
C'erano un'americana, un giapponese, un ucraino e – in quell'estate del 1990 – stavano per annettersi ogni classifica del globo. Sembra l'incipit di una barzelletta quando invece il terzetto formato da Lady Miss Kier, Tōwa Tei e Dj Dmitry è stato una delle più gioiose, intelligenti e festaiole macchine da guerra pop. Ingiustamente relegati a meri esecutori di Groove Is in the Heart (alzi la mano chi non ha mai sculettato su quell'ordigno), avevano in faretra un terzetto di album – e una raccolta di bizzarri remix e riletture a cappella – di tutto rispetto. Degroovy? Delicious? Deee-Lite!
Ooh lala lalalalala!
How do you say delicious?
How do you say delovely?
How do you say delectable?
How do you say divine?
How do you say degroovy?
Dewith it?
How do you say Deee-Lite?
(Groove Is in the Heart, 1990)
Se l'arte come finzione non è mera apparenza ma una menzogna che conduce alla verità, allora la diciassettenne Kierin Magenta Kirby che nel 1982 abbandona l'Ohio per studiare moda a New York non è solo una stravagante e fumettistica ragazzetta che si atteggia a disco diva fuori tempo massimo. Incapsulata in qualche vestitino glitterato memore dello Studio 54, ha un metodo in quell'esuberanza rétro che l’accompagna: gira per i club cercando di vendere le sue creazioni mentre si dimena in pista. Ama la musica e anzi "le" musiche. Che una sola non basta e andrebbe ibridata in qualcosa di nuovo che mantenga lo strizzar di chiappe della dance ma anche la positività degli anni Sessanta. A gettar molotov sono bravi tutti, ma mettete dei fiori nei vostri cannoni e poi mi dite.

È in questo saltabeccare per locali – anche come cameriera; piazzare zatteroni con zeppa di 15 cm non è propriamente l’idea più brillante per pagare l’affitto – che incontra Dmitry Brill, polistrumentista e dj di origine ucraina con il quale inizia a condividere idee, clubbing sfrenato, visioni, vestiti e vita. Notturna e non. Lui ha una banda chiamata Shazork, bizzarra e mutante congrega acid disco con un immaginario alla Scooby Doo: una futura star della TV alla voce (la drag queen Lady Bunny, di lì a poco ideatrice del festival Wigstock), un freak alle tastiere (Sister Dimension) e lui a creare ipnotici pattern chitarristici. Immaginate un miscuglio di Shöx Lumania, Culture Club – la voce di Lady Bunny è simile a quella di Boy George – e Hercules and Love Affair.
E Magenta? Crea vestiti, gazzarra e coreografie. Agghindati come una crasi tra Tubes e Sly & the Family Stone, gli Shazork edificano un seguito devoto in tutta la New York underground. Bellissimi da vedere, surreali da ascoltare, larger than life, in qualche modo. Gli LCD Soundsystem transgender, Le Tigre prima di Le Tigre. Sono però misconosciuti che chiudono le attività un attimo prima di capitalizzare. Ma importanti e anzi importantissimi per gettare le basi (soprattutto estetiche) di quello che arriverà al mutar di decennio. E difatti.
Fashion is something you buy, style is something you acquire.
(Supa Dj Dmitry)
La coppia – ora conosciuti come Lady Miss Kier e Supa Dj Dmitry – si porta appresso i rimasugli estetico-sonori della mistura Shazork condensandoli in un nuovo progetto. Il carburante finale è l'incontro con Tōwa Tei, giapponese d’origine coreana e enfant prodige dello scratching che, nato Dong-Hwa Chung, aveva avuto modo di collaborare di straforo in patria con niente meno che Ryūichi Sakamoto.

Three of a Perfect Pair
Caciaroni ma stilosi, metodici nella loro stramberia, intrisi di riferimenti che i coevi De La Soul – la loro controparte indolente e black – stanno assemblando in quegli stessi giorni. Sovrapponibili d’intenti, se volete: ma se Trugoy e compagni hanno la Daisy Age, i Deee Lite puntano all'opulenza, ai gloriosi anni della disco music e al parossismo. L’estate è la stessa, l’amore anche. Le margherite pure. L’afflato politico (ancora) no.
