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Da Roma al cuore della Sardegna, con Julian Cope

Roma? Troppo moderna!

Da Roma al cuore della Sardegna, con Julian Cope
Daniela Amenta
| Lo leggi in 8 minuti

Il primo approccio con Julian Cope non è stato tra i più cordiali, nonostante la sfrenata gioia della sottoscritta. Era il marzo del 1987, location Cinema Teatro Espero di Roma, sulla via Nomentana, oggi mesta Sala Bingo. I fratelli Maurizio e Marco Sorcioni, proprietari del negozio di dischi Likelihood, improvvisati organizzatori di concerti, erano riusciti ad aggiudicarsi la data romana e io, più per amicizia che per reali competenze, venni nominata ufficio stampa.


Daniela Amenta è giornalista, scrittrice, podcaster e autrice per radio e tv. E’ stata il caporedattore dell’Unità e dei 19 quotidiani del Gruppo Epolis. Ha scritto di musica per Frigidaire, Il Mucchio Selvaggio, Rockstar, Fare Musica e per l’Enciclopedia Treccani. Ha condotto Il Notturno Italiano e Stereonotte in Rai, Cactus su Radio Capital insieme a Conchita De Gregorio ed è stata direttrice di Radio Città Futura. Nel 2015 ha pubblicato La ladra di piante per Baldini e Castoldi.

La potete trovare anche su Substack, presente con la sua newsletter.

Il tour era quello di World Shut Your Mouth, primo album del gallese del 1984, e traccia irresistibile di Saint Julian del 1987, appunto. Tra questi due album c’era stato Fried, dove Cope vestiva i panni della volpe Reynard e in copertina indossava il guscio di una testuggine, quasi a coprirsi dalle voci assordanti del mondo.

Erano gli anni della new wave ariosa e psichedelica, luminosa e melodica, e Santo Giuliano dei miracoli, sopravvissuto allo scippo dei Teardrop Explodes da parte di David Balfe e all’implosione della propria band, stava diventando un guru lisergico, un bizzarro don Juan europeo. Per la data romana chiese un catering apparecchiato con cura: runner bianco, tre diversi tipi di bicchieri possibilmente in cristallo, piatti in ceramica color viola e fiori profumati tendenti al grigio.

Quando arrivò il fax del tour manager, volarono madonne e mortacci. «E ora 'ndo li trovamo ‘sti piatti viola? Lo vedi che troppi acidi fanno male?». Un’amica di amici rubò dalla credenza della nonna due scodelle bluastre con marchio Royal Copenhagen, io mi occupai dei calici, trafugati dal repertorio di bicchieri di mia madre. Restava il problema dei famosi fiori grigi che in natura non esistono ma che era pronta, semmai, a verniciare con uno spray.

Alla fine optammo per delle fresie, fingendo di non avere capito le richieste dello staff di Cope. A parte l’omaggio floreale, c’era da promuovere l’evento. Inviai i comunicati e iniziai a chiamare gli amici colleghi di giornali e radio. Rupert Bottaro, che in Rai conduceva Stereodrome con Stefano Pistolini, rispose con grandioso entusiasmo, proponendoci di mandare il concerto in diretta. Partì allora la trattativa con la casa discografica e il management del Druido, tutto a colpi di fax, che – mannaggia – la posta elettronica ancora non esisteva.

Una cosa estenuante. «Ok per la diretta, ma in cambio cosa avremo?» risposero dopo una settimana dalla perfidissima Albione. Spiegammo che l’artista sarebbe stato super pompato dalla BBC de noantri e pagato attraverso le royalties. Alla fine dissero sì. Giubilo. 

Le bizze della rockstar

Arrivò il gran giorno dello show. Cope si presentò al soundcheck solo nel pomeriggio inoltrato, di pessimo umore. Allampanato, con una magliettina dei Pere Ubu addosso, salutò appena. La Rai, nel frattempo, era arrivata con i suoi tecnici per testare il suono e organizzare la trasmissione in diretta. Iniziarono le bizze di Sua Santità: «Acqua troppo calda, troppo fredda, fruscio nel monitor di destra, no kiwi voglio le banane, e soprattutto nessuno deve registrare il mio spettacolo».

