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Guida a John Coltrane in 10 dischi

Ok una rivoluzione inscenata in meno di dieci anni, e che cambiava per sempre l’idea che si ha del jazz, e una parabola terrena interrottasi tragicamente presto. Ma poi?

Guida a John Coltrane in 10 dischi
Eddy Cilìa
| Lo leggi in 14 minuti

Eddy Cilìa distribuisce consigli per gli ascolti ai principianti assoluti: 10 album-simbolo, selezionati in un catalogo sterminato, per sintetizzare una delle vicende artistiche più fenomenali e controverse del jazz e della musica tutta del Novecento.


Dieci anni, un mese, due settimane, tre giorni: tanto separava le poche ore in cui, alla testa di un gruppo raffazzonato per l’occasione, John Coltrane debuttava da leader dal fatale 17 luglio 1967, un lunedì, in cui spirava all’Huntington Hospital, Long Island, mentre su New York albeggiava. Si era ricoverato la mattina di domenica, appena il venerdì precedente aveva firmato le carte per autorizzare la pubblicazione di Expression, messo assieme in due faticose sedute fra febbraio e marzo. Sarà il suo primo LP a uscire postumo, in settembre, attorno alla data in cui avrebbe potuto spegnere quarantuno candeline avesse ancora avuto fiato e vita. Primo di una serie giunta ai giorni nostri regalando gemme in quantità e per fortuna poco di trascurabile. Sarà che il jazz non è il rock, già allora faceva numeri modesti al confronto, e c’è dunque poco da speculare persino su chi, con Charlie Parker, può essere insignito del titolo di più grande e influente sassofonista nell’ambito. Sarà che mai suonò lo stesso brano due volte allo stesso modo e ad ascoltarne dieci, venti, cento versioni le scopriresti tutte diverse e spesso sensibilmente. Che è la ragione per la quale certe riedizioni ampliate hanno assolutamente senso, quand’anche infastidisce che ne risulti alterato il respiro del programma d’epoca.

Per il suo mondo un’uscita di scena tanto prematura e subitanea era uno shock. Che fosse malato si sapeva, che gli restasse poco (c’è da credere che nemmeno lui ne fosse consapevole: aveva progetti, pensava di avere ancora tempo) no. Alla cerimonia funebre che si tenne il 21 il quartetto di Albert Ayler suonò all’inizio, quello di Ornette Coleman accompagnò l’uscita del feretro dalla St. Peter’s Lutheran Church. Era un po’ un passaggio di consegne, pensarono probabilmente in molti provando a dare una risposta a una domanda, «E ora?», che da quel dì ci interroga. Quanto sarebbe stata diversa la storia del jazz, che come non molti altri costui contribuì a scrivere e in pochissimo tempo, un iperproduttivo decennio appunto, fosse vissuto qualche anno di più? Magari quanto il coetaneo Miles Davis, mentore severo e primo dei suoi estimatori, che pure non morì vecchio. Dove sarebbe andato Coltrane, in quanti lo avrebbero seguito? A fronte di una certezza, e cioè che con Ascension si fosse spinto fin dove poteva senza uscire da un perimetro che aveva allargato all’estremo, si possono avanzare varie ipotesi. Una è che difficilmente si sarebbe fatto sedurre, differentemente da Miles, da un rock che da lui era stato al contrario sedotto eccome (citofonare Byrds, chiedere di Eight Miles High). Dal funk forse sì e se un suo Bitches Brew pare improbabile su un On the Corner si può essere possibilisti. Quasi certamente avrebbe continuato a scavare la fertile terra d’Africa e a indagare le musiche indiane. Provvederanno, a infiltrare il jazz di influssi etnici, la vedova Alice e Pharoah Sanders, fra gli allievi il più dotato e curioso.

Esclusa a priori la discografia post mortem nonostante conti album straordinari, sia in studio che live, questa lista si è compilata da sola. Ha il pregio di coprire per intero un canone vasto e variegatissimo. Il difetto che tanti, troppi lavori significativi e magnifici ne sono rimasti fuori.

