diventando veramente noioso, pur con tutte le potenzialità che aveva. Ci sono queste rime che sono sempre quelle, queste ambientazioni che sono sempre quelle, queste parole che sono sempre quelle. E anche le basi! Troppo spesso sono tutte fatte con qualche app da smartphone e banche dati che usano tutti… Ho conosciuto diversi rapper che mi hanno detto: «Guarda, io uso questa banca dati». Certi producer “meravigliosi” in realtà prendono semplicemente una banca dati gratuita e attingono da lì.

Ma non vedi in questo un’attitudine un po’ punk? Anche i Sex Pistols non sapevano tenere in mano uno strumento e suonavano con tre accordi…

Ma infatti il punk è stato divertente per un paio d'anni. Però dopo un paio d'anni anche il punk è stato pregato di mettersi da parte. Noi ancora adesso continuiamo a parlare di punk, però alla fine nel '79-'80 già non se ne poteva più, perché se ne erano visti i limiti. Qualcuno l'ha reinventato mescolandolo ad altro. Il rap invece è un genere musicale che è diventato molto capitalista, molto funzionale al mercato, che non cambia perché non conviene che cambi. Non conviene che si evolva. Per cui è la stessa cosa da quasi vent'anni.

Anche se – avrai letto la notizia – per la prima volta in 35 anni, la top 20 di Billboard di novembre non aveva nessun brano hip hop.

Ho sentito. Tra le spiegazioni che ho letto, una interessante è che gli Stati Uniti sono un mercato enorme, immenso. Convincere quelli della costa ovest, quelli della costa est e quelli in mezzo è un po'difficile quanto vincere le elezioni presidenziali. In un momento in cui ci sono così forti caratterizzazioni urbane, i generi diventano locali. È difficile che un pezzo riesca a uscire dalla California e arrivare a New York, e viceversa. Anche in Italia, spesso non si riesce a capire qual è la canzone più venduta o più ascoltata, perché c'è una tale frammentazione dei gusti… Non hai più il pezzo che sentivi ovunque, dappertutto. Quel tipo di hit ormai appartiene al nostro passato.

Dal punto di vista della semplice massa degli ascolti, il rap continua a essere molto importante, però è vero che è più difficile che un singolo artista, un singolo album, una singola canzone convincano così tante persone.

Da Taylor Swift a Lucio Corsi

Se guardiamo al pop globale, forse un’eccezione è rappresentata da Taylor Swift. Quando l’anno scorso è venuta in Italia ha fatto sfracelli anche qui. Confesso che non ho mai capito quali siano le qualità che la rendono un'artista così globale, l'artista che ha venduto di più in tutta la storia della musica moderna. Più di Madonna, più di Lady Gaga, più dei Beatles, addirittura…

Parliamone… Su Taylor Swift c'è una percezione diffusa che a me diverte molto, secondo la quale “nessuno conosce i suoi pezzi”. In parte è vero perché, pur essendo così popolare, i mezzi tradizionali – la radio, ma ci metto anche la televisione – non ci buttano addosso i pezzi di Taylor Swift, magari anche come jingle, come pubblicità. Le squadre entrano nello stadio, i DJ mettono musica: non c'è verso che ci sia un pezzo di Taylor Swift, neanche i più pop.

Questa cosa a lei ultimamente ha cominciato a dare sui nervi. E si è potuta permettere, negli ultimi anni, di fare la svolta da cantautrice. Ci sono dischi degli ultimi dieci anni di Taylor Swift che se li ascolti sono più complessi e più intimisti, aggrovigliati, di quelli della prima Joni Mitchell, alla quale lei si ispira tantissimo. Ma anche senza andare così indietro, pensa agli anni Novanta, a quel periodo con Tori Amos, Alanis Morissette, Sarah McLachlan, tutte quelle del Lilith Fair, il festival organizzato da Sarah McLachlan stessa: quelle cantautrici non avevano il coraggio di essere così sfrontatamente personali quanto lo ha avuto Taylor Swift nei suoi ultimi dischi.

Questo però ha contribuito ancora di più ad alienare la sua produzione rispetto alle radio, rispetto agli ascolti diffusi. Per cui l'ultimo album di Taylor Swift è smaccatamente pop e tra l'altro sta ottenendo i suoi risultati migliori in Italia. Tuttora il suo ultimo singolo da due mesi è in top ten, non era mai successo prima, proprio perché lei ha detto: "Vabbè, da adesso sono nervosa. Però sono io la regina o no? E quindi adesso torno al pop perché mi irrita quest'idea che, pur essendo la più amata, non riesco a battere chiodo dal punto di vista delle hit". Come dice Salmo: c'è bisogno del ritmo, della radio, dell'hype.

