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L'atlante interiore di Bon Iver

L'atlante interiore di Bon Iver

15 anni di Bon Iver, Bon Iver: una geografia di luoghi alla ricerca di riparo dalla tempesta.

Giuseppe Rapisarda
| Lo leggi in 9 minuti

Il17 giugno del 2011 veniva pubblicato Bon Iver, Bon Iver: un album a metà tra il folk intimista degli esordi e un'Americana con spinta retro-futurista. Da quel momento in poi il suono si farà ancora più riconoscibile e Justin Vernon sceglierà l'identità collettiva di una band. La musica è un viaggio tra città inesistenti, dai nomi reali o inventati non importa, perché ogni luogo diventa il catalogo immaginario di tutte le cose che si lasciano per strada.


Artista

Bon Iver

Titolo

Bon Iver

Anno

2011

Tracklist

Perth / Minnesota, WI / Holocene / Towers / Michicant / Hinnom, TX / Wash. / Calgary / Lisbon, OH / Beth/Rest

Formazione
  • Justin Vernon – voce, chitarre, basso, sintetizzatori, tastiere, produzione

  • Mike Lewis, Colin Stetson – sassofono

  • Rob Moose – violino

  • CJ Camerieri – tromba, fiati

  • Matt McCaughan – batteria

Strategie di fuga solitaria, ovvero il racconto di una trasformazione

A volte si fugge per scomparire o per smarcarsi dai luoghi in cui gli altri pensano di poterci sempre trovare, probabilmente perché spesso siamo stati un po'troppo prevedibili. Altre volte, invece, la fuga è costellata di tracce disseminate per farsi raggiungere, per la voglia di mostrare quanto possiamo essere felici lontano da tutto, anche perché i luoghi che amiamo sono a volte i più feroci. Quando Justin Vernon entrò in quella casetta nel Wisconsin era un uomo a pezzi. Lì decise di trascorrere l’inverno e di vivere in una dimensione essenziale per ricostruire una propria integrità emotiva, oltre a una prospettiva di futuro che in quel momento era più incerta che mai.

Ne sarebbe uscito con nove canzoni spoglie: soltanto voce, chitarra e qualche ricamo aggiunto a una scrittura estemporanea ma profonda, fissata su un nastro che cattura il riverbero restituito da pareti costruite con assi di legno. Quella raccolta di bozzetti acustici raffigurava uno stato d’animo e, allo stesso tempo, la sintesi di una visione del proprio immaginario legato a un folk antico che degradava verso i territori di un cantautorato lo-fi, in qualche modo inedito fino ad allora. Più tardi, qualcuno avrebbe parlato di "folktronica". Forse neanche Justin avrebbe immaginato che For Emma, Forever Ago, pubblicato come Bon Iver, avrebbe catalizzato una forte empatia e segnato l’inizio di qualcosa – forse non ancora del tutto chiaro – che lo avrebbe portato lontano dai rigori stagionali del Midwest.

Aria di cambiamento.
Aria di cambiamento.

Da Qumran a Perth lungo un equatore immaginario

«This is my excavation and today is Qumran / Everything that happens is from now on / This is pouring rain, this is paralyzed». Bon Iver diventa una denominazione collettiva e il 21 giugno 2011 viene pubblicato il secondo album Bon Iver, Bon Iver. Le nevi del Wisconsin sembrano un ricordo lontano: Vernon si è lasciato alle spalle le scorie di un amore andato male e ha fatto i conti con la moltiplicazione delle contraddizioni esistenziali che la solitudine può generare, soprattutto quando è stata espressamente ricercata. Ma qui i nemici da combattere sono i demoni dell’età adulta. Anche se il bianco e nero della copertina di For Emma, Forever Ago ha lasciato spazio all’acquerello naïf di Gregory Euclide, le canzoni continuano a muoversi: sono la base chimica di una sintesi vitale per una musica che diventa il fondale di una geografia invisibile, fatta di continenti ancora non emersi.

