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A volte è necessario approfondire. Per capire da dove arriva la musica di oggi, e ipotizzare dove andrà. Per scoprire classici lasciati indietro, per vedere cosa c’è dietro fenomeni popolarissimi o che nessuno ha mai calcolato più di tanto. Queste sono le storie di HVSR.

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Come Phil Anselmo è sopravvissuto al gran casino di se stesso

Non solo Pantera.

La storia di Phil Anselmo è legata per forza di cose a quella della band di Arlington, Texas. Fino a qualche tempo fa il mondo lo accusava di averla uccisa e ora il medesimo mondo lo accusa di averla resuscitata. In ogni caso, il più discusso e ammirato frontman estremo di sempre ne ha rappresentato più di chiunque altro l’anima brutale e inquietante.

Il power metal di Phil

L’incontro tra Phil Anselmo e il resto dei Pantera fa pensare alle relazioni che, quando nascono, producono un parapiglia nella vita di tante persone, ma che proprio per la loro natura prorompente si realizzano alla faccia di tutto e tutti. Quando il giovane pugile con la passione per Rob Halford fa capolino sotto al palco, la band ha una modesta carriera alle spalle. Sia il look che il sound non sono neanche lontanamente paragonabili a quelli che oggi il pubblico conosce e – nonostante i proclami di qualche revisionista di bocca buona – quei lavori non sarebbero ricordati se non ci fosse stato il seguito che tutti abbiamo ben presente. Erano e restano, quelli, dei dischi modesti e pure un po’ tristi.

Tanti si sono interrogati sulla metamorfosi paradossale che la band texana ha compiuto, passando da glam e hard rock a una chiave brutale. Eppure basta ascoltare gli album insieme a Phil per accorgersi quanto la matrice musicale del gruppo, tolto l’ingrezzirsi del suono, sia sempre rimasta una fusione tra Van Halen e vecchi Judas Priest. I fratelli Abbott (vale a dire Diamond “Dimebag” Darrell e Vinnie Paul), fino alla fatidica sera in cui la mente schizofrenica di un pazzoide qualsiasi dell’America di tutti i giorni li ha separati per sempre, si incitavano salendo sul palco al grido di «Van Fucking Halen!». Erano Eddie e Alex i loro modelli di riferimento e, in fondo, non hanno mai smesso di esserlo, anche al netto delle ipertrofie sonore entro cui il produttore Terry Date rigenererà i Pantera negli anni ‘90.

Il vero estremista della band era e sarebbe sempre stato Phil Anselmo. Lui entra nella band dettando le linee guida della brutal attitude, perseguita con una metodica escalation di violenza e pesantezza. Sempre lui – con un cambio di stile canoro dal mix tra Halford e James Hetfield dei tempi di Cowboys from Hell alla fusione dolorosa tra Henry Rollins e Dead dei Mayhem in Vulgar Display of Power e, ancor peggio, in The Great Southern Trendkill – a convertire, senza possibilità di equivoci, la formula pastosa e abrasiva (ma in fondo pur sempre classicamente hard & heavy) di Dimebag e Paul in qualcosa di davvero definitivo.

I Pantera di Anselmo non solo getteranno alle spalle la conformistica deontologia rock dei primi album che non lo vedono in formazione, ma inaugureranno anche una rivisitazione esasperata del power metal. Questo produrrà, negli anni ‘90, un equivoco intorno a uno dei sottogeneri più fraintesi di sempre. Non solo ci sarebbe stata gente incapace di far coabitare sotto la stessa denominazione il robusto e conservatore heavy metal americano degli Eighties con le leziose melodie neoclassiche degli emuli di Helloween e Gamma Ray, ma nel mezzo parecchi crederanno che il power metal sia il genere alla Pantera. E questo per colpa (o merito) di Phil.

Colpa o merito? Rispondete tranquilli, non vi meno se sbagliate.

In una vita al massimo, senza benzina

Anselmo ha iniziato intitolando il suo primo album con la band proprio Power Metal. Power Metal era solo la versione dei Pantera del classico metallo spinto U.S., vale a dire quel genere epico e in procinto di complicarsi sul versante prog, professante proclami di purezza e mancata resa al sistema ammorbidente del metallicismo da classifica, svenduto e poser della metà degli anni ‘80. Quando le cose si sono spostate su una specie di nuovo thrash sugoso – ancora melodico, ma decisamente più spinto e granitico – vale a dire Cowboys from Hell, l’attitudine di Anselmo, sia nei testi che nel proprio comportamento dentro e fuori dal palco, rimaneva comunque power minded.

