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Smantellando i luoghi comuni con i giovani dEUS

Smantellando i luoghi comuni con i giovani dEUS

Tre dischi e tre assi per garantirsi l'Olimpo del pop.

Giancarlo Turra
| Lo leggi in 8 minuti
La melodia è una linea. Non è difficile trovarla, più complicato è mettere assieme i punti che la compongono, spostarla e riuscire a commuovere.
Tom Barman

Così Tom Barman esponeva nel 2023 a Fernando Rennis il segreto di una band che per qualche tempo è stata un sogno divenuto realtà.


Europe calling

Nel passaggio tra anni Ottanta e Novanta c’è stato un momento fatidico in cui la concezione di musica popolare incentrata sul rock che ruotava attorno all’asse U.S.A./Inghilterra (con l’Australia più decentrata, ma comunque importante) è finita sotto un serio vetrino critico. Oltre a mettere in discussione un aspetto “sovversivo” piuttosto traballante perché legato in modo talvolta ambiguo alle logiche di mercato, si è iniziato a rimuovere il rock dallo status di genere privilegiato e a porlo sullo stesso piano degli altri idiomi popular. All’epoca ne derivò un abbattimento delle residue barriere stilistiche presenti in quella che, fin dal primo giorno, è una forma di espressione meticcia: compiendo la missione avviata da Clash e Talking Heads, uno stuolo di artisti dimostrò che ballare non era più peccato – non lo era mai stato, a dire la verità – e fuse tra loro indie e dance, laddove il matrimonio tra hip hop e hard rock già era stato celebrato. Ecco tecnologia e ricerca saldarsi al formato canzone in qualcosa di superiore alla somma degli elementi, ecco fantastici ibridi affollare gli scaffali, ecco il crossover totale imporsi come metodologia e il rock trasfigurarsi nel post per un ultimo balzo in avanti.

Rimossa la supremazia di britannici e statunitensi, all’Europa – all’Africa, al Sudamerica, all’Oriente – veniva finalmente riconosciuta voce in capitolo e noi, onnivori ed ebbri, potevamo gettarci in un oceano di scoperte. Nel tempo, quello smantellamento di false certezze e di luoghi comuni si è rivelato un passaggio necessario affinché l’arte pop potesse continuare a raccontare il mondo e i massimi sistemi e ritrovare linfa vitale. A proposito di luoghi comuni: dici “Belgio” e vengono in mente birra, mitili e patatine fritte, l’Atomium, maestri del pennello, del fumetto e del pedale, il genio narrativo di Georges Simenon. Venendo infine al punto, prima che l’oggetto di questo articolo salisse alla ribalta, il Belgio vantava l’immenso Jacques Brel, gli artigiani synth pop Telex e l’irresistibile Ça plane pour moi di Plastic Bertrand ma scritta e cantata da Lou Deprijck.

Inoltre, gli appassionati più attenti potevano citare il rock progressista degli Univers Zero, gli ombrosi Names, la scuderia Les Disques du Crépuscule dove figurano Michael Nyman, Josef K, Cabaret Voltaire, Antena, Pale Fountains e Tuxedomoon. Senza dimenticare lo sperimentalismo degli Aksak Maboul di Marc Hollander, responsabile anche di un’etichetta da eleggere a modello come Crammed Discs, e il ruolo fondamentale recitato nella electronic body music da Neon Judgement e Front 242. Infine, signore e signori, i dEUS, meravigliosi figli del terreno di coltura geografico e storico testé delineato. 

Giovani, carini e spensierati.
Giovani, carini e spensierati.

Great Flemish Nude

Con la sua aura riservata e cortese che serve da protezione per chi vive in un paese uno e bino, la fiamminga Antwerp è una città quintessenzialmente belga, dunque è appropriato che questa storia parta da lì. Popolosa per gli standard della nazione, si trova vicinissima al confine con l’Olanda ed è collegata al Mare del Nord tramite il fiume Scheldt: fin dal 1500 è stata un porto di fondamentale importanza che ha mescolato radici gallico-romane alla fortuna economica, derivata dalla scoperta delle Americhe e dal contestuale traffico di merci con spagnoli e portoghesi. Governata con tolleranza da un’oligarchia di banchieri aristocratici che investiva anche nell’arte ricchezze sconosciute nel resto del continente, da sempre vanta un respiro internazionale e continua a reinventarsi con un’attitudine simile a ciò che muove certe band, che assorbono e mescolano diverse influenze, ragionano su ciò che sta attorno e cambiano pelle restando fedeli alla propria vocazione.