In calce al famoso dipinto di René Magritte raffigurante una pipa si legge l’avvertimento «Ceci n’est pas une pipe», tramite il quale si precisa che esiste un costante scarto tra realtà e rappresentazione. Per quanto riguarda Justin, nessuna delle città che qui dà il titolo ai brani trova alcuna corrispondenza reale («This is not a place»). Non esiste veramente Perth, così come non esistono Minnesota, Calgary, Hinnom o Lisbon. Si tratta invece di etichette applicate a rifrazioni emotive percepite nell’istante in cui si attraversa il mondo e se ne osservano i continui assestamenti. Se prima Vernon abbandonava il riparo di fortuna per custodire la propria malinconia, adesso cerca un luogo da eleggere a punto di osservazione per elaborare tutta la vastità e la moltitudine di vite che ci portiamo dentro. Ma, forse, il vero meta-significato dell’album riporta a tutti gli abbandoni che ancora restano da interiorizzare.

Cieli d'Islanda.

Elaborazione del lutto e l'arte di sopravvivere al ciclo delle rinascite

La perdita più crudele fra tutte è quella di un amico. L'incipit Perth ha un’accordatura aperta che suona una struttura circolare destinata lentamente a gonfiarsi sul tappeto inquieto di un drumming marziale. Il brano è potente e il suo nucleo ruota attorno a una esplosione di fiati che si intrecciano a contorcimenti di elettricità. La prima traccia costituisce la stesura di un resoconto doloroso, l’elaborazione del lutto per la scomparsa di Heath Ledger, nato proprio a Perth e al quale il brano è dedicato. Inizia a farsi strada il fondamento concettuale dell’intero album, quindi spostiamo il dito su un atlante di paesi in cui annotare metodicamente ciò che siamo stati costretti a lasciare andare per sempre, come fosse un prezzo da pagare per proseguire la strada.

«In our secret world, we were colliding / All the places we were hiding love» cantava Peter Gabriel in Secret World. La scrittura vive proprio in mezzo a una cesura, a uno spazio cosmico creatosi in seguito alla collisione di due mondi – quello della vita vera e quello interiore – nel momento in cui realizzi che di rado essi coincidono. Il linguaggio diventa più complesso e, anche se l’architettura armonica assume un forte spessore dinamico, la base delle dieci nuove tracce rimane sempre il folk. In questa fase si definisce il suono di Bon Iver. Il cantato in falsetto incontra un umore in molti casi vicino a sdilinquimenti di marca Eighties, tuttavia senza caderci dentro del tutto. Vernon riesce nell'impresa di definire un perimetro personale di canzone d'autore indie pop di raffinata fattura, destinata non solo a diventare linguaggio generazionale, ma a consolidare un'area in cui si riconosceranno artisti come Aaron Dessner (vedi il side project Big Red Machine), National, Phoebe Bridgers e, perché no, persino la Taylor Swift di Folklore.

In ogni cosa si amplifica un senso di malinconica coralità e l’inserimento di musicisti come il sassofonista Colin Stetson spinge indubbiamente il progetto verso latitudini complesse anche se mai davvero sperimentali. È significativa la scelta di far risuonare i riverberi, come nel tape delay di Minnesota, WI o per la pedal steel di Greg Leisz. Peraltro, la presenza di quest’ultimo consolida una saldatura tra l’Americana propriamente intesa nella sua tradizione acustica con una spinta propulsiva verso un immaginario delicatamente futuristico. Viene richiamata un'idea di fragilità nel fluire del tempo, come acqua che riempie il letto di un fiume e non si ferma mai. «Water's running through in the valley / Where we grew to write this scripture / Never gonna break».

Gradualmente, il disegno rivela i tratti di un diario trascritto sulle stesse fibre di quei manoscritti del Mar Morto che Vernon aveva disseppellito anni prima. «And at once, I knew I was not magnificent» canta in Holocene: racconto di una suggestione del presente, come se tutto fosse cristallizzato in rocce risalenti a un’era geologica interiore. All’improvviso l’ambiguità di quei versi esplode in tutto il suo dato universale, trasformandoli in schegge di vita esplose chissà dove. Come in Michicant, quasi solo voce e chitarra e glitch che scandiscono i respiri mentre il sax di Stetson increspa l'atmosfera. Ma c’è un tempo per tutto: «Hon', it wasn't yet the spring». Hinnom, TX gioca la propria essenza sul tremolo delle note allorché la voce disegna i profili di una provincia desolata e in macchina la radio suona i Bee Gees. Si avverte una delicata poetica trasparente, come vetri appannati di finestrini da cui osservare il ciclo di esistenze che si incrociano lungo le strade, e che cercano soltanto di sopravvivere al ciclo delle continue rinascite in destini altrui prima di trovare la propria direzione e diventare se stessi («I'm growing like the quickening hues»).