Nel 2014 Joni Mitchell disse di no all'ipotesi di un biopic sulla sua vita. Taylor Swift avrebbe dovuto interpretarla, ma secondo Mitchell «mancano grandi scene» e «tutto quello che abbiamo è una ragazza con gli zigomi alti» (riferendosi alla Swift). (Fonte: Getty Images).
Nel 2014 Joni Mitchell disse di no all'ipotesi di un biopic sulla sua vita. Taylor Swift avrebbe dovuto interpretarla, ma secondo Mitchell «mancano grandi scene» e «tutto quello che abbiamo è una ragazza con gli zigomi alti» (riferendosi alla Swift). (Fonte: Getty Images).

Però l'ultimo disco è veramente bruttino, no?

Bisogna avere quello che si chiama gusto acquisito. Ti devi proprio immergere in queste cose. Devi capire che lei si sta confrontando con Sabrina Carpenter, si sta confrontando con Lola Young, e fa molta fatica perché non è il suo, non ha quella facilità: Taylor Swift è più cantautrice che popstar. Anzi, lei ha cercato di distaccarsi da quel modello, per cui ci sono dischi veramente molto complicati, con pezzi lunghissimi, sorte di monologhi interminabili che probabilmente la gente non conosce. Ed è anche legittimo rifiutarsi di ascoltarla, non trovarla interessante. Però forse un sacco di gente non si è accorta della stranezza di questo personaggio pur amatissimo.

Un personaggio che invece sembra aver messo d’accordo classifiche e critica in Italia però ce l’abbiamo, ed è Lucio Corsi. Cosa ne pensi?

Lucio Corsi… a me ricorda l'Italia dell'inizio anni '70, l'Italia di prima che arrivassero i sintetizzatori. Mi ricorda cantautori, ma non solo cantautori, anche cantanti di quella che si chiamava musica leggera. Purtroppo ha delle scelte, delle soluzioni armoniche che sono molto, molto contenute, molto caute dal mio punto di vista. So che Lucio Corsi piace tantissimo. In realtà però a me sembra di ascoltare veramente i prodotti da hit parade di Lelio Luttazzi. Quindi non è tanto il mio pane…

Quanto vale un disco d’oro

Quando si parla di classifiche di vendita, sono ancora in voga unità di misura vagamente d’antan come “Disco d'oro” o “Disco di platino”. Ma è più facile o più difficile oggi vincere un Disco d'oro, rispetto a 30 o 40 anni fa?

Ottima domanda. Devo pensarci un attimo. Negli anni ’70 e ’80 la conta di copie vendute era molto, molto inventata, molto approssimativa. C’era il Disco d’oro per un milione di copie vendute. Adesso il Disco d’oro arriva per 25.000 copie vendute. Il valore dell’oro è molto sceso…! Però è anche vero che in quei decenni le rilevazioni erano un po’ affidate a nostro Signore, per così dire. C’erano alcuni negozi – prima 20, poi 50, poi 100 in tutta la penisola – che facevano da punto di riferimento. L’idea era telefonare a questi responsabili dei negozi e dire: "Ma qual è il disco più venduto questa settimana?". E magari il negoziante era pieno di album di qualcuno che non riusciva a sbolognare, per cui cercava anche di spingere da questo punto di vista. Oppure era molto bravo a vendere quel certo artista, ma era una caratteristica sua, del negoziante, non generalizzabile.

C’è una famosissima classifica italiana del 1972 che vedeva i Van der Graaf Generator al numero uno con Pawn Hearts, un album costituito da tre pezzi, tre suite lunghissime, e senza alcun singolo. Abbastanza strano, no?

I Dischi d’oro una volta si assegnavano in base alle copie fisiche vendute, ma ora il conteggio si è fatto più complicato: ci sono anche gli streaming delle piattaforme, quelli di YouTube, i download… come sono le equivalenze delle varie unità di misura? Quanti streaming ci vogliono per fare un disco?

Devi sapere che il download – anche se ormai non si usa più, peccato perché mi era molto simpatico – un download vale 130 streaming premium, nota bene, perché lo streaming deve essere a pagamento, non vale l’abbonamento a Spotify con la pubblicità. E sempre a pagamento: 1.300 streaming equivalgono a un CD venduto. Però sono tutte valutazioni molto arbitrarie: io mi immagino i discografici, la FIMI, chi fa i rilevamenti, farle un po’ col bilancino, come fanno i partiti al governo con le leggi elettorali: "Come possiamo evidenziare questa tendenza?".

