Salta al contenuto
Cos'è stato l'Outbreak festival, quest'anno

Cos'è stato l'Outbreak festival, quest'anno

Cronaca di due giorni al festival hardcore di Manchester. E la storia della band esplosa su TikTok che sul palco non ha suonato una sola nota dei suoi pezzi virali

Giovanni Ravasio
| Lo leggi in 6 minuti

Outbreak nasce a Sheffield nel 2011. Jordan Coupland e Lee Follows, due giovani ragazzi che vivono la scena hardcore UK, lo mettono in piedi quando hanno ancora l'età del liceo. Quindici anni dopo è la cosa più vicina all’assemblea mondiale dell'hardcore che esista. Si è spostato per mezza Inghilterra prima di piantarsi al BEC Arena di Manchester con tre palchi, dal 26 al 28 giugno. Quest'anno, per l'anniversario, in testa al cartellone c'erano The Front Bottoms, Alexisonfire e Basement. Ma a Outbreak gli headliner contano fino a un certo punto. 


Senza barriere

La prima cosa da capire è la pedana. Ogni palco è basso, quasi all'altezza della gente, e davanti non c'è la transenna. Non c'è il fosso, non c'è separazione tra chi suona e chi guarda. All'ingresso prendi un braccialetto e firmi una liberatoria (digitale), e da quel momento puoi salire sul palco, buttarti, volare sopra le teste degli altri. La sicurezza è gente addestrata apposta per gli show senza transenna: ti lasciano salire e ti riprendono quando scendi giù di testa. È l'opposto esatto del festival mainstream, dove c'è la barriera, la security che ti respinge e l'artista su un altare. Qui quella distanza non esiste. È il cuore dell'etica hardcore: niente divismo e tutti sullo stesso piano. Per chi non c'è mai stato sembra un casino pericoloso. Dentro è la cosa più ovvia del mondo. 

Quando si dice "bagno di folla".
Quando si dice "bagno di folla".

Io ci sono andato due giorni su tre. Ho comprato i biglietti ancora prima che uscisse la lineup. A Outbreak lo fai senza pensarci: ti fidi. Il venerdì, con The Front Bottoms in cima, è stato aggiunto dopo. 

Sabato

Arrivo alle sette di sera e pago lo scotto. Mi perdo i Touché Amoré che fanno Stage Four per intero, gli High Vis e I Promised the World al loro debutto inglese. Pazienza.

I Loathe mi prendono allo stomaco. Energia da paura, di quelle che non ti aspetti da una band così cerebrale e Kadeem France canta come se volesse sfondare il palco. Sono appena usciti con un disco dopo sei anni e l’attesa ne è valsa la pena. 

Poi gli Alexisonfire. La mia band del cuore, quella che mi faceva sognare alle medie. Suonano Crisis per intero, il disco del 2006. Il momento è quello che speravo: George Pettit che urla, Dallas Green che apre il pit e tutto il pubblico che canta ogni parola. Diciotto anni dopo fa lo stesso effetto di allora. Non capita spesso di vedere una cosa così e di sentirla addosso uguale a quando avevi tredici anni.  

Il set degli Alexisonfire.
Il set degli Alexisonfire.

Domenica

La domenica è il giorno che aspettavo. Apro con i Gridiron. Fanno metallic hardcore rappato, con la cadenza da rapper sopra le chitarre, quella roba zarra che ti mette voglia di spaccare il muro. È la terza volta che li vedo: una al Legend di Milano, una l'anno scorso sempre qui a Outbreak, e adesso. Mi fanno impazzire ogni volta, senza eccezioni. 

Subito dopo gli Initiate al palco 3. Spaccano tutto. La loro cantante tornerà più tardi, sul palco principale, per un cameo con i La Dispute. Poi gli End It. E qui serve una premessa: il bananagate è la storia dell'estate nell'hardcore. A inizio giugno, a Toronto, ultima data del tour dei Terror, un ragazzo si presenta vestito da banana. A metà set il cantante degli End It, Akil Godsey, lo chiama davanti e mette una taglia sul costume: promette la scaletta scritta a mano a chi gli strappa di dosso il travestimento da banana. Il pubblico lo accontenta in pochi secondi. Il ragazzo la prende malissimo, scrive sui social che è l'esatto contrario di cosa dovrebbe essere l'hardcore, che è stato aggredito per come era vestito. Internet si spacca a metà. Poi Godsey rompe il silenzio: «siamo una band hardcore, facciamo cose hardcore». A Outbreak montano sulla polemica senza vergogna. Cavalcano il ragebait, ci scherzano dal palco, e intanto tirano fuori un live durissimo. Sanno benissimo perché in quel momento li sta guardando più gente del solito.