Blue Train (Blue Note, 1958)

A esordire in proprio il nostro uomo giunge rodatissimo. È transitato lungo dieci anni per i gruppi di Eddie Vinson, Jimmy Heath, Howard McGhee, per la big band di Dizzy Gillespie, da quella è passato a fiancheggiare Johnny Hodges, infine lo ha ingaggiato Miles Davis (suo il sax tenore nella pietra miliare ’Round About Midnight). In un qualche momento al principio del decennio ha però ceduto al vizio dell’eroina. A motivo di ciò il trombettista lo ha licenziato, salvo riassumerlo, salvo indicargli di nuovo la porta (sveltissimo Thelonious Monk a offrirgli un domicilio provvisorio) ed è stato allora che il sassofonista all’ennesimo tentativo si è liberato dalla dipendenza. Sotto contratto per la Prestige (che sedotta e abbandonata si rifarà assemblando da lì al ’66 una dozzina di LP con registrazioni rimastele; manco uno peraltro men che degno), prima di lasciarla non confeziona in autonomia che tre album, uno cointestato al Red Garland Trio, il non trascendentale esordio cui si accennava all’inizio, Coltrane, cui fa seguire quello che è invece il primo classico, Soultrane, incentrato sul registro della ballata con la rimarchevole eccezione di una resa a rotta di collo di Russian Lullaby di Irving Berlin. È tuttavia di un differente livello, gioca un altro sport, l’unico 33 giri su Blue Note, eternato nel settembre 1957 laddove a Soultrane porrà mano nel febbraio successivo, ma che nei negozi arriverà prima. In Blue Train, monumento dell’hard bop, firma quattro brani su cinque e fra essi la drammatica traccia omonima. Per raccontarlo un critico, Ira Gitler, crea la definizione “sheets of sound”. Resterà.

Giant Steps (Atlantic, 1960)

Anno chiave (ma quale non lo sarà?) il 1959. Coltrane approda alla Atlantic, già il 15 gennaio registra, in collaborazione con il vibrafonista Milt Jackson, il delizioso Bags & Trane, fra marzo e aprile è in sala di incisione (una penultima volta) con Miles e sono le sedute che frutteranno “il” disco jazz per antonomasia, Kind of Blue. Subito dopo pone mano a Giant Steps, titolo programmatico come pochi e uno di quei rarissimi album la cui rilevanza travalica il semplice (si fa dire!) essere un capolavoro. È che c’è un “prima” e un “dopo” Giant Steps. È che qui l’autore, oltre che esecutore, comincia a rimodellare un canone introducendo cambi d’accordi di inaudita complessità che da allora costituiscono materia di studio e non è certo un caso se ogni singolo pezzo dei sette che vi sfilano verrà eletto a standard. È che qui l’assolo non è più un estemporaneo prendersi il centro della ribalta, per poi rientrare nell’alveo della composizione rispetto alla quale ha offerto una variazione su un tema, quanto piuttosto, rovesciando la prospettiva convenzionale, la composizione stessa. Il resto retrocesso ad accompagnamento. Eppure in qualche miracoloso modo a Giant Steps, nel mentre inscena una rivoluzione, riesce di risultare godibile. Più che altrove quando a interromperne, quasi a fondo corsa, il tumultuoso fluire provvede Naima, tenera dedica dell’artista alla prima moglie. Forse la sua ballata più memorabile. 

My Favorite Things (Atlantic, 1961)

A proposito di memorabilità: alla Atlantic si entusiasmavano a tal punto ascoltando la traccia che battezza e inaugura questo LP da farne un singolo. Scorciavano naturalmente di brutto i suoi quasi quattordici minuti per portarla a una lunghezza radiofonica (2’42” il lato A, 3’02” il retro) e in effetti qualche radio la trasmetteva, aiutando a farne una piccola hit e quanto al 33 giri diventava il più venduto del Nostro (lo rimarrà fino a A Love Supreme). Per molti versi My Favorite Things – sulla cui copertina il titolare sfoggia uno strumento di cui gli aveva fatto dono Miles Davis e mai in precedenza in un suo disco aveva suonato il sax soprano – è la perfetta antitesi di Giant Steps. Per limitarsi ai due che più saltano all’orecchio: la scaletta è interamente di standard, dopo il Rodgers & Hammerstein di cui sopra il Cole Porter di Ev’ry Time We Say Goodbye a completare la prima facciata e una seconda monopolizzata, Summertime e But Not for Me, da George & Ira Gershwin; l’assolo torna momentaneamente a svolgere il suo ruolo tradizionale e Coltrane ne piazza di meravigliosi. È un album importante anche perché è il primo con McCoy Tyner al piano ed Elvin Jones alla batteria, al contrabbasso Steve Davis che verrà però presto rilevato da Jimmy Garrison e da lì in poi sarà principalmente con quei sodali (Tyner e Jones sono presenti entrambi in sei su sette dei dischi affrontati da qui in avanti, Garrison non risponde all’appello solamente in Africa/Brass) che il capobanda farà la Storia.