Predisposizione che nei dEUS si traduce in un art rock ispirato dai grandi alieni Frank Zappa, Captain Beefheart e Tom Waits, caratterizzato da un peculiare senso per la melodia arguta che sbuca inattesa, dalla capacità di modellare canzoni con impeto e razionalità e di vestirle con arrangiamenti policromi, da un intreccio tra suono e parole che qui ricorda il conterraneo Magritte e là diresti impressionista. Su questa solida trama, un sentire dopo-indie incastra schegge grunge, riverberi rumoristi/psichedelici, trasfigurazioni di folk, country e r&b, venature jazz e blues. Indenne allo scorrere del tempo, il surrealismo diventa concretezza in un collage di malinconica follia e stravaganza a fuoco.

È proprio a cavallo tra anni Ottanta e Novanta che Thomas Andrew Barman molla gli studi di cinema e fonda i dEUS ad Antwerp: pescato il nome dall’omonimo pezzo degli Sugarcubes, si piazza al microfono con una sei corde e vede ruotare attorno a sé un po’ di facce finché la squadra non si stabilizza con il chitarrista Mark Meyers, Klaas Janzoons a violino e tastiere e la sezione ritmica di Stef Kamil Carlens (basso) e Kris Daans (batteria). La gavetta poggia sui gusti affini (Velvet Underground, Violent Femmes, Leonard Cohen, Beefheart, Waits, John Coltrane) e comincia presto a trafficare con un repertorio spesso frutto di collaborazioni incrociate.

Una manciata di demo e l’avvicendamento di Meyers e Mark Willems con Rudy Trouvé e Jules De Borgher conducono all’autunno 1992 e all’E.P. Zea, prodotto da Peter Vermeersch e Pierre Vervloessem degli X-Legged Sally. Fuori a metà dell’anno seguente per la minuscola Jack & Johnny, il dischetto galvanizza la stampa della nazione ed esorta i ragazzi a tornare in studio con il suddetto duo per l’album d’esordio. Bugiardo soltanto nel titolo, Worst Case Scenario (ovvero: “l’ipotesi peggiore possibile”) recapita un caleidoscopio fascinoso e stordente che sfugge a ogni catalogazione e pulsa di un’eccentricità pari al dispiego di intuizioni ed eleganza.

Fuori dapprima in Belgio per la Bang! e un mese e un contratto con la Island dopo nel resto del mondo, è una giostra che, inaugurata dalla breve e tautologica Intro, cambia senza posa sgranando la raffinata complessità dell’elastico, isterico singolo Suds & Soda (grossomodo: i Pixies che ospitano John Cale per rifare Traffic e Beastie Boys), una W.C.S. (First Draft) che preleva la linea di basso dai solchi di Hot Rats e approda altrove, le Morticiachair e Mute che pasticciano con i DNA di Zappa e Van Vliet, la lenta ipnosi aromatizzata slowcore Jigsaw You.

Dal vivo per MTV nel 1994.

E ancora: gli stop, le ripartenze e le distorsioni di Via, l’exotica da/per lupi mannari Great American Nude che cita il pittore pop art Tom Wesselmann, la camminata su cocci di bottiglia Let’s Get Lost, il country wave mutante Divebomb Djingle, una Shake Your Hip stralunata però danzabile, i distillati di uggia nordeuropea Right as Rain e Secret Hell, la sublime ballata indecisa tra meditazione, inquietudine e romanticismo malaticcio Hotellounge (Be the Death of Me). Unite i puntini e otterrete un capolavoro che, per forza di cose, non va oltre una condizione di culto allargato che sarà costante. Nell’intensa attività concertistica i dEUS hanno il tempo per estremizzare stile e approccio con My Sister = My Clock, poco meno di mezz’ora di bozzetti che spiazza ulteriormente critica e pubblico. Evviva.