Anche dopo il 1991, con l’ispessimento ulteriore e l’abbandono quasi totale della melodia canora in Vulgar Display of Power, i testi e il comportamento di Phil continuavano a predicare una perenne autocombustione affermativa di se stessi, in guerra con il mondo, fieri e belligeranti condottieri nelle moderne strade dei clintoniani anni ‘90. E pure nel successivo e assoluto best-seller Far Beyond Driven, Anselmo seguitava a sfidare tutti, con un’attitude che rimandava alle posture orgogliose e distruttive di un giovane e sfibrato Henry Rollins, ma con una deriva pericolosamente machista e da saloon.

Dico “pericolosamente” perché, in fondo, quando scrivi un brano in cui ti vanti di scopare nel sedere la donna di un “perdente” che ha avuto la sfortuna di incappare nella tua irrefrenabile boria superomistica e non sembri neanche lontanamente ironico o biasimevole verso il tuo egocentrismo, prima o poi succede che le cose si incasinino fatalmente. Phil si ritroverà infatti fisicamente piuttosto malmesso al termine di una lunga scorribanda di tour, eccessi, risse e aneddoti irriferibili in stile Manson Family. Così, alla ripartenza di metà Nineties – che prevedeva una partecipazione al nuovo e dirompente Ozzfest – l’eroe del power itself era così masticato e risputato dai palchi e sottopalchi di mezzo mondo da non riuscire a reggersi in piedi senza farsi venire le lacrime agli occhi.

Tipo Fight Club, ma meno autoironico.

L’heavy metal, nella sua accezione più schietta e pura, non è mai stato pensato da nessuno per essere una carriera. Coloro che nel tempo sono diventati i dinosauri del genere, da giovani, mentre ne definivano le linee stilistiche tra i ‘70 e gli ‘80, non avevano la più pallida idea di quanti mesi sarebbero durati. Mesi, non anni. Manowar o Iron Maiden non guardavano a un futuro lontano. Il mercato poi ha permesso loro di farlo, ma l’attitudine e l’energia riversata sui palchi da giovani pieni di birra (e di peggio) era talmente al limite che il pensiero di farlo per quarant’anni sarebbe stato ridicolo da immaginare. Pure un po’ tragico. A pensarci un attimo, avrebbero rallentato subito e sarebbero scesi dandosela a gambe.

Oggi tragico lo è, quando vedi persone di sessant’anni che ancora sono costrette a fare headbanging e sudare diciannove camicie pur di sopravvivere a un repertorio massacrante di un’ora e mezza, creato e perpetrato da dei giovani con il pepe al culo che ora non esistono più. Al loro posto, dei vecchi zii ribolliti ne fanno le tristi veci. Phil Anselmo è diventato Phil Anselmo tra 1988 e 1991, a colpi di indifendibili interviste, cazzotti dati e presi, invettive sgraziate dal palco, un abuso delle corde vocali e della muscolatura che sembrava senza ritorno.

Lui lo faceva non pensando al domani e non sperava di doverlo ripetere nel 2024. Oggi, ogni nuovo mattino, il suo corpo da vecchio pugile urla in ogni fibra e si maledice per aver promesso di dare per sempre al pubblico qualcosa che, prima di morire, avrebbe potuto durare forse un paio di anni.

Giusto per capirsi senza aggiungere altro.

Mal di schiena sotto l'albero delle pere

All’inizio degli anni 2000, prima che la tragedia decretasse la definitiva conclusione dei Pantera, Anselmo sembrava aver imboccato una bruttissima strada. Qualcuno parlava addirittura di eroina. Certo, l’overdose che per poco non se l’era portato al Creatore confermava la supposizione, tuttavia le cose non stavano proprio così. Ci sarebbero voluti anni per scoprire la verità, ma saperla non avrebbe cambiato di molto il triste epilogo di quello che, assai probabilmente, è stato il gruppo metal più importante degli anni ‘90.