Africa/Brass (Impulse!, 1961)

My Favorite Things viene registrato in tre giorni, 21, 24 e 26 ottobre 1960, e sono sedute talmente fruttuose e ispirate che, esauritosi con il favoloso Olé Coltrane (in un elenco di venti titoli sarebbe certamente entrato) il rapporto con il sassofonista, la Atlantic con i materiali avanzati assemblerà gli eccellenti Coltrane Plays the Blues e Coltrane's Sound e gliene resterà ancora per la raccolta postuma Coltrane Legacy. Per dire quanto il nostro eroe sia ormai al centro della scena jazz e la sua fama la travalichi: dopo avere scippato alla Atlantic nientemeno che Ray Charles la Impulse!, ancora fresca di fondazione, sceglie proprio lui come artista simbolo di un nuovo jazz disposto a tutto, si tratti di sperimentare o contaminare. Ne viene subito ripagata con un disco innovativo quanto Giant Steps ma da quello diversissimo. Prodotto dell’interesse sviluppato da Coltrane per i ritmi africani, vede all’opera con il suo quartetto un’orchestrina (trombe, tromboni, flauti, clarinetti, corni francesi, eufonio) guidata da quell’altro genio rubatoci prematuramente di Eric Dolphy. Mozzafiato gli esiti, nella massiccia Africa, costruita essenzialmente su due accordi, come nello swingante valzer Greensleeves (trad. folk inglese che si fa risalire al Cinquecento) e nel modale Blues Minor. Musica “difficile”, nondimeno epidermica. Piuttosto che la versione originale, o ad affiancarla, al lettore è caldamente consigliato il doppio CD con le Complete Africa/Brass Sessions.

Live! at the Village Vanguard (Impulse!, 1962)

Sfortunatamente a documentare i tumulti che accolsero in prima esecuzione La sagra della primavera di Stravinskij non abbiamo che i resoconti di chi c’era. Quasi quattro anni prima che Bob Dylan suscitasse scandalo presentandosi alla ribalta del Newport Folk Festival con un gruppo elettrico e suonando risolutamente rock, esattamente otto in anticipo (guardando alla data di uscita di questo LP, marzo 1962; immortala parzialissimamente due serate del novembre dell’anno prima) sul Miles parimenti sconvolgente (null’altro in comune) per una certa platea di Bitches Brew, John Coltrane suscitava controversie asprissime con l’esecuzione di Chasin’ the Trane che monopolizza la seconda facciata di Live! At the Village Vanguard. Dopo il parziale depistaggio tramato da un primo lato che sistema di seguito l’incontro fra mondi – il gospel, il modale, l’Estremo Oriente – di Spiritual e una sublime lettura dello standard Softly, as in a Morning Sunrise (nato come tango), lì, in sedici minuti di forsennata improvvisazione, va in scena quello che il produttore Bob Thiele disse «il Big Bang dell’avant-garde jazz». Puro suono che fluisce fuor d’ogni struttura riconoscibile sfidando i limiti fisici dello strumento come dell’esecutore. Il pubblico non era pronto, molta stampa (per non dir tutta) se ne sentì oltraggiata. Diversamente che con Stravinskij e per quanto parecchio in differita, nel 1997, un box quintuplo offrirà testimonianza assai estesa (quattro ore e mezza) delle quattro notti in cui Coltrane ridefinì il significato di “jazz”.