Crash in a bar (under the sea)

In retrospettiva, My Sister = My Clock ha l’aspetto di un détournement di classe, poiché nell’estate 1996 In a Bar, Under the Sea risponde al debutto con argomenti di simile fattura e qualche composizione già affiorata nel recente passato, confermando l’eclatante qualità della proposta mentre aggiusta il tiro in termini di compattezza. Un cambiamento nella continuità che rafforza una penna responsabile della sardonica cantilena Opening Night, degli struggimenti della Little Arithmetics che splende tra R.E.M. e Pavement, del ribollire funk waitsiano Fell Off the Floor, Man e di una Theme from Turnpike cupamente jazzy devota a Barry Adamson e guarnita da un sample di Charles Mingus. Il resto ce lo mettono strutture articolate, stralunate e però spontanee nello sviluppo (For the Roses, A Shocking Lack Thereof, Supermarketsong, Guilty Pleasures) e una musica che prosegue a cancellare i confini tra generi con spiccata emotività (Gimme the Heat, Serpentine, Nine Threads, la favolosa Disappointed in the Sun).

Tom Barman e Stef Kamil Carlens al Rock Werchter del 1995.
Tom Barman e Stef Kamil Carlens al Rock Werchter del 1995.

Il problema è che intanto Rudy Trouvé ha gettato la spugna, stanco del clamore e dei tour. Lo sostituisce Craig Ward dopo la pubblicazione di In a Bar, Under the Sea, dove Rudy compare accanto a ospiti che certificano l’ingresso della formazione nell’élite alternativa come Scott McCloud dei Girls Against Boys e Dana Colley dei Morphine. L’album chiude un cerchio con la supervisione di Eric Drew Feldman, già al fianco dell’ultimo Beefheart, incassa il disco di platino in madrepatria e globalmente smercia un quarto di milione di copie. Cifre niente male e ciò nonostante insufficienti per il balzo sperato dall’etichetta e desiderato da una band sulla quale cade un’altra tegola quando Stef Kamil saluta per dedicarsi a Moondog Jr. e Zita Swoon.

Gli subentra Danny Mommens mentre la base di fan cresce a piccoli passi, i dEUS tengono concerti a centinaia e nel ‘98 si rifugiano per mesi in Spagna per mettere mano al terzo album. Quello sul serio “difficile” per il forfait di Carlens, per l’insoddisfazione di Barman e per un clima di nervosismo e incomunicabilità cui reagiscono limando le asperità. Nel marzo dell’anno seguente The Ideal Crash baratta il finto caos dei predecessori con una cupa e stridente tensione di fine millennio, pone in risalto melodie mai banali e sposta rumori e abrasioni tra le pieghe del suono, avvalendosi della produzione di David Bottrill – in curriculum Sylvian & Fripp, King Crimson, Tool – e di un uso equilibrato della tecnologia. Troppo raffinati per il successo di massa, il sublime crescendo Instant Street, il tetro romanticismo di Sister Dew e l’acidulo kraut pop Put the Freaks Up Front non smuovono le vendite ma si conficcano dritti nel cuore, insieme a episodi riflessivi (The Magic Hour, Magdalena, One Advice, Space) e ad altri che armonizzano magistralmente calcolo e istinto come Everybody’s Weird, Let’s See Who Goes Down First e Dream Sequence #1. 

Poi la stanchezza si fa sentire, unendosi alla frustrazione generata dal salto di categoria che non arriva e da un supporto dell’etichetta che la band ritiene inadeguato. Ne consegue un sabbatico di sei anni, dopo il quale i belgi si ripresentano con Barman leader supremo, svariati rimpasti nell’organico e un indie-rock d’autore più fruibile, che riconosce il passo più sicuro nella prima missiva datata 2005 Pocket Revolution. Bello averli di nuovo con noi, anche se siamo lontani dai gioielli offerti nella prima fase di carriera, che ai nostri dEI preferiti hanno garantito un posto fisso nell’Olimpo. E così sia.

Nel 2006 a San Francisco, durante il tour di Pocket Revolution.
Nel 2006 a San Francisco, durante il tour di Pocket Revolution.

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