
Musica che prende a schiaffi per mostrarci la vita. Musica che fa male però bene. Musica senza compromessi, attuale più che mai nella sua umanissima e oggettiva crudeltà. Benvenuti nel mondo dei Flipper.
Il senso di un'eredità
Erano veramente pesanti. Più di chiunque e di qualsiasi cosa. Erano veramente fantastici.
Pensandoci bene, i Flipper non abbiamo mai davvero smesso di sentirli attorno a noi. Eccoli intenti a costruire un pilastro del grunge più tetro e malato, ad anticipare la claustrofobia appartenuta a Jesus Lizard, Unsane e Terminal Cheesecake, a presiedere gli organizzati squilibri orditi da Arab on Radar, Pissed Jeans e assordanti compagni di merende. Con tutti i dovuti distinguo storici/stilistici del caso, sono stati dei “piccoli” Velvet Underground il cui ascendente si è esteso per svariate generazioni, dai fedelissimi pronti a imbracciare gli strumenti seguendo l’insegnamento dei cattivi maestri fino ai seguaci inconsapevoli, i quali hanno assimilato la lezione di riflesso per scoprire gli originali solo in un secondo tempo.
Voci alienate ma vicine, insomma. Tanto che intorno alla metà degli anni Zero fiutarono il momento propizio per un ritorno sulla scena del crimine, mostrando una volta per tutte dove avevano avuto inizio certe sonorità e una precisa attitudine, riuscendo nel frattempo a chiudere un cerchio accogliendo nelle loro fila uno spilungone che sulla carta d’identità reca scritto Krist Anthony Novoselic. Il quale di certo sarà stato felice e onorato di suonare con figuri come Bruce Loose (per l’anagrafe Calderwood, solido bassista), Ted Falconi (veterano del Vietnam che dalla chitarra cava distorsioni calibrate e cocci aguzzi), Will Shatter (voce figlia di noia e frustrazione, si scambiava basso e microfono con Loose) e Steve DePace (batteria: un calcio nello stomaco).
Ognuno incarna un esempio da non imitare di sogno americano andato in frantumi – anzi: della beffarda illusione che esso rappresenta – e di white trash della peggiore (quindi migliore) specie. Stiamo parlando di coloro che nei grigi anni Settanta stavano attendendo un’onda che, tra tante altre cose, permettesse loro di liberare nel mondo una rabbia feroce a lungo covata, il disprezzo per il sistema che divora e marginalizza, tutto il cinismo e l’umorismo color pece di chi non ha nulla da perdere. Sul serio e malauguratamente, dal momento che alcuni di loro ci hanno rimesso la pelle in una ferale catena, a ennesima dimostrazione di quanto nessun mito sia bugiardo e traditore come quello del cosiddetto loser. E, beninteso, che vada a quel paese chi contribuisce ad alimentarlo.

Perdenti a San Francisco
Di perdenti a loro modo bellissimi l’America è piena. San Francisco li ha accolti spesso e volentieri, vuoi per il suo spirito da ultimo avamposto davanti al Pacifico che una possibilità non la nega a nessuno e amen se poi le cose vanno a ramengo, vuoi per le conseguenti libertà e spiccata apertura mentale che vi si respirano. Lo spieghi anche così il tenere alta la bandiera di musiche dalla natura bizzarra e innovativa, così che in un certo senso è assolutamente naturale che dalla scena acid rock dei Sixties si pervenga all’ultimo concerto dei Sex Pistols, colà tenutosi – manco fosse un segno del destino – nel 1978 al Winterland. Da lì derivarono l’estremizzazione del punk in chiave hardcore (Shatter e DePace provenivano dai Negative Trend) oppure il suo superamento tramite il tuffo nell’ignoto rappresentato dal post (non a caso, Ricky Williams dei super culti Sleeper sarà per poco il frontman della formazione che aveva inoltre battezzato).
Giusto per non smentirsi, la gang dei quattro asseconda l’istinto estraendo da entrambe le ramificazioni la linfa per sonorità sferzanti e prive di compromessi. Per nulla piacevoli nell’accezione convenzionale, certo, ma cosa ti aspetti da un’ipotesi di P.I.L. (i lettori più smaliziati non mancheranno di notare ricorrenti affinità e sardoniche citazioni incrociate…) traslocati oltreoceano, spogliati di reggae e krautrock, avvolti nel nichilismo degli Stooges e dediti a imbastire torpide cadenze alla Black Sabbath mentre il basso accompagna rari spettri melodici e la sei corde si lancia in una personale, rumorosa pittura? La ricetta viene spiattellata con dovizia di particolari nelle prime esibizioni, così intense da entusiasmare un Jello Biafra fresco di trasloco in città: l’avanguardia seguita a non fare sconti quando in capo a una manciata di mesi Williams è sostituito da Bruce Loose.
Eloquente un lussuoso riscaldamento che vede gli scabri gioielli Earthworm, Falling, End the Game e Low Rider apparire nel biennio ’79-’80 sulle compilation SF Underground e Live at Target edite dalla concittadina Subterranean, che è stata appena fondata da Michael Fox e Steven Tupper e fungerà da scuderia fino alla (prima) fine della vicenda. Concetti e linguaggio sono ribaditi l’anno seguente nei singoli Love Canal/Ha Ha Ha e Sex Bomb/Brainwash, sensazionali messaggi in bottiglia intrisi di acido solforico e di rallentato dopo-punk che fa andare in bestia chi ai concerti viene soltanto per pogare, dato che i nostri antieroi non conoscono mezze misure e, con sarcasmo, arguzia e bassa fedeltà, tracciano una linea che divide nettamente fan e detrattori.