Tempo una settimana e i tre hanno delle canzoni. Anzi: hanno canzoni create assemblando parti di altre canzoni. Si chiama sampling, è un’arte ancora da scoprire appieno e i due maschietti sono dei maghi nel far brillare Akai e Technics. Bastano due mesi affinché New York impazzisca per questi mariuoli sonori che portano i Turtles dentro l'house. Un ritorno al futuro vero e proprio, un cartonato dei Parliament/Funkadelic disegnato per Futurama tra fumi di patchouli. Un po'quello che avevano tentato gli ABC con l'esperimento (How to Be a) Millionaire. Solo con massicce dosi di ironia e una devozione per la club culture.
Signore e signori… Deee-Lite. Ka Boom!
L’immagine è perfetta, il suono ancor di più. Sono psichedelici – il logo li illustra in guisa di fumetto, mentre volano cavalcando farfalle giganti – ma house, modernisti ma retrò, funky ma jazz. In foto escono sempre come qualche emanazione psicotropa di un cartone animato, tra funghetti fluo e caricature. Lady Miss Kier è una Pussy Galore uscita da un incubo di Halston, un ologramma saturato di qualche plasticosa stella vintage di Hollywood; Dj Dmitry taglia e cuce sampler con un look che rimanda a un Gengis Khan immaginato da Quentin Tarantino; Tōwa Tei – crasi somatica tra un nerd, Taddeo e Mr. Magoo – scratcha e assembla l’intero patchwork.
Con uno zibaldone di culture ed etnie diverse, i tre rappresentano la vera New York sotterranea che si fa mainstream. È qui che l'Elektra irrompe con un pantagruelico contratto di sette album sbaragliando una concorrenza agguerrita. Sono gli anni Novanta, baby. E allora vendiamoli!

What the World Is Waiting for
Quando – il 7 agosto 1990 – esce World Clique, il mondo non sa ancora di averne bisogno. Lo scopre subito però, grazie a Groove Is in the Heart, il singolo che, giusto una settimana prima, era uscito a disboscare le classifiche e condurre per mano eserciti di acquirenti lungo la strada del mago di Oz.
Canzone multimilionaria che si adagia sul pianeta con fischietti, curve sonore e birignao. Un singolo talmente perfetto da essere persino "troppo": troppo famoso, troppo contagioso, troppo di successo. Troppo tutto. Uno di quei pezzi che se lo mangiano, l’LP nel quale sono contenuti, come un buco nero che fagocita tutto e spesso anche le carriere degli autori.
Come che sia: lì, tra i citati ABC (millio-millionaire), i cugini di concetto De La Soul, i Tom Tom Club e anticipi di Gorillaz frou frou, nel giro di poche settimane Groove Is in the Heart strappa un numero uno in Australia, un due in UK e un quattro in USA. MTV passa il bislacco video con frequenze da Soviet Supremo, i ragazzi impazziscono, le ragazze adesso vogliono essere Miss Kier, non più Madonna. La quale risponde con Vogue, altro pezzone da breccia di Porta Pia, ma che è talmente patinato, e in qualche modo pure snob, da sembrare algido e sottovuoto rispetto alla contagiosa vivacità menefreghista e lisergica del terzetto.
Di cosa parla Groove Is in the Heart? Beh, parla di ballare, di cosa vuoi che parli? È una lettera d’amore per i dj!
(Lady Miss Kier)
Il singolo tira la volata a un disco che ben presto diventa d’oro. Testa di ponte che vive di cambi tonali, campionamenti (la struttura è presa da Bring Down the Birds di Herbie Hancock, il che la dice lunga su quali siano le ascisse e le coordinate del terzetto), astrusi nonsense da Eta Beta. E poi quel fischietto "a coulisse" – scippato a Get Up di Vernon Burch – che si scapicolla lungo il pezzo a rappresentare il quid di una canzone dove i fischietti non dovrebbero starci. A ogni derapata ritmica riemerge sghignazzando e tu non puoi che soccombere. L’album ne viene quasi disarcionato.