Intanto, da fuori, all’apice del successo dei Pantera, Anselmo diviene irrequieto. Dal Texas in cui si era trasferito per portare l’inferno tra i cowboys decide di tornare alla natia New Orleans, da amici in fissa con hardcore e stoner doom. Questo allontanamento, almeno all’inizio, viene sdrammatizzato pubblicamente dagli Abbott, ma poi Phil dà il via a una serie di progetti paralleli sempre più distanti dallo stile dei Pantera. Tra queste cassette registrate, ce n’è una che avrà un successo clamoroso: Nola, primo assaggio di quello che poi sarebbe diventato il supergruppo Down.

Oltre al doom, vecchia passione di Anselmo, gliene viene una nuova per il black metal norvegese. Non è un caso, infatti che in The Great Southern Trendkill le liriche siano incentrate sul diavolo e su un nichilismo davvero poco power rispetto alle stronzaggini edoniste di Far Beyond Driven. Dimebag e Vinnie fanno fatica a capire dove il frontman voglia andare a parare con rime sul suicidio e sul Male, ma lo lasciano fare, purché la giostra continui a pestar duro e il divertimento possa proseguire ancora un altro giro.

Il vero problema, tuttavia, è un gran mal di schiena. A forza di saltare sul palco e andare oltre i limiti del proprio potere personale, nel ‘94 Anselmo aveva maturato un tale disastro alla spina dorsale che sarebbe stata necessaria subito un’operazione chirurgica con conseguente pausa di parecchi mesi. La cosa era impossibile per tante ragioni: la prima era l’impegno con l’Ozzfest e le altre potevano ricondursi a “se ci fermassimo ora, sarebbe un disastro per la nostra carriera”.

Gesti che non aiutano la lombalgia.

Carriera, appunto. Il metal non è roba da carriera. Vai talmente al limite che a un certo punto scendi dal Crazy Train prima che si schianti. Potresti andare avanti oltre la vita, la morte e la follia, come Ozzy, ma a costo di abbandonare completamente tutto te stesso nelle mani di qualche manager spregiudicato e non domandarti più cosa sarà fatto di te. Se oggi il genere è solo un “altro genere” del rock e ha perduto il fascino sinistro dei primi vent’anni è perché si è capito che l’estremismo senza limiti delle giovani band prima o poi si stabilizza sull’ennesima routine disco-tour-disco. Amen.

Il metal sarebbe dovuto morire presto, come aveva promesso all’inizio, e invece.

A proposito di morte, Anselmo ci aveva provato a restarci secco la prima o la seconda volta che si era sparato l’eroina. Non è mai stato davvero un eroinomane, né un tossico di qualche genere. Il veleno nel sangue di Phil è parte della sua chimica da sempre. Infatti è bastata una pera per mandarlo dall’altra parte o quasi. Ma, a monte, perché è arrivato a farsi una pera? Seguite ancora un po’ a leggere e lo scoprirete.

Dicevamo del mal di schiena. Anselmo torna dal medico che gli aveva consigliato di operarsi, gli dice che andare sotto i ferri è fuori discussione e gli chiede di prescrivergli gli antidolorifici più pesanti in circolazione. Il dottore obbedisce e lui inizia a prenderli come biscotti al mattino. Le cose vanno avanti così, provocandogli un’assuefazione tremenda, al punto che per non sentire i dolori allucinanti durante le esibizioni, arriverà a mandar giù sedativi da cavalli. Presto tutto questo farmacismo esasperato gli provocherà un ottundimento mentale da farlo passare per un tossico all’ultimo stadio. Avrebbe preso qualsiasi cosa per non sentire quel dolore acuto alla schiena. Sì, anche l’eroina.

Visto come era andata, penserà bene di non provarla più. Per certi versi è stato davvero fortunato. Non ha avuto una nuova possibilità dopo anni di dipendenza come Nikki Sixx – clinicamente morto prima di riaversi, uscire dalla sacca per cadaveri e tornare a farsi meno di ventiquattro ore dopo. Phil non avrà difficoltà a dire “basta” a ciò che non solo non era mai stato un grande amore, ma proprio non ne aveva avuto neanche il tempo, essendo stato spodestato dal ring prima ancora di iniziare a ballare come si deve.

Ovviamente, sul piano delle interrelazioni con il resto della band la faccenda dei farmaci non migliora le cose. Se avesse potuto, Phil avrebbe chiuso dopo Far Beyond Driven. Invece The Great Southern Trendkill – che molti ritengono il disco definitivo della band – sarà un faticosissimo compromesso da ex innamorati separati in casa e non soddisferà veramente nessuno dei diretti interessati.