In particolare, è il lato A del secondo 45 giri che si erge a manifesto: in Sex Bomb, la deragliante ipnosi che si sfascia dentro un riff sempre uguale mentre Shatter strepita uno stranito e straniante mantra («She’s a sex bomb, my baby, yeah») non teatralizza l’angoscia, esponendola invece senza compiacimento e per questo lasciando tuttora senza fiato. Ne colgono immediatamente la statura gli autori – Steve DePace la definisce una sorta di Louie Louie dell’epoca e non sbaglia: numerose le cover che seguiranno – collocandola in chiusura di Generic Flipper, debutto sulla lunga distanza e dal 1982 scrigno di ruvidi segreti. Un “a sé” difficile da penetrare, eppure non così tetragono quanto può sembrare al primo impatto: se non si rimane intimoriti, la frequentazione svela compattezza e cura nonostante incisioni spalmate nell’arco di dodici mesi e un budget risicato.
Prima di imbattervi negli otto minuti di una nuova e viepiù immane Sex Bomb (ora spadroneggiano nevrotica deboscia funk e deliri di sassofono, ma non pensate alla No wave) dovete attraversare le sferraglianti forche caudine di Ever e la filosofia del vuoto assoluto da far rabbrividire John Lydon sfoggiata da Life Is Cheap. Poi vi toccherà fare i conti con la martellante Shed No Tears e con i Black Sabbath intrappolati nel gorgo di (I Saw You) Shine, applaudendo stupiti l’omaggio ai Neu! di Way of the World e l’esuberanza di Life, laddove l’adorazione di Kurt Cobain, Mark Arm e Melvins trova radici lampanti nel punk parodizzato di Living for the Depression e in un’esplicativa Nothing.
A farla breve, il disco inscena un moderno teatro della crudeltà nel quale il futuro non è contemplato e pertanto urge raccontare il presente, a qualsiasi costo e nonostante tutto. Una predisposizione ribadita egregiamente dal 7” Get Away/The Old Lady Who Swallowed a Fly, dove affilate scie di feedback inseguono un paranoico cantilenare e consolidano la posizione dei ragazzi nel panorama underground.
Buongiorno, inferno
Giunti a questo punto, tensioni e indole autodistruttiva prendono il sopravvento: Falconi abita in un furgone, Shatter si smarrisce nell’eroina e gli altri, che non sono esattamente degli stinchi di santo, intrattengono relazioni pericolose con speed e alcolici. In ragione di ciò, risulta viepiù sorprendente l’elevato livello di Gone Fishin’, secondo album che nell’anno di Orwell sterza con intelligenza da un percorso a elevato rischio di ripetitività. Facendo un torto al resto, tra sperimentazioni a fuoco ed echi di Birthday Party ricontestualizzati spiccano la deformazione You Nought Me, una The Light, the Sound, the Rhythm, the Noise che corteggia dub candeggiato da dopobomba e lo sguardo spalancato sull’apocalisse di One by One.
Nel frattempo, però, i Flipper sono lanciati a tutta velocità verso il baratro e i concerti si trasformano in battaglie a colpi di lattine e pannolini usati, oppure sfociano in sfrontati psicodrammi che sfidano deliberatamente il pubblico. Un’atmosfera che Blow’n Chunks (cassetta su ROIR con la cronaca di un’esibizione al CBGB’s del novembre 1983) e il doppio vinile con inediti Public Flipper Limited Live 1980-1985 tramandano ai posteri nel biennio ’84-’86. Dopo di che, nell’87 Will decolla per un trip di sola andata e cagiona lo scioglimento, che viene suggellato dal rispolvero di singoli e brani sparsi Sex Bomb Baby.
Corposo e imperdibile, conoscerà la riedizione a metà anni ’90 (incastrato tra i documenti dal vivo Nürnberg Fish Trials e Live At CBGB’s, May 14 1983 e il singolo su Subterranean Some Day/Distant Illusion) dalla Infinite Zero gestita da Henry Rollins e Rick Rubin. Quest’ultimo riesce a convincere il gruppo a riprovarci con American Grafishy, che si segnala per l’ingresso del bassista John Dougherty allorché Loose si accolla le parti cantate di un grunge macerato nel rumore ma piuttosto spento. Ogni remota possibilità di monetizzare sfruttando la temporanea fama del suono di Seattle va all’aria, dato che un incidente automobilistico lascia Loose gravemente leso alla spina dorsale, entro quattro anni Dougherty imita Shatter e i californiani scompaiono nel buco nero che avevano spalancato.
Dall’abisso di cattive vibrazioni e spirito iconoclasta risaliranno nel 2006 con Bruno DeSmartass e poi assieme a Novoselic, assoldato in occasione dell’All Tomorrow’s Parties inglese di quell’anno su imbeccata del curatore Thurston Moore. Di lì a tre annetti escono in contemporanea il discreto LP Love e il gemello Fight – Live con Jack Endino in regia, dopo di che gli album classici tornano disponibili, Rachel Thoele rimpiazza Krist in tour poco brillanti, Bruce molla in via definitiva (se ne andrà da questa terra nel settembre 2025) e si chiude con un’altra rimpatriata cui partecipano – toh, ma guarda! – David Yow dei Jesus Lizard nel ruolo di cantante e, occasionalmente, Mike Watt in quello di bassista.
Resti a loro modo amabili, benché in un senso del tutto opposto a quello che siamo soliti utilizzare, nondimeno profondamente indicativo di una band che, sul buio fondo dell’anima, era spinta da una necessità ricorrente nella storia e nell’arte. Qualcosa che a che fare con un’esistenza che molto spesso non è rose e fiori. E con il fatto che abbiamo pur sempre bisogno di qualcuno che ce lo rammenti con tutta l’oggettiva, umana inclemenza possibile.