La pista da ballo ha una coscienza collettiva. Il dj è come il guru, la consolle è l'altare; la pista il luogo sacro che adoriamo.
(Lady Miss Kier)
Fumettistici, Banana Splits del groove, Monkees dell'hip hop, B-52’s dell’house. Glam fosforescente in un immaginario mondo techno dove i Chicory Tip avrebbero potuto avere Eartha Kitt o Betty Boop alla voce solista. Hippy che vestono Dior e plastica, funky bubblegum, coiti e sniffatine nel vicolo, pastigliette furbe, beveroni proteici. Pansessuali, multietnici, eclettici. Dei Funkadelic che sfarfallano Eight Miles High immersi tra i fragolosi fumi dello Shoom e in una Woodstock con le Jacuzzi.
Sulla carta un pasticcio bulimico, in realtà un portento pieno di gioia e amore. Saltelli, squittii, favolette marziane, bassi tellurici, risatine. Ma non si incorra nell’errore di limitarsi alla superficie dell’immaginario, nulla è lasciato al caso nell’universo lisergico dei Deee-Lite. Un'intersezione tra house, jazz, funk e hip hop come raramente s’era udita. Solo assemblata con un occhio al 1966.
Supa Dj Dmitry è un musicista con i fiocchi, ma soprattutto ha bene in mente come debba suonare la creatura: 18 ore al giorno in studio, cura maniacale per incastonare i dettagli, pazienti sessioni di cesello per evitare crisi di rigetto dei sampler.
A proposito di Funkadelic, c'è un dream team incredibile davvero dentro – e fuori: andranno in tour con la band – World Clique: Bootsy Collins al basso, Maceo Parker (storico collaboratore di James Brown) al sax, Fred Wesley al trombone e il rapper Q-Tip di A Tribe Called Quest. Mondi che collidono, stelle filanti inimmaginabili e stridenti per chi, in quei giorni, ha ancora berretti che coprono le orecchie.
Nulla suona come i Deee-Lite in quel 1990.
La fama si è presto trasformata in vergogna, perché all'improvviso ci siamo sentiti imprigionati dentro tutto ciò che avevamo sempre detestato, ovvero la sovraesposizione. Non abbiamo chiesto a nessuno di trasmettere la nostra canzone 13 volte al giorno.
(Lady Miss Kier)
Sembra house ma non è, serve a darti l'allegria
Non vi è un solo giorno di pioggia in World Clique, ed è sacrilegio indurlo a mero corollario del singolo di cui sopra quando può contare su altri undici brani men che ottimi (la Deluxe Edition del 2017 su Cherry Pop aggiunge un ulteriore dischetto con 14 remix). Tetris di rifrazioni e riferimenti, golem eretto in qualche parte del cosmo tra Herbie Hancock e Vernon Burch, più una pletora di micro-spezzoni e ritagli sonori dei quali si perde il senno a contarli. Dei Sun Ra del dancefloor con un’e(ste)tica ideologica fortissima. Surreali, che fumettistici già si è detto.
Parte con il jazz in poliestere di Deee-Lite Theme e sono "soltanto" i titoli di testa di un viaggio che è meglio del Prozac. In mezzo vi sono creature che rubano burro d’arachidi prima di farsi il bagno tra bolle di sapone (Who Was That?); esperimenti di telepatia techno tra dj con campioni di Bela Lugosi, Morricone e Sakamoto (E.S.P); repetitive beats che anticipano i Daft Punk (Power of Love); una Pantera Rosa anzi black anzi blaxpoitation che si muove sinuosa in Try Me On… I’m Very You e onomatopee in 4/4 con i M/A/R/S/S a sbracciare in sottofondo (Good Beat). E poi: i Silver Apples che fanno capolino tra le pieghe di Deep Ending e i Liquid Liquid vibranti dentro Build the Bridge nel mentre il terzetto conduce i Kraftwerk in Amazzonia.