Dal vivo all'Eaux Claires Festival nel 2015.
Dal vivo all'Eaux Claires Festival nel 2015.

Il lungo confine tra città invisibili

«We finally cry / Oh and we done it / Because it’s right». Ogni brano possiede una propria cifra onomatopeica esteriore, come i rimbalzi delle note in Wash. che potrebbero parlare di pioggia così come del disgelo delle emozioni dentro l’anima. Il tema è sempre quello del passaggio verso un altrove che non si conosce: «But there’s really nothing to the south». La tracklist diventa una sorta di inventario di oggetti prima smarriti e adesso ritrovati per essere riordinati uno dietro l’altro, a delineare confini infiniti tra territori invisibili. In questa cartografia l’approdo finale è una rivelazione che scioglie la tensione sottostante al succedersi dei brani: «I ain’t living in the dark no more».

Gli avvolgenti synth di Beth/Rest, strategicamente collocata a fine programma, diventano sintesi e commiato dell’intero album. Le spore gabrieliane che fino a questo momento viaggiavano nell’etere sonoro si aprono in tutta la loro vitalità. La continuità è temporale prima ancora che artistica e qui Bon Iver acquisisce i contorni di una compiuta identità plurale. Si comprende come ogni passaggio sia bilanciato da un sistema raffinato di profondi incastri, anche con elementi diversi fra loro e che nell’insieme acquistano la loro coerenza. È come se tutto si fosse definitivamente dissolto in un liquido privo di consistenza, immerso in un affluente che trasporta insieme le acque torbide del passato e quelle pulite del futuro.

Giocare con la luce.

Tre album nello stesso mood

King Creosote & Jon Hopkins - Diamond Mine (2011)

Diamond Mine rappresenta un incontro tra affinità elettive. Kenny Anderson (alias King Creosote) mette nelle mani di Jon Hopkins delle canzoni folk dal sapore ancestrale, piccole gemme su cui l'artista britannico lavora di sottrazione, aggiungendo field recordings e suoni che non snaturano minimamente la fragilità dell'impianto originario. Ecco allora che la Scozia, in quanto luogo geografico e concettuale, si spalanca alla natura in senso lato, rendendo l'ascolto un'esperienza di immersione in qualcosa che trascende lo spazio fisico. Chiudere gli occhi per sentire il vento spirare tra le corde di una chitarra diventa con queste canzoni una sensazione epidermica.

Big Red Machine - Big Red Machine (2018)

L'omonima seconda puntata di Bon Iver ha segnato un autentico spartiacque. Se vi è un prima e un dopo nella scrittura di Justin Vernon, i confini di quelle città invisibili si dissolveranno presto in un immaginario destinato a complicarsi in sperimentazioni e destrutturazioni in chiave sintetica. A dare una mano al Nostro qui troviamo Aaron Dessner che lo affianca in un lavoro di panorami sonori e di intricate trame ritmiche. L'idea del progetto prende spunto dal brano intitolato proprio Big Red Machine realizzato da Vernon e Dessner contenuto nella compilation Dark Was the Night, pubblicata nel 2009 nel contesto della pregevole e benemerita serie Red Hot a sostegno della lotta contro l’AIDS.

Mk.gee - Two Star & the Dream Police (2024)

Mk.gee è Michael Todd Gordon, chitarrista, cantante e compositore statunitense con una spiccata attitudine alla rielaborazione della malinconia liquida su un versante pop/soulful di stampo anni '80. In Two Star & the Dream Police Mk.gee consolida una tecnica strumentale assai particolare per il modo di utilizzare lo stile slap, nonché nell'incorporare le linee vocali con la struttura degli accordi avvolti da un'aura di chorus, micro-pitch e modulazioni rigorosamente analogiche. C'è una continuità – eloquenti Little Bit More e Candy – tra il suono di Mk.gee e quello di Bon Iver, soprattutto della fase più recente: non è un caso, quindi, che lo stesso Gordon compaia nel brano From dall'ultimo SABLE, fABLE, esibendo un imprinting immediatamente riconoscibile.

A proposito:

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