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Una volta alla settimana compiliamo una playlist di tracce che (secondo noi) vale davvero la pena sentire, scelte tra tutte le novità in uscita.

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... Tutte le tracce che abbiamo recensito dal 2016 ad oggi. Buon ascolto.

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A volte è necessario approfondire. Per capire da dove arriva la musica di oggi, e ipotizzare dove andrà. Per scoprire classici lasciati indietro, per vedere cosa c’è dietro fenomeni popolarissimi o che nessuno ha mai calcolato più di tanto. Queste sono le storie di HVSR.

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I Birthday Party e il teatro della crudeltà altrui

Storie di tormenti e umanità.

Passano gli anni, ma i Birthday Party restano ancora qualcosa di sconvolgente, non soltanto al primo incontro. Qualcosa che mette in crisi le definizioni e non conosce mezze misure, perché ha a che vedere con questioni molto profonde.  

Festa mesta

Un noto aforisma recita che si nasce incendiari per morire pompieri. Nell’ambito della nostra passione preferita, i Clash ammonivano in Death or Glory che chi manda a quel paese le suore entra dritto in chiesa: era il 1979 e l’oggetto di queste righe si apprestava ad accettare la sua chiamata da Londra. Ci arriveremo, però intanto permetteteci di annotare come per noi sia davvero inevitabile non accostare il songwriter professionista che affronta le disgrazie e vende orride ciabatte su internet con lo sciamannato che, nel video di Nick the Stripper, sul petto nudo ostenta la scritta “hell” e una bestemmia in italiano sgrammaticato.

Ci riflettiamo su, realizzando che neppure noi siamo gli stessi di quando avevamo vent’anni. Che, insegnano i Byrds e l’Ecclesiaste, c’è un tempo per ogni cosa. Che con Nick Cave devi saper accettare le sfumature e le contraddizioni, pertanto la distanza che separa quel Nick dall’attuale può essere enorme oppure nulla. In un parallelo con Bob Dylan, il fascino sta anche nel serissimo gioco che l’artista instaura con il pubblico, ciò nonostante qui ci interessa il giovane che fondeva la Bibbia e Flannery O’Connor, Hieronymus Bosch e Captain Beefheart, William Faulkner e I fiori del male (di vivere) in un calderone di fumigante blues gotico.

Per meglio dire, ci interessano i Birthday Party, un nucleo di personalità proiettate dentro una danza liberatoria regolata da metodica follia e sviluppata lungo traiettorie a sé stanti, dalle quali scaturiscono canzoni che trascinano chiodi arrugginiti sull’eros, il thanatos e ciò che vi cammina nel mezzo, come la colonna sonora di un paradiso di spazzatura e ratti dove non distingui il bene dal male. E siccome l’inferno è qui e adesso, bisogna lasciare il segno con un approccio iconoclasta. Ovvero, affrontare il passato per smontarlo e ricostruirlo cercando di risolvere una serie di dualità stilistiche e umane che tra loro sono molto più vicine di quel che potrebbe sembrare. Tutto sta nel trovare i nessi e i legami e anche a questo sono serviti i dischi dei Birthday Party.

E a questo è servito il viaggio della gang australiana, che all’inizio ha inseguito le tracce del Pop Group dall’altra parte del globo, sulle ali di un malinteso cui replicherà con devastante, profano furore e con una carica innovativa e un’urgenza che sono figlie di dinamiche così complesse da trasformarsi in aspri contrasti. Perché se semini odio, a volte raccogli una tempesta emotiva sotto forma di canzoni. Anzi, no: di stazioni del viaggio al termine della notte che prima o poi ingoia tutti.

Dio è femmina, al minuto 1:58.

I ragazzi della porta accanto

Questa vicenda poggia su un maledettismo vocazionale che stride con il luogo dove ha inizio. Corre il 1973 quando, in una scuola privata alla periferia di Melbourne, Nick Cave (scavezzacollo figlio di un insegnante e di una bibliotecaria), Mick Harvey (polistrumentista con propensione a chitarra e piano) e Phill Calvert (batteria) sfacchinano con compagni che non dureranno su cover di David Bowie, Lou Reed, Roxy Music, Alice Cooper, Sensational Alex Harvey Band. Due anni e si stabilizzano in quartetto con il bassista Tracy Pew, poi gli idoli nazionali Saints e Radio Birdman persuadono i ribattezzati Boys Next Door a concentrarsi sulla scrittura.