Insomma: una Madchester lungo l’East River. Vi basta per riaccendere lo stereo o siete confusi?
I Deee-Lite creano una politica della danza inventando la retromania ere geologiche prima che il termine si diffonda. Stampa e pubblico guardano stupiti. L’altro Dimitri, quello "from Paris", prende scrupolosa nota. Il mondo citato nel titolo anche. E chi ha detto Pizzicato Five o Bran Van 3000, vince una collana di tuberose fluorescenti.
Tempo poche settimane e Deee-Lite diviene stella planetaria. Festival (leggendaria l’esibizione a Rock in Rio), dj set, un'apparizione al Saturday Night Live, passerelle per Thierry Mugler. Nei primi anni Novanta la coppia Dmitry/Magenta passa intere estati a seguire i rave lungo tutta la costa orientale degli USA, in consolle e in pista. Mentre Tōwa Tei comincia a diventare insofferente (rinuncia a ogni uscita live), la Elektra incalza per avere un successore.
Infinity Within esce il 23 giugno 1992 con una pressione inimmaginabile a sottendere. Ambizioso sin dal titolo e con una delle primissime confezioni digipack (da loro rinominata "eco-pack" per sottolineare le istanze ideologiche) a racchiuderne il contenuto nel formato CD. Non vi è un ordigno nucleare come Groove Is in the Heart ma 13 bombe a grappolo (più una traccia nascosta) che spostano più in alto l’asticella sonora. Non bastano. Le vendite ne risentono relegandoli allo status di meteore complice anche una maggiore attenzione a tematiche sociali e politiche (la traccia ‘Vote, Baby, Vote’ è usata per la campagna presidenziale).
L'album viene bollato come troppo indulgente e stritolato da manie di grandezza. In sovrappiù il supporto – con annesso budget – promesso dalla casa discografica sparisce. I tre cominciano a dissolversi nel sottobosco degli incompiuti con un lavoro nominato poco e ascoltato ancor meno, visto che al giro di boa del 1992 le cose stanno mutando velocemente. Venti di cambiamento (la guerra nell’ex Jugoslavia, la fine dell’Unione Sovietica, le rivolte di Los Angeles) e una "prodigiosa" Jilted Generation in arrivo.
Che disco, però. E che ospiti: a Bootsy Collins, Maceo Parker e Fred Wesley si aggiungono Arrested Development, Bernie Worrell, Michael Franti, Satoshi Tomiie, Mark Plati.
Che Infinity Within rimanga sottovalutato assai lo si evince subito da una I.F.O. (Identified Flying Object) che porta in un altroquando la sbarazzina spensieratezza del lavoro precedente, come certifica l'inserimento degli Arrested Development. Runaway è il singolo scelto per trainare il tutto, tramite una diamantifera italo house dove Lady Miss Kier gigioneggia alla Teena Marie. I club esultano. Le classifiche meno. La Elektra comincia a spazientirsi.
Eppure Heart Be Still è una meraviglia che riecheggia i migliori Soul II Soul; I Won't Give Up si sposta dalle parti di Brixton quasi già Everything but the Girl in abiti housey. E così Electric Shock con quel "pianerottolo" alla Weatherall. E che meraviglia è l'indolente musica da copulette veloci e nascoste di I Had a Dream I Was Falling through a Hole in the Ozone Layer, con l’andamento Stevie Wonder che muta in un loop trip-poso?
Rubber Lover parla di Aids e sesso sicuro con l’acid house, in Fuddy Duddy Judge il cerchio si chiude su Michael Franti che sputa rime mentre Miss Kier gorgheggia e Bernie Worrell glassa i sampler con un Minimoog. Pussycat Meow è un luccichio acido e lascivo: scelta come ulteriore singolo, fallisce l'impresa ovunque. Love Is Everything (traccia bonus) chiude l'album e pare di avvertire in sottofondo gli Scritti Politti di Songs to Remember.