Gli sventolammo sotto il naso il famoso fax, qualcuno portò in camerino delle sigarette euforizzanti, la bellissima amica di amici si prestò per convincerlo a modo suo, sfoderando un tacco vertiginoso e calze a rete assassine. Niente. Irremovibile. Litigammo con il tour manager, pure con un incolpevole roadie al seguito, volarono stracci, urla, mentre il Teatro Espero, un ex cinema, si riempiva. Rupert e Pistolini provarono a convincerlo prima con le buone, poi con le cattive, minacciarono querele, boicottaggio di ogni brano del Nostro sulle frequenze Rai. Ma Julian, secco e pallido, disse: «Me ne fotto». E così fu.

Lo show, proprio per l'estenuante mediazione, iniziò tardissimo – a mezzanotte – ma fu all'altezza. Cope partì con Trampolene, cantò con trasporto, mimò amplessi con l'asta del microfono, saltò sulle casse, diede spettacolo. «Aho, pari 'n serpente», gridò più di uno dalla platea. Era vero, c’è qualcosa di arcaico, rettiliano in Julian.

Appuntamento al Pozzo Sacro di Santa Cristina

Lo rincontrai per caso molti anni dopo, nel 2003. Io lavoravo a Cagliari e lui era in giro per l'isola per completare le ricerche sulla terra dei Nuraghi, ispirazione anche di Uno tre uno – viaggio hooligan gnostico sulle strade della Sardegna e del tempo. Con Julian c'erano l'editore della Lain, Simone Caltabellota, e il traduttore Thomas Fazi. Quando mi proposero di intervistarlo pensai che sarebbe stato meglio desistere, pensai alle fresie, alle bizze psichedeliche, a tutta la fatica del concerto all'Espero. Poi ci accordammo. Era il 23 settembre, temperature elevatissime e il viaggio con il giovane collega giornalista Andrea Tramonte sulla 131 – l'unica autostrada sarda – fu molto simile a quello di Ulisse per tornare a Itaca.

Direttamente dalla quarta di copertina: "Julian Cope, archeologo-rocker, dà vita a una narrazione originale, divertente, assolutamente peculiare per stile di scrittura e implicazioni filosofiche, che mette in discussione la natura stessa del romanzo contemporaneo allargandone i confini. Un'opera che è un'avventura on the road lungo la strada 131 che collega il Sud al Nord della Sardegna, la storia di una bizzarra e drammatica rivalità calcistica e musicale e un racconto psichedelico che si snoda tra due differenti dimensioni del Tempo."
Direttamente dalla quarta di copertina: "Julian Cope, archeologo-rocker, dà vita a una narrazione originale, divertente, assolutamente peculiare per stile di scrittura e implicazioni filosofiche, che mette in discussione la natura stessa del romanzo contemporaneo allargandone i confini. Un'opera che è un'avventura on the road lungo la strada 131 che collega il Sud al Nord della Sardegna, la storia di una bizzarra e drammatica rivalità calcistica e musicale e un racconto psichedelico che si snoda tra due differenti dimensioni del Tempo."

Appuntamento a Paulilautino, centro della Sardegna, pozzo sacro di Santa Cristina. Un luogo dalla potente valenza spirituale con evidenti rimandi all'archeo-esoterismo frequentato con profitto da Cope, esperto delle ley-lines che attraversano il pianeta come punti cardinali di un inconscio collettivo magico e misterioso.

Il posto è oggettivamente vibrante: un monumento nuragico con le pietre che lo circondano a forma di vulva, e al centro una struttura arcaica a forma circolare, sormontata da una tholos che somiglia davvero a un “collo uterino”. Pochi gradini verso il basso, entrando direttamente nella terra ci si affaccia sul fondo del pozzo, la cui acqua si illumina grazie all'angolazione del sole nel giorno del solstizio d’estate. Cope ci diede appuntamento nella data dell’equinozio per un'esperienza davvero lisergica, perché la luce nell’acqua crea effetti stranianti: ti affacci e scorgi la tua immagine capovolta. Così, all’improvviso, mi apparve Julian a testa giù dentro la cavità di Santa Cristina.

Il pozzo sacro di Santa Cristina a Paulilautino
Il pozzo sacro di Santa Cristina a Paulilautino

Sempre magrissimo, altissimo, con un cappellone da cowboy, stivaloni, gilet in pelle. E incredibilmente sorridente: «Ma che magnifica giornata, che incredibile circostanza. È veramente un sogno trovarci qui», disse polverizzando ogni mia ansia.