Poi lezione di (post-)hardcore con i Fiddlehead. Dietro al microfono c'è Pat Flynn, voce storica degli Have Heart, uno dei nomi sacri della scena. Dedica un paio di speech potentissimi: alla scena e all'amore, compreso quello per sua moglie. I Fiddlehead nascono dal lutto e dall'affetto, e dal vivo si capisce quanto non sia retorica. Pat è un signore che ha passato vent'anni dentro questa roba e ti spiega perché vale ancora la pena credere nell’amore.

Il live dei Fiddlehead come atto d'amore.
Il live dei Fiddlehead come atto d'amore.

I La Dispute fanno un set diviso in due. La prima metà è fiacca, quasi soporifera: i pezzi nuovi, parlati, atmosferici, dal vivo restano fermi e non decollano. Poi la band tira fuori i brani storici e parte il panico. Quando arrivano le tracce vecchie il pavimento si muove, com'è giusto che sia. Bellissimo il cameo della cantante degli Initiate, Crystal Pak, che torna a saldare il cerchio della giornata.

Ma il set che mi porto a casa, in assoluto, sono i Febuary. Screamo da Las Vegas, nati nel 2023. Alla voce e alla chitarra c'è Rila Ogawa. Due cantanti, urlato e parlato, con chitarre emo che luccicano, tali e quali alle loro registrazioni grezze e cattive. Sono esplosi su TikTok con No Way..., diventata praticamente un classico istantaneo dell'emo da piattaforma verticale. L'EP Run Like a Girl ha inventato il trend screamo summer del 2025. Sono tra le primissime band screamo della storia a suonare a Coachella. E si portano dietro pure la loro scia di drama: due scioglimenti lampo a pochi mesi dal disco, con una bassista che se ne va sbattendo la porta e accusa la band di averla cacciata perché «non abbastanza emo».

La cosa enorme è ciò che fanno a Outbreak. Non suonano neanche mezza nota dei pezzi virali. Niente No Way… Niente regalo facile al pubblico arrivato lì con il telefono in mano. Si scrollano di dosso l'etichetta di "band tiktokiana" nel modo più hardcore possibile: salgono sulla pedana e distruggono tutto senza dare a nessuno la canzone che si aspettava. È la differenza tra la viralità e la scena, messa in pratica in venti minuti. Una band giovanissima, con una ragazza che urla, che decide di non assecondare l'algoritmo che l'ha fatta conoscere. Per stare con loro mi perdo i Trapped Under Ice, che suonavano in contemporanea. Va bene così.

Due chiacchiere con i Febuary.

Nota di colore. Il set segreto di quest'anno erano gli Static Dress. Si presentano come "Guilt Trip", accennano qualche nota di Safe in Your Skin dei Title Fight, e per qualche secondo mezzo festival ci crede sul serio. Poi attaccano Nostalgia Kills, dal disco nuovo, e si capisce che è una trollata. Metà del pubblico se ne va delusa, scuotendo la testa. Più avanti si rifanno con una cover di Can't Relate degli Higher Power, ma il colpo è quello: hanno giocato con l'attesa più grande del weekend.

Perché i Title Fight erano la grande speranza del ritorno. L'ultima volta che hanno suonato è il 2018. La penultima è proprio qui, a Outbreak 2017, quando Ned Russin salutò dicendo che anche se era finita era stata una corsa bellissima e che si sarebbero rivisti dall'altra parte. Reunion vera, quest'anno, non c'è stata. Ma “qualcosa” di Title Fight a Outbreak c'era davvero: i Glitterer, la band di Ned Russin, bassista e voce dei Title Fight. Non è la reunion, ma è la cosa più vicina che esista, ed era lì, in carne e ossa.

E i Basement chiudono il festival. Set bellissimo, emozionante. La band di Ipswich che, dopo le pressioni delle major e i quasi scioglimenti, è tornata a fare le cose a modo suo. Si vedeva. Si sentiva.

Quindici anni di Outbreak, nessuna transenna, e ancora la sensazione che qui dentro non ci sia niente tra te e quello che stai guardando. È tutto qui il senso. Ci si vede l'anno prossimo.

A proposito:

🔓 Sblocca oltre 4.000 articoli (gratis)!

Registrati con la tua email: potrai accedere subito all’intero archivio e ricevere la nostra newsletter su Substack — niente spam, solo contenuti che vale la pena leggere.

Nelle ultime 24 ore si sono iscritte 10 persone!