Duke Ellington & John Coltrane (Impulse!, 1963)

Ventisette anni separano il Duke Ellington e il John Coltrane (ma il più anziano sopravviverà al più giovane di sette) che un giorno di settembre del 1962 si ritrovano, portando con sé le rispettive sezioni ritmiche (va da sé che McCoy Tyner debba invece restarsene a casa), nello studio del New Jersey in cui Rudy Van Gelder e Bob Thiele li aspettano per fermare su nastro i risultati dell’auspicabilmente epocale incontro. Il primo si sta inoltrando in una splendida vecchiaia che ultrasettantenne lo vedrà spostare ancora avanti i confini di una musica la cui gradevolezza ha sempre mascherato una modernità somma. Il secondo è nell’esatto centro di una maturità con pochi eguali nella storia non solo del jazz, incendio creativo via via più furioso che del suo fisico non lascerà che ceneri. Per i critici più conservatori, che non sentono più melodia in ciò che fa, è troppo avanti. Li sorprenderà piacevolmente dando alle stampe nello stesso anno, nell’arco di cinque mesi appena, tre LP che verranno malintesi come apostasie della Rivoluzione di cui si è fatto generale e vessillifero. Parrebbe qui limitarsi a un ruolo gregario – firma giusto la felina Big Nick mentre il resto, a parte la malinconica My Little Brown Book che è comunque del braccio destro Billy Strayhorn, è di Ellington, a partire da una delle migliori In a Sentimental Mood mai udite – ma in realtà lui e il Duca sono come una coppia di fenomenali attaccanti che si mandano in rete offrendosi assist vicendevolmente. Disco che dispensa in eguale misura eleganza e sentimento, swing e malinconia. Come recita il titolo dell’ultimo brano: The Feeling of Jazz.

Ballads (Impulse!, 1963)

Il lettore avrà forse notato: su dieci (capo)lavori proposti tre risultano usciti in un solo anno. Erano in realtà quattro i 33 giri che la Impulse! licenziava nel 1963 (non ha superato la selezione Impressions, parte in studio, parte dal vivo, notevole in toto) e avrebbero potuto essere cinque. Fatto è che, mentre di norma è più facile sia la casa discografica a sollecitare la consegna di materiali atti a venir pubblicati, fra Coltrane e la sua etichetta era la seconda a venir messa in difficoltà dal fluire continuo di nuove registrazioni. Non volendo saturare il mercato optava per accantonare provvisoriamente LP fatti e finiti ed è a ragione di ciò che il catalogo postumo su Impulse! dell’artista è non soltanto di livello stratosferico ma composto prevalentemente di articoli chiaramente architettati da lui, con un’intima coerenza, non assemblati da terzi a posteriori. Ciò precisato: siccome non si riesce mai ad accontentare tutti, all’uscita di Ballads non in pochi ma certamente non gli stessi che ancora dovevano digerire il Live! At the Village Vanguard sospettavano fosse il frutto di pressioni della casa discografica. Che ’Trane avesse accondisceso alla richiesta di confezionare un album “commerciale”. Ma quando mai! Era figlio della voglia del sassofonista di confrontarsi con il Great American Songbook e un formato, quello della ballata, rispetto al quale, ipercritico nei confronti di sé stesso, si reputava inadeguato. Lui! L’autore di Naima! Disco stupendissimo e sì, perfetto per quanti con il Coltrane avanguardistico si trovano a disagio.

John Coltrane & Johnny Hartman (Impulse!, 1963)