È cosa abbastanza nota che una decina d’anni fa i discografici italiani si sono posti un problema, che era vedere Mina e Celentano in testa alla classifica, nonostante le ironie successive da parte di giornalisti e addetti ai lavori, che dicevano: "Abbiamo due settantenni al numero uno!". I settantenni peraltro erano seguiti dai sessantenni – Guccini, Nomadi. Oggi è ancora più facile orientare le classifiche, complice il fatto che sono rimaste tre case discografiche, tre multinazionali che si spartiscono tutto il mercato… Io e te siamo cresciuti che ce n’erano minimo sette, dalle sette alle dieci, e c’era anche un po’ più di concorrenza. Oggi sono tre. Non a caso la musica adesso finisce per sembrare un po’ tutta uguale.

Una volta eravamo preoccupati del duopolio televisivo. Il duopolio televisivo sostanzialmente c’è ancora, però ci sono Netflix, Amazon Prime, Paramount e Disney, tanti altri canali. Discografia? No. L’indipendenza è ai minimissimi termini. C’è solo una distribuzione indipendente consistente, che è quella di Believe, che ha gli album di Ultimo, e adesso di Noyz Narcos. Il fatto di essere indipendente non significa che si occupi di album duri, sovversivi, underground, ecco…

Dischi belli e meno belli

Il 2025 si è chiuso con il disco di Rosalía presente non solo nelle classifiche di vendita ma anche molto ben piazzato nelle classifiche della critica, che sia quella in doppio petto dei quotidiani o quella dell’ultimo blog di provincia. E in effetti è un disco che nessuno si aspettava, con dentro un sacco di cose diverse, forse troppe. A me è piaciuto molto, anche se capisco che tutta questa abbondanza e tutta la sua sovra-esposizione possa essere divisiva. Tu come l’hai trovato?

A me l'album non convince particolarmente. Lo trovo molto sopra le righe, molto eccessivo, anche molto buffo. Credo però – ecco, qui ritorno a essere un po'clinico – che l'album di Rosalía fosse atteso come capolavoro già un anno prima che uscisse. Molto spesso succede che l’hype su qualcuno, specie nella piccola comunità di noi saccenti della musica, cominci a montare prima dell'uscita.

Io credo che sia un album per gente che ha voglia di tutto, per chi non riesce a trovare stimoli nelle altre cose che escono, forse troppo normali o troppo "ma questo mi ricorda qualcosa che ho già ascoltato". Faccio l’esempio dei Suede, che hanno fatto un album che a me è molto piaciuto, Antidepressants, ma mi rendo conto che per un po’ di gente è un disco tipo "Va bene, ma questo disco poteva uscire anche 20, 30 anni fa". Però credo sia un disco con buone canzoni. Ci sento un’ispirazione, ci sento una voglia di dire delle cose dense, urgenti.

Disintegrate, singolo tratto da Antidepressants dei Suede, uscito nel 2025

Altri dischi meritevoli usciti nel 2025, magari da recuperare nel caso fossero passati inosservati a qualcuno?

Ne sono usciti diversi… Sto pensando a Big Thief, ad esempio. Ma non solo loro: è uscito un album dei Fontaines D.C., e degli Smile. Trovo che siano due gruppi molto importanti che fanno cose nuove. Anche Sam Fender ha fatto un buon disco, ora che ci penso. Ma non voglio dilungarmi, perché mi chiedo sempre: "Perché mai la gente dovrebbe trovare interessante quello che piace a Madeddu?".

Una possibile risposta potrebbe essere: per avere una voce alternativa a quella degli algoritmi. Non solo la tua, ovviamente, ma in generale quella di chiunque scriva di musica. Perché viviamo in un momento storico in cui molta della musica che ascoltiamo è effettivamente suggerita dagli algoritmi, che forse riescono a essere così efficaci proprio perché ritagliati sugli ascolti di ciascuno…

Non nel mio caso. Nel tuo sì? Il mio algoritmo, guarda, a me verrebbe da prenderlo in giro, andare a citofonargli sotto casa, perché quando mi dice "i tuoi gusti sono questi" io rido sgangheratamente. C’è una goffaggine implicita nell’algoritmo. Se io ascolto una volta un album – metti di Vasco Rossi, per lavoro, è uscito il mese scorso il live – immediatamente Spotify fa: "Ah ah, ti ho beccato vecchio boomer!". E allora mi fa ascoltare anche tutti quelli che si presume vengano ascoltati dai boomer.

Ma non solo, mi butta sugli 883! Ora, gli 883 sono diventati un caso, un po’ come gli Oasis…

Quello che manca

Sì, la nostalgia vende sempre. Passano 20, 30 anni e tutto diventa occasione di revival, e di conseguenza di reunion dei diretti interessati. Perché siamo indissolubilmente legati alla musica di quando eravamo giovani…

La nostalgia vende sempre, è vero, ma qui c’è qualcosa di più. Se la gente corre a vedere gli Oasis o riempie gli stadi per gli 883, è perché nel presente non sta uscendo niente di altrettanto magnetico o convincente. Questo è il vero problema, per quanto mi riguarda. Mio padre era un appassionato di jazz, ma quando a quarant’anni andò a Londra e sentì i Beatles, ne rimase folgorato. Oggi è difficile che accada lo stesso. Anch’io vorrei rimanere folgorato da qualcosa, oggi, adesso, ma questo qualcosa mi sembra che latiti… C’è una mancanza di "pericolosità" nella musica moderna. Tutto è diventato molto rassicurante, un grande karaoke generazionale.