L’aria era immobile, caldo insopportabile, neppure un filo d’ombra. Cope, simile a uno stregone felice, uno sciamano con i capelli lunghi e biondastri, un extraterrestre uscito da un negozio di antiquariato, era lì senza una goccia di sudore a magnificare «il passaggio della stagione propiziato dalla dea fenicia Tanit, signora della fertilità».

C’erano alcuni turisti, pochi in realtà, ma troppi per Julian. Uno in particolare parlava a voce alta: «Tedesco.» commentò Julian, «Io non suono in Germania, non ci vado, mi piace la loro musica ma non quella gente. E ora spostiamoci, troviamo uno spazio alla nostra altezza», disse indicando le macchine.

Le pietre parlanti

Sperai proponesse di raggiungere le coste bellissime dell'Oristanese. Is Arutas, ad esempio, proprio sulla punta della penisola del Sinis con quella spiaggia pazzesca, bianca come un manto di chicchi di riso. Ma Julian pretese di andare verso l'interno, verso Borore, luogo selvaggio, deserto, noto solo a lui.

La Tomba di Imbertighe: «Ecco» ci spiegò, «qui si percepiscono le tracce degli dèi, qui c'è il respiro che unisce l'alto al basso, le divinità agli uomini, i giganti e le vedette sui Nuraghi. Ho cercato di raccontare tutto questo nel mio libro The Megalithic European, con due capitoli dedicati alla Sardegna e alla Sicilia, ma ogni volta che torno nelle vostre isole trovo altri indizi, nuove ispirazioni. Non amo i templi, i templi chiudono, serrano, bloccano. Vado alla ricerca di particolari invisibili, soprattutto pietre, le pietre parlano».

Chiesi: «E la tua musica in che modo parla Julian?». Risposta: «Il rock’n’roll deve essere squilibrato. E poi più tempo passa e più mi sento un barbaro. Oltre che un idiota e un eretico protetto dalla croce di San Pietro capovolta e da quattro mori bendati, simbolo della bandiera sarda. Adoro l’idea del dio con le mani legate, rimanda all’idea di caos sotto controllo. Il ruolo dell’artista è proprio quello di liberare questa energia. L’artista è come un fuorilegge: deve conoscere la legge per infrangerla!».

Intanto trovammo un ristorantino e infrangemmo il digiuno. Ricordo che Cope ordinò una gigantesca insalata. «Sono fieramente vegetariano. Berrei volentieri la birra Ichnusa, ma è meglio l'acqua per mantenersi lucidi», ci spiegò attaccando un pomodoro. «Mantenersi lucidi». Sembrava una battuta comica detta da lui che ci raccontava i temi stupefacenti di Uno Tre Uno – Viaggio Hooligan Gnostico Sulle Strade Della Sardegna E Del Tempo. «Il protagonista si chiama Rock Section, compie un viaggio di 10 mila anni per tornare sull’isola sarda e capire cosa sia realmente accaduto durante i Mondiali di Italia 90, ma quando arriva per seguire le partite dell’Inghilterra viene rapito».

Avrei voluto sapere altro, molto altro, parlare della sua discografia e delle grandi citazioni sonore che contiene pur mantenendosi così originale e unica, avrei voluto conoscere l’esatta identità delle 20 Mothers e il valore delle donne nella sua vita pazza e irrituale, o come si sopravvive dal Galles a Liverpool frequentando ogni lato selvaggio, ogni bassofondo dell’anima, e la passione per il krautrock, il rumorismo giapponese, le letture colte, il paganesimo pre-cristiano e se i cerchi di pietra di Avebury erano simili a quelli di Paulilatino. Ma Cope aveva fretta di andare altrove, setacciare la Barbagia, osservare il cielo immenso che avvolge la Sardegna come una coperta tesa tra la luna e il Mediterraneo. Ci salutammo tra baci e abbracci.

«Julian do you remember Rome?», chiesi infine mentre come un sacerdote primitivo spariva verso il tramonto. «Rome? Yeah. Too much modern».

Prove tangibili che quanto sopra è tutto vero: un autografo.
Prove tangibili che quanto sopra è tutto vero: un autografo.

Grazie ad Andrea Tramonte per i ricordi condivisi.

A proposito:

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