Nelle immagini di copertina di un album che regala jazz vocale fra il più sofisticato e struggente di sempre Johnny Hartman dimostra ben più dei non ancora quarant’anni che aveva quel 7 marzo 1963 in cui John Coltrane, con al seguito i fidi McCoy Tyner, Jimmy Garrison ed Elvin Jones, lo raggiungeva in uno studio del New Jersey (il medesimo in cui sei mesi prima si era dato appuntamento con Ellington). Pare un impiegato prossimo alla pensione (non ci arriverà: morirà sessantenne) colto in un momento di relax. E poi apre bocca ed è epifania di quelle che non ci si stanca mai di rinnovare (due altri dischi di costui indispensabili, nel caso: I Just Dropped to Say Hello, registrato sempre in quel formidabile 1963, e Unforgettable Songs, di tre anni dopo). Il Johnny Hartman che incontra Coltrane con la sapiente regia di Thiele manca da una sala di incisione da sette anni ma non è minimamente arrugginito. Il suo ricco baritono modella They Say It’s Wonderful di Irving Berlin come a nessuno è riuscito, disegnandone la versione definitiva, mentre Jones letteralmente carezza la batteria, Garrison procede felino, Tyner infila illuminazioni di immenso nelle pause fra una nota e l’altra e Coltrane soffia malinconico e dolcissimo. Se qui il sax sottolinea, là dialoga, porgendosi lirico. Consolatorio quando la voce pare a un niente dallo spezzarsi per l’emozione. Da cui il senso al tempo dell’attribuzione congiunta e oggi dell’inclusione in questa lista, giacché reperto unico.

A Love Supreme (Impulse!, 1965)

Quali che siano le vostre convinzioni riguardo al Divino, classificatelo alla voce “musica sacra”. Nello scatto scelto per l’iconica copertina il trentottenne sassofonista appare meditabondo e alquanto cupo. All’ineffabile senso di gioia trasmesso dal disco non è certo questa foto un po’ inquietante a preparare, bensì l’indirizzo all’ascoltatore che si può leggere spalancando la confezione, a fianco di un ritratto di Victor Kalim rimasto egualmente iconico, indirizzo che si apre con l’asserzione che «ogni lode è dovuta a Dio cui ogni lode è dovuta». E un po’ più avanti: «Quest’album è un’umile offerta a Lui». E nella metà di sotto il testo, novello salmo, la cui lettura nelle intenzioni dell’artista di Hamlet doveva accompagnare lo svilupparsi del quarto movimento di quella che è una sorta di suite: inizio di ingannevole semplicità, con l’alato spiegarsi del sax ad anticipare l’elementare tema disegnato dal contrabbasso di Garrison, ma – attenzione! – sono subito universi di stupefacente complessità a prendere forma nello strepitoso gioco di piatti e tamburi di Jones, nelle linee perpetuamente cangianti del piano di Tyner, nel guizzare dello strumento del leader. Ed è tutta qui, a ridurla ai minimi termini, la magia di un album in cui una filigrana intricatissima sottende una cantabilità estrema: per quanto tu creda di averlo mandato a memoria, al centesimo passaggio qualcosa che ti era sfuggito te lo rifarà nuovo.

Ascension (Impulse!, 1966)

Ancora nel 1998 e pur scrivendone benissimo Gary Giddins definiva Ascension «l’opera più ostica nella storia del jazz». Sono trascorsi quasi altri tre decenni – sessantun anni dacché veniva incisa in due take senza interruzioni il 28 giugno 1965; la Impulse! la dava alle stampe nel febbraio successivo – e in un articolo per Uncut propiziato da una riedizione dell’integrale delle registrazioni Ana Gavrilovska la dice «non adatta ai deboli di cuore, riservata a chi ha mente aperta». E se fa questo effetto oggi si immagini l’impatto che dovette avere all’uscita. Il pubblico che aveva premiato A Love Supreme con vendite nei soli Stati Uniti sulle duecentomila copie quando nessuno degli LP precedenti del Nostro aveva superato le trentamila ne restava sconcertato e la lasciava nei negozi, evidentemente in disaccordo o forse troppo d’accordo con un recensore di DownBeat insolitamente sul pezzo: «probabilmente il suono umano più potente mai registrato». In duetto con il batterista Rashied Ali, il postumo Interstellar Space sarà il contraltare minimale del massimalismo di una session in cui Coltrane si faceva fiancheggiare da altri quattro sassofonisti, due trombettisti e un secondo contrabbassista oltre a Jimmy Garrison. Naturalmente, da McCoy Tyner ed Elvin Jones ed era quest’ultimo che – stremato, esasperato – scagliando un rullante contro un muro segnalava in capo alla seconda take che per quanto lo riguardava finiva lì. Ma oltre Ascension, al suo scorrere magmatico da cui si staccano otto oppure nove assoli perfettamente formati e un duetto, totalmente improvvisato e nondimeno senza una nota che non sembri scritta, nessuno andrà mai.

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