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Nadir's Big Chance: quando Peter Hammill (non) inventò il punk

Storia di una rivoluzione silenziosa, di un capolavoro di culto all'ombra dei Van Der Graaf Generator.

Trovare la quadratura del cerchio tra musica progressista e punk si può. La carriera di Peter Hammill è qui a dimostrarlo, da una delle prog band più seminali, a un percorso solista che conosce in Nadir’s Big Chance un misconosciuto apice.

  • Artista: Peter Hammill
  • Titolo: Nadir's Big Chance
  • Anno: 1975
  • Tracklist:
    1. Nadir's Big Chance – 3:27 (testo e musica: Peter Hammill)
    2. The Institute of Mental Health, Burning – 3:50 (testo e musica: Peter Hammill, Chris Judge Smith)
    3. Open Your Eyes – 5:10 (testo e musica: Peter Hammill)
    4. Nobody's Business – 4:15 (testo e musica: Peter Hammill)
    5. Been Alone So Long – 4:20 (testo e musica: Peter Hammill, Chris Judge Smith)
    6. Pompeii – 4:50 (testo e musica: Peter Hammill)
    7. Shingle Song – 4:10 (testo e musica: Peter Hammill)
    8. Airport – 3:02 (testo e musica: Peter Hammill)
    9. People You Were Going to – 5:10 (testo e musica: Peter Hammill)
    10. Birthday Special – 3:40 (testo e musica: Beck Hansen)
    11. Two or Three Spectres – 6:20 (testo e musica: Beck Hansen)
  • Formazione:
    • Peter Hammill – voce, chitarre, piano
    • David Jackson – sassofono
    • Hugh Banton – basso, organo
    • Guy Evans – batteria, percussioni

Punk, prima di tutto

Una “parola di quattro lettere” da usare con accortezza, punk. Soprattutto, un modo di affrontare il mondo improntato all’apertura mentale, alla curiosità, alla voglia di travalicare i muri che impediscono di evolversi. In pratica, quello che il rock dovrebbe sempre essere: arte popolare che, fregandosene dei musei e delle hall of fame, immagina un domani allorché traffica con il presente. La musica della quale ti innamori perché contiene universi e spinge a mettere in discussione la realtà. Tutto questo, gli involontari maestri del ’77 lo vivevano in una chiave senza dubbio confusa, ma che un cambiamento lo ha realizzato eccome.

Rivoluzione nella rivoluzione, il 16 luglio 1977 Johnny Rotten è ospite ai microfoni della londinese Capital Radio in un affrancarsi dal burattinaio situazionista Malcolm McLaren, il quale non la prenderà affatto bene. Per quello che John dice, per come lo dice (il Sunday Times ne apprezzerà le «buone maniere da liberale») e per i dischi che propone. Johnny afferma di sentirsi deluso da un movimento che, assecondando il gioco dei media, è scaduto nell’autoparodia. Desiderava vederne sorgere faccende originali, non piatte imitazioni di una rabbiosa tempesta urbana.

In quell’istante, il cantante dei Sex Pistols torna a essere John Joseph Lydon e, incominciando a sentirsi fregato, prende le distanze dall’immagine con la quale Malcom lo promuove. Nel frattempo, manda in onda la propria educazione sonora: Can, Tim Buckley, Captain Beefheart, Chieftains, Neil Young, Kevin Coyne, Third Ear Band… Accanto ai David Bowie e Lou Reed che ti aspetti – molto meno Nico e John Cale, comunque presenti – offre generose dosi di reggae. Niente Stooges, né New York Dolls. Impensabile per McLaren, che concepiva il ‘77 come “azzeramento” della cultura pop, benché in retrospettiva tutti i nomi quadrino.

«I just like all music» – JJ Lydon.

Incluso quello che all’epoca dei fatti forse stupisce in maggior misura: Nadir’s Big Chance di Peter Hammill. Vede la luce nel 1975 (non a caso, la fase di decompressione che spacca a metà i Seventies) e da allora risulta