In un mondo che sta per abbeverarsi da Anggun e Skunk Anansie non vi è più posto per i Deee-Lite. Infinity Within rivendica la consapevolezza di essere banda con le idee chiare e non solo i fortunosi One Hit Wonder da Pitti Immagine di quel World Clique che, se in qualche modo inventava i Black Eyed Peas, ora è percepito quale zenith e pietra tombale del terzetto.
Durante la Guerra del Golfo e gli anni di Bush abbiamo ritenuto importante utilizzare la visibilità che avevamo nei media in modo responsabile. Il nostro nuovo album è più incentrato sulla politica personale che su quella globale. Il semplice fatto di fare musica edificante è di per sé una dichiarazione politica.
(Lady Miss Kier)
All’arrivo di Dewdrops in the Garden (Elektra, 12 luglio 1994) la storia – sia quella umana tra Miss Kier e Dmitry, sia quella sonora – è terminata. Tōwa Tei abbandona la nave per concentrarsi sulla carriera solista (collabora con il minimo sindacale su sei tracce) sostituito dal produttore e dj Ani Schempf. Sparisce pure il management, e con esso royalties e incasso dei tour.
Eppure è un'ulteriore favola di psichedelia elettronica: il suono dilata sincopando, gli ospiti chiamati a dar manforte mutano (Armand Van Helden, Kenny "Dope" Gonzales, "Little" Louie Vega), le atmosfere si pastellano in una ribalda e acidula tech house, Lady Miss Kier amplia il registro vocale diventando davvero una stellina disco.
Ci trovate l’italo di Say Ahhh..., le micropunte Underworld in River of Freedom, l’housissima perseveranza di Call Me, una When You Told Me You Loved Me che, putacaso nessuno abbia mai chiamato in causa i De La Soul, beh, eccoli qui, il super freak mutante Apple Juice Kissing che assembla pezzi di Clash (Armagideon Time), Linton Kwesi Johnson (Loraine) e Detroit Emeralds (You’re Getting a Little Too Smart), la Bring Me Your Love di gloriosa acidità soul come una French Kiss à rebours.
A caramellare il tutto un piacevole-e-poco-più Dewdrops in the Remix solo per il mercato giapponese. Vi sarà il tempo per Sampladelic Relics & Dancefloor Oddities (Elektra, 1996), divertissement – non solo: dentro abitano anche preavvisi di lussuose intenzioni – approntato per capitalizzare rimasugli tramite adattamenti stravaganti, a cappella (Frenchapella, ove la Miss si fa BB complètement nue au soleil), revisioni (l’incredibile Hani Remix di Say Ahh...) e frattaglie.
La diaspora lascia pulviscolo diafano: Lady Miss Kier abbandona per trasferirsi a Londra. Dj e attivista per i diritti umani, avrà modo di collaborare con James Brown, George Clinton e A Guy Called Gerald. I sodali? Tōwa Tei innalza caparbio una discreta carriera solista (molto bello Sound Museum del 1997), Supa Dj Dmitry andrà a diversificarsi tra produzioni –, Sinéad O’ Connor, Arthur Russell, Nina Hagen, Julee Cruise – consolle di lusso e una toccata e fuga solista con Scream of Consciousness (su TVT del 2000).
In quegli anni senza paletti e patimenti, dove ci si poteva abbracciare tra Public Enemy e Shamen, tra Naked City e Screamadelica, tra Scorn e appunto Deee-Lite, il mondo era un'ostrica multiculturale ebbra d’amore. L’emblema dello Smile campeggiava ovunque, il corpo era tornato a liberarsi, gli strumenti avevano raggiunto una democratizzazione impensabile (chi, solo pochi anni prima, avrebbe "suonato" un giradischi?). Ma non poteva durare. Non durò.
Oggi, sbracciando verso un passato che ha la consistenza di una foschia al sapor di vaniglia, posso dire solo una cosa: I believe in the power of love. L’ho imparata dai Deee-Lite.