Mi vengono in mente gli ultimi “coccodrilli” che ho dovuto scrivere – nel senso di articoli possibilmente ispirati e un po'elegiaci di grandi artisti scomparsi. Uno è stato su Pippo Baudo, che comunque per la musica italiana ha avuto una rilevanza enorme. Uno è stato su Ozzy Osbourne e uno è stato su Brian Wilson. E mi viene da dire che Ozzy Osbourne e Brian Wilson, che sono diversissimi tra loro, avevano qualcosa che oggi manca. Tutti e due avevano una cosa che oggi si sente poco in giro: l’energia! Ho dei live dei Black Sabbath e di Ozzy, e quando parte con Paranoid, con Iron Man, lui grida: «Io voglio sentire il tetto crollare! Non continuiamo la canzone finché non fate crollare il tetto!».

Ozzy ce l’aveva questa energia, anche fisica. Ecco, è l’energia che a me sembra sia quasi assente nella musica contemporanea. E accuso sia il rap che l’urban di questa cosa. La vorrei sentire, nonostante la mia età non più verdissima!

Un’altra cosa che manca nella musica di oggi, oltre all'energia, è forse anche l'impegno politico: l’idea che una canzone da sola non cambi il mondo, ma in qualche modo possa fare il suo pezzettino per dare spazio a idee, istanze, proteste che possono contribuire a farlo.

Poteva capitare. Poteva capitare che persino Mick Jagger – uno degli uomini di cui tuttora ci chiediamo se abbia realmente una coscienza e un’anima – anche lui non potesse essere indifferente a quello che succedeva. C’erano i Beatles che a un certo punto si sfilano un pochettino e cominciano a fare canzoni sempre meno facili. I Rolling Stones fanno Gimme Shelter, Street Fighting Man. Arrivano i Sex Pistols, arrivano i Ramones. C’era questa tensione negli anni ’70.

Ma anche dopo, pensa agli anni ’80: sono passati alla storia come decennio frivolo, un po’ scemone. Però se vai indietro, ti accorgi di quante canzoni, di quanti album, di quanti artisti fossero contro il razzismo, contro la segregazione razziale. C’era anche una certa ingenuità in tutto questo, e qualcuno la sta pagando adesso. Penso agli U2, che hanno perso molti dei loro ascoltatori per essersi troppo impegnati in una certa fase. L’accusa di incoerenza è sempre in agguato e alla fine sotterra un po’ tutto quello che hai fatto. Per cui, anche un po’ per prudenza, per non sentirsi poi rinfacciare di aver tradito, molti oggi sono molto cauti nell’esporsi.

Quando è stato eletto Trump nel 2024, mi sarei aspettato un grande movimento culturale e artistico che lo avversasse, lui, la sua amministrazione e soprattutto la sua retorica. Invece…

Il problema è che la gente non attribuisce a gente come Taylor Swift – che pure si è esposta – quella credibilità e quel ruolo che invece vorrebbe dare a qualcun altro che però non c'è. Certo, c'è ancora Springsteen che si esprime come può, ma ormai sono rimasti i vecchi. E anche i giovani, se lo fanno, non vengono nemmeno presi sul serio.

Invece quelli che hanno il coraggio di esporsi stanno dall'altra parte… Kanye West si è fatto fotografare con Trump, è proprio suo fan. E questo per me chiude il cerchio, dimostra quello che dicevamo prima: il rap è diventato la musica del capitalismo. Pur essendo partito in modo molto diverso… Ovviamente c’è qualcuno che fa ancora discorsi sociali e politici – il numero uno in Italia è Marracash – però ha meno risalto.

Quando Kanye West / Ye andò a trovare Trump nello Studio Ovale...
Quando Kanye West / Ye andò a trovare Trump nello Studio Ovale...

Secondo te tornerà questo impegno politico, questa cultura legata all'impegno, oppure è una cosa del passato?

Mi sembrerebbe strano, però è anche vero che tutto può essere. Più andiamo avanti negli anni, più vediamo cose di cui diciamo "Chi lo avrebbe detto?". Mettiamoci anche questa. Magari fra due anni ci troveremo a dire: "Chi l’avrebbe detto che all’improvviso ci sarebbe stato un altro movimento di protesta?".

Grazie, Paolo.

Grazie a te, e a tutti quelli che arriveranno fino a questi ringraziamenti finali. Spero vi siate divertiti!

A proposito:

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