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Skid Row: la rock band più figa che il grunge abbia mai ucciso

Non si esce vivi dagli anni Novanta!

Non si può spiegare altrimenti la fine degli Skid Row. Erano belli, giovani, possenti, esagerati, cazzutissimi e scrivevano hit metal un tanto al chilo. Ma si sono spenti con un soffio, come la candela di Kurt Cobain.

L'inizio della fine è pur sempre un inizio

Una volta finito il tour di Slave to the Grind, gli Skid Row si prendono una bella pausa. Il loro secondo album è salito in cima alla classifica di Billboard statunitense e ha raccolto ampi consensi in tutto il mondo occidentalizzato, e questo nonostante un vistoso indurimento del sound rispetto all’omonimo esordio di due anni prima, anch’esso molto fortunato ma incentrato su uno stile più canonicamente hair metal che alla band non interessava più praticare.

Come se ciò non bastasse, hanno appena avuto l’opportunità di calcare palchi davvero importanti insieme ai Pantera in Giappone (lanciatissimi dopo l’uscita di Cowboys from Hell e assolutamente voluti in tour da Sebastian Bach), con gli Scorpions in Sud America e soprattutto di saltare sulle stesse assi pregiate degli Iron Maiden a Castle Donington, davanti a uno sfracello di umanità sudatissima ed entusiasmata. Non c’è dubbio che tutto stia andando alla grande e che il gruppo possa godersi un po’ di riposo, avvistando all’orizzonte, per il ritorno (al) futuro, lo stesso sole sorridente dei Teletubbies.

Sì, c’erano stati durante il 1992 dei segnali poco carini, a volerli notare, tipo l’annullamento dei rispettivi tour per parecchie band americane hard’n’heavy. Pur vero che, in cima alle classifiche rock, al posto di Guns e Metallica, c’erano gruppi nuovi provenienti da Seattle caratterizzati da uno stile più freak rispetto a Mötley Crüe o Cinderella.

Però, dai: è impossibile per Sebastian Bach immaginare che sia l’inizio della fine. Tutto è meraviglioso, hanno spaccato ovunque. In ogni caso, è giunto il momento di godersi la pace del lago davanti alla sua meravigliosa villa nelle campagne canadesi, smettere di pensare al (monkey) business e lasciar scorrere la canoa su quella placida acqua dove nei secoli passati avevano fatto il bagno cowboy e indiani, tra una morìa per inedia e un massacro.

Mi riposavo così, comodo, in giardino, ignaro di quello che mi stava aspettando.

1995: fuga dal mondo dei sogni

Nel 1995 sono rimaste poche le band, appartenenti per genia al fenomeno hair metal, in lista d’attesa per una nuova uscita discografica. Se nei precedenti dieci anni, dall’esplosione della musica heavy negli USA (con il disco Metal Health dei Quiet Riot in cima a Billboard), gruppi come RATT, Great White, Dokken, Black ‘N Blue, Tesla, Mötley Crüe e decine di altri avevano timbrato il cartellino dei negozi di dischi praticamente ogni anno, adesso non c’è più fretta di riconfermarsi. Almeno non per quelli che non si sono ancora sciolti nei due anni precedenti a causa delle scarse vendite o per i grossi debiti con le etichette che li avevano lanciati.

Fanno tenerezza i D.A.D., gli L.A. Guns, i RATT, i Danger Danger, indecisi su quando onorare i propri impegni contrattuali e pubblicare il loro probabile fallimento definitivo. È evidente che nessuno volesse più saperne di quel tipo di musica, così come è evidente che le band rimaste in piedi l’hanno capito. Di conseguenza, è altrettanto comprensibile il fatto che non abbiano tutta questa smania di accendere la luce ed estinguere il sogno. Persino il grunge di Nirvana e Pearl Jam ha fatto in tempo a nascere, esplodere e morire dal 1991 al 1995, nel periodo di tempo in cui gli Skid Row hanno mandato nei negozi Slave to the Grind e non ancora pubblicato il suo successore.