Fondamentale l’ingresso della sei corde e dell’estro compositivo di Rowland S. Howard, emaciato vagamente androgino perfettamente a proprio agio nei bassifondi frequentati dagli altri. Non un caso che nel ‘79 a spiccare sull’album Door, Door sia quanto inciso con il tassello mancante della combriccola, decisa a illustrare ogni sfaccettatura dell’esistenza con una ruvida purezza degna di Hubert Selby Jr. In precedenza, il gruppo si è guadagnato un fedele seguito grazie alle esibizioni dal vivo e, attratta l’attenzione della Mushroom, è stato dirottato alla sussidiaria Suicide per impastare (dopo) punk e lustrini.

Dignitoso l’esito e scarsa la soddisfazione dei diretti interessati, fanno la differenza i Television gonfi di codeina per After a Fashion, la giostra memore di Kurt Weill Dive Position e la dolente ballata urbana Shivers. Tempo di trovare un manager, passare alla Missing Link per l’EP Hee Haw compiendo un notevole progresso e la mutazione si compie. I Birthday Party giocano la carta del trasferimento: pensano che Londra bruci di creatività selvaggia, ma dovranno ricredersi.

E pensare che avevano iniziato con cardigan e giacchetta.

Preghiere e fiamme

In una scena che ha appena accolto i primi segni di edonismo, Fall e Pop Group rappresentano le eccezioni: massimo lo sconforto quando i cinque se ne rendono conto, sbattendo il muso contro la difficoltà a reperire ingaggi. Nell’appartamento dove fanno la fame, sul giradischi girano continuamente Buy dei Contortions e Metal Box dei Public Image Ltd.: così, sulla paranoia organizzata e sul minimalismo dissennato (che, da bravi seguaci degli Stooges soliti rileggere egregiamente Loose, trovano assai familiari) perfezionano la ricetta che strapazza le radici sulla scorta del cubismo di Beefheart.

Compagnie cattive però buone che non sfuggono a John Peel, intrecciano vita e arte (Nick è fidanzato con la musa Anita Lane) in ossimori di teatralità autentica che spaventano i benpensanti. Il cantante invasato scartavetra testi come un anello di congiunzione tra Iggy Pop, Howlin’ Wolf, Alan Vega e Antonin Artaud, il chitarrista è un filo spinato che scortica pelle e ossa, il tipo riservato ed eclettico si occupa di orchestrare il rituale, il batterista è solido anche se un po’ vaso di coccio e il bassista con il look da Village People sordidi incarna il perno di un blues post-industriale. Camminano sul lato selvaggio e a nulla serve voltare la testa: devi prendere o lasciare, con la consapevolezza che in ogni caso ti rivolteranno l’anima.

Come il diavolo, del resto, no?

La musica è un fosco, dionisiaco caos propulso dalla determinazione a farsi ascoltare, dall’indigenza, dagli stupefacenti, dall’odio per la nazione che non li ha adottati. Soltanto a primavera inoltrata arrivano i concerti, leggendari e sconvolgenti, cui seguono il contratto con 4AD, i 45 giri e un LP che li recupera con altri pezzi. Inizialmente accreditato ai Boys Next Door, il primitivismo di The Birthday Party nasconde un minimo di raziocinio in peculiari stridori post-punk ispirati a Y e The Modern Dance e in echi beefheartiani, ma entro un anno ci si spingerà oltre i viscerali gioielli Mr. Clarinet, Hats on Wrong, The Friend Catcher e The Red Clock.  

Cosa buona e giusta che i “veri” album siano messi su nastro alla giusta distanza da una città dove i Nostri torneranno con ciclico pendolarismo. Per Prayers on Fire, a Melbourne incanalano rabbia e genialità in brani che ne riassumono il linguaggio fin dall’apertura Zoo-Music Girl: ritmo tumultuoso, organo che striscia, chitarre tremolanti in agguato, una sardonica tromba a contrappuntare Cave, che da par suo rinchiude le dodici battute in un girone infernale e getta la chiave. Al pari sensazionali l’isteria deflagrante di Figure of Fun e A Dead Song, l’autoironia kafkiana del paludoso R&B Nick the Stripper, la minaccia sospesa Just You and Me, le vivide allucinazioni King Ink e Yard, una Dull Day nevroticamente sensuale. Di preciso non sai cosa ti ha travolto, però ne vuoi ancora. Ed è solo l’inizio.

Sul palco, dal vivo: abbastanza vivi, direi.

Ammutinamento in paradiso

Come per i Love e Sly Stone, all’abisso umano corrisponde il vertice creativo. Le sedute di Junkyard iniziano infatti a scavare un solco di tensioni tra Howard e Cave, complici gli eccessi che costellano il percorso della formazione. Ad esempio, la brillante idea di Tracy di guidare sbronzo e farsi beccare a rubacchiare, finendo in gattabuia per essere temporaneamente rimpiazzato dal fratello di Rowland e da Barry Adamson, ex Magazine che rivedremo nei Bad Seeds. Frattanto un singolo conquista il primo posto della graduatoria indipendente ridicolizzando l’ambiente goth cui il quintetto viene erroneamente accostato: con Nick Launay, già al mixer per Flowers of Romance dei P.I.L., Blast Off e Release the Bats coniugano impeto e una stralunata, perversa orecchiabilità.

Tuttavia, c’è dell’altro nel tragitto che porta alla densità color pece di Junkyard. C’è che, a forza di provocarla, la platea adesso sta al gioco e ogni sera si aspetta di partecipare a uno spettacolo di degenerata violenza. Con le debite proporzioni, la faccenda ricorda i Doors intenti a dipanare psichedelia mentre i riflettori puntano le trasgressioni di Jim Morrison. No, grazie. Troppo tardi per sottrarsi a un meccanismo che si è ritorto loro contro e contribuirà a frantumarli, i Birthday Party rispondono rallentando le cadenze e portando la decostruzione all’estremo.

Chi è il re? Non si fosse capito…

Di conseguenza, nel capolavoro Junkyard claustrofobia, paranoia, odore acre di catrame e pioggia aleggiano sulla spettrale She’s Hit, sul tagliente delirio Dead Joe e sull’urticante ossessione Hamlet (Pow, Pow, Pow). Al jazz malato Several Sins, a una sulfurea 6” Gold Blade e allo sferragliare implacabile di The Dim Locator rispondono la blasfemia elevata ad arte di Big-Jesus-Trash-Can e le Kiss Me Black e Kewpie Doll studiate a dovere da Jesus Lizard, Chrome Cranks e Jon Spencer, mentre i rantoli e il rumorismo della title track rappresentano un punto di assoluto non ritorno per chiunque.

Il copione prevede che l’accesso agli annali coincida con la caduta. Condotta di vita e lotte d’ego esigono il conto, a pagare per primo un Calvert licenziato per incapacità di stare al passo con la banda, che si ricompatta e trasloca a Berlino. Nell’ottobre 1982 l’EP The Bad Seed racconta una forma smagliante benché le divergenze siano un abisso: Cave rifiuta le composizioni di Howard e, tra droghe e frustrazioni assortite, si lavora all’EP Mutiny! in un clima pesante. Su invito di Nick, Blixa Bargeld degli Einstürzende Neubauten partecipa a Mutiny in Heaven, per Rowland è l’ultima goccia e quando il frontman confessa a Rolling Stone di voler passare ad altro, Harvey sbatte la porta salvo rientrare di malavoglia.

Un buon riassunto.

La Mute imprime il marchio al definitivo chiodo sulla bara. Nel settembre 1983 Nick Cave raduna gente per nuove imprese, Mutiny! archivia la questione e il resto è storia. Prima di lasciare questa terra tre lustri fa, Rowland ha militato nei Crime & City Solution, allestito i magnifici (e freschi di doverosa riedizione) These Immortal Souls, collaborato con Lydia Lunch per l’album Shotgun Wedding e offerto in proprio i pregevoli Teenage Snuff Film e Pop Crimes. Di tutto rispetto anche la carriera solista di Mick Harvey, laddove Calvert vanta alcuni LP con i Blue Ruin e Tracy Pew è deceduto nel 1986. Amabili e imperdibili resti, il Live 81-82, le Peel Sessions e il recente documentario Mutiny in Heaven ratificano un lascito che tuttora costituisce l’efficace antidoto alla prevedibilità e agli stereotipi. Complimenti per la festa, ragazzi.

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