La separazione arriverà qualche anno dopo. Gli Abbott avrebbero voluto continuare e tenteranno in tutti i modi di soddisfare le richieste di Phil, ma alla fine per lui sarà impossibile proseguire. Tutti penseranno che sia troppo incostante e strafatto per capire che stava mandando a puttane l’unica grande band della sua vita. Ci sarà pure chi ipotizzerà che sia solo stufo di suonare quel tipo di musica, ma la verità era che Phil Anselmo non ce la faceva più a fare “Phil Anselmo dei Pantera”. Aveva bisogno di fermarsi, operarsi e reinventarsi prima di scoppiare.

Uno che non ce la fa più.

La fine è sempre un inizio

Dopo aver appreso dai giornali che Phil Anselmo è fuori dai Pantera, il suo gruppo preferito, il pazzo Nathan Gale pensa bene di vendicarsi su coloro che, invece di trattenerlo, si sono arresi, mollandolo e voltando pagina con un nuovo progetto musicale neanche lontanamente paragonabile. Gale uccide Dimebag mentre questi è sul palco di un locale a suonare un modesto concerto con i modestissimi Damageplan. Pochi giorni dopo, quando Vinnie intimerà a Phil di non presentarsi al funerale del fratello, la comunità metal conclude che il responsabile morale di quella morte sia proprio lui, e non uno schizofrenico armato a piede libero.

Tempo dopo, Anselmo non troverà meglio da fare che postare un video confessionale su YouTube, dove in lacrime cerca di spiegare quanto la morte di Darrell lo abbia distrutto e di come, pur recandosi a Dallas, sia stato costretto a restare in albergo durante tutta la cerimonia, dal momento che la famiglia del suo amico scomparso non gradiva vederlo davanti alla tomba. Ammette che essere trattato così lo umilia e lo sprofonda in un abisso di sensi di colpa per qualcosa che non ha fatto.

Il confessionale.

Il presunto rapporto causa-effetto è ridicolo: se Phil non avesse lasciato i Pantera per le sue bizze, Dime non sarebbe stato su quel palco e Nathan Gale avrebbe continuato felice a sentirsi i nuovi album della band in cameretta. Eppure molti avalleranno quest’idea. Sarà il momento più duro nella vita di Anselmo. I pochi che prendono sul serio quelle lacrime, concludono che Phil è destinato a durare poco e che presto al mondo del rock toccherà piangere un altro figlio.

Contro ogni previsione, invece, lui rinascerà. Troverà un chirurgo che gli restituisca una schiena più o meno funzionante, dirà addio ai farmaci per equini e si rimetterà in forma con una dieta salutare e una routine atletica da pugile. Grazie a ciò che doveva essere solo una rimpatriata tra vecchi amici (i Down, appunto) sarà in grado di tornare sui palchi con una nuova versione di se stesso: più poetica e decadente – ma tranquilla e gestibile – dell’oltranzismo consumistico di Walk e 5 Minutes Alone, mostrando quanto ha ancora da dare al pubblico, seppur in modi diversi dal solito zio Phil.

Il resto, come si dice, è Storia. Fino al saluto nazi sventolato da ubriaco davanti al pubblico a un concerto in onore di Dimebag. Fuori luogo e autolesionista, sicuro, ma se ci sono delle costanti nell’irrequieto peregrinare esistenziale di Phil Anselmo, sono denominate proprio da questi due aggettivi.

Oggi possiamo dire che, mentre i Down si sono visti chiudere in faccia le porte dei maggiori festival estivi e il pubblico della rete crocefiggeva di nuovo Anselmo alle tavole della legge morale dell’inclusionismo 2.0, dopo un periodo di silenzio forzato Phil è riuscito a rilanciarsi, giocandosi il solo jolly che gli sia rimasto tra le mani: resuscitare i Pantera, o quel poco che ne resta.

È stato lui a volere la belva di nuovo in piedi ed è sempre lui, volente o nolente – tra polemiche, indignazioni ed entusiasmi revivalisti del pubblico urlante e pagante – l’unico sopravvissuto più forte che mai, ai suoi stessi, infiniti casini.

Che il dibattito continui.

Phil Anselmo Pantera Down 

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