Sono attesi, assieme ai Van Halen. I secondi se la caveranno con il discreto Balance, ultimo lavoro ufficiale assieme a Sammy Hagar che otterrà un buon successo, mentre i Nostri pubblicheranno il loro titolo più controverso, Subhuman Race, con il quale finiranno per fondersi al resto della zecca hair metal, tra le fiamme crematorie dello smaltimento rifiuti discografici.

E quando tiriamo in ballo i capelli, nulla da dire: perfetti come in uno spot della Pantene.

Ancora oggi Subhuman Race è abbastanza difficile da digerire. Abbiamo avuto il metalcore e persino il pornogrind, ma per mandarlo giù tutto insieme serve molta forza di volontà, perché è un disco talmente denso, estremo, sporco e rumoroso da esprimere l’accezione di pesantezza sia in termini di aggressività e di heavytudine che di “condensato” di umori bassi e negativamente contagiosi. Sembra che in quell’album sia rinchiuso lo spettro della discordia tra cinque persone che non ne potevano più di stare insieme nella stessa stanza, ma che erano costrette a farlo e a condividere a cuore aperto, ancora una volta, le proprie anelose fantasie creative.

Il gruppo, vedendo l’andazzo generale del nuovo metal, decide di spingere sull’indurimento, guardando agli amici Pantera. Per la produzione si rivolgono a Bob Rock, che dopo i Metallica e il surclasso generale del Black Album, è già annegato nel baule dei ricordi, tra un ennesimo successo dei Bon Jovi e la morte clinica dei Mötley Crüe, scaricati dall’Elektra dopo il tracollo discografico post-Vince Neil.

Subhuman Race è davvero tetro, cruento. Si fatica a riconoscerli, gli Skid Row. A parte le chitarre iper-sature e i riffoni squilloni e cattivoni, persino la voce di Sebastian Bach è così bassa e raucedica da far pensare più a un tracollo delle corde vocali per abuso di acuti che a una scelta stilistica decadente. Ci sono momenti riusciti, per carità: Into Another e soprattutto Breakin’ Down mostrano quanto il gruppo fosse ancora capace di scrivere grandi canzoni, ma il resto è davvero moscio, discontinuo e un po’ troppo furbetto (vedi Firesign come esempio emblematico).

Non è un caso se pare un video degli Alice in Chains.

C'eravamo tanto sopportati

Ma gli Skid Row avrebbero potuto realizzare anche il disco più bello di sempre, ripetersi agli stessi livelli e oltre: la verità è che ormai il mercato ha deciso che per loro è finita. Ancora prima di entrare in studio, sono già stati zombificati dal sistema discografico e questo perché il rock deve morire. È la sola spiegazione, perché un gruppo come quello – così cazzuto, ruspante e abrasivo – non nasce ogni anno. E non può comunque sopravvivere, se il sistema intorno gli crolla addosso.

A quel punto, etichette come Atlantic o Elektra non credono più negli ex Big Metal degli anni ‘80 e non si aspettano più nulla dalla schiera di band cotonate e glamour. Faranno uscire i nuovi dischi, attenderanno un po’ senza muovere un dito in termini di promozione e poi rescinderanno i contratti. Andrà così per gruppetti come i Blue Murder di John Sykes, per i King Cobra e anche per i più grossi, come appunto Mötley Crüe e Skid Row. Dall’epurazione si salveranno solo i Bon Jovi e grazie al colpo di culo di un paio di ballad.

Per altri non basteranno nemmeno quelle. Guardate la fine che hanno fatto i Firehouse, nonostante il successo assolutamente non previsto di I Live My Life for You, con la Epic che si ritrova una hit senza averlo assolutamente previsto o ancor di più voluto. Succede lo stesso anno di Subhuman Race, quando, nonostante le cose stiano andando a puttane per tutto l’heavy metal, le heavy ballad sono ancora molto richieste. Purtroppo gli Skid Row non scrivono roba zuccherosa e a colpo sicuro come I Remember You da sei anni e probabilmente non saprebbero neanche più riuscirci, se lo volessero, s’intende. Ma non lo vogliono, quindi il problema non si pone.

Strappamutande per sopravvivere.

La band comunque non chiuderà i battenti ufficialmente, anche se tutti pensano che, dopo il 1995 e il buco nell’acqua del terzo album, si siano sciolti. Già l’anno dopo sono previsti di spalla al tour reunion dei Kiss. sarà proprio il rifiuto di Rachel Bolan (il bassista fondatore) a partecipare al concerto con i rimascherati cavalieri dell’apocalisse, che farà esplodere definitivamente Sebastian Bach, spingendolo a mollare il gruppo.

Da lì in poi, nonostante lui abbia tentato in diverse occasioni di rientrare, il resto degli altri si è sempre opposto a una reunion. Il cantante ha portato avanti la sua carriera artistica su tanti fronti (attore teatrale, conduttore televisivo, cantante solista, scrittore), ma non ha mai avuto la possibilità di riprendere il suo posto negli Skid Row. Pare che a opporsi, sia stato sempre e solo Bolan. E non è che il gruppo abbia avuto anni buoni e meno buoni, dopo la separazione dal suo frontman originale: le cose sono sempre andate una merda.

Prima di un nuovo e modestissimo album come Thickskin gli ci sono voluti quasi dieci anni e la clemenza di un’etichetta metal europea (SPV). Un ritorno davvero scarso, con un cantante moscetto, Johnny Solinger, con il quale il gruppo ha tirato avanti nel disinteresse totale per quasi undici anni (è morto due anni fa e il nome temo possa dire qualcosa solo ai veri fan degli Skid Row). Eppure, nonostante la magra assoluta, il gruppo ha resistito alle offerte di rientro del frontman storico. Chissà perché?

Sebastian Bach… ah no.

C'è vita oltre la morte discografica

Beh, se si legge l’autobiografia del cantante e si torna agli ultimi anni in cui era nella band, si capiscono tante cose, ma suscita una certa perplessità, in ogni caso, la tenacia di Bolan di resistere e preferire la fame e il declino a un rientro folgorante e a un tour d’oro. Perché è innegabile che, fino a pochi anni fa, un ritorno dei veri Skid Row avrebbe fruttato parecchi soldi. Non ai livelli dei Guns N’ Roses, ma insomma…

Adesso, nel 2024, la band ha trovato un sostituto notevole, almeno sul piano tecnico. Il giovane svedese Erik Grönwall, ex H.E.A.T., capace non solo di cantare degnamente i cavalli di battaglia, ma anche di favorire un ritorno discografico decente (The Gang’s All Here). Sebastian Bach – salvo una miracolosa terapia estetica di recupero verso il 2012 – è tornato ormai a vincere il premio di “figo peggio invecchiato degli anni ‘80”. Sembra che le sue fattezze da vichingo effeminato non si addicano molto alla maturità. Il panzone, la pappagorgia, le occhiaie (quelle però c’erano anche nel 1989) non vanno bene con il fisico slanciato, i capelli biondi fiammanti e l’attitudine piaciona. La sua voce continua a reggere.

L'età a qualcuno fa meno sconti che ad altri.

Sul piano strettamente musicale ha realizzato almeno un paio di album degni del passato dei “veri” Skid Row, facendosi comunque aiutare da un produttore brillante come Bob Marlette e autori altisonanti (Duff McKagan, Steve Stevens), e ha dimostrato di essere stato lui il vero colpo di grazia alla carriera degli Skid, andandosene in un momento davvero critico. Forse si è pentito pochi giorni dopo di quella decisione, ma nonostante vari portoni non abbiano mai smesso di aprirsi per lui, quella porta che si era chiuso alle spalle, sbattendola forte, resta il suo grande rammarico. Probabilmente a vita.

Skid Row Sabastian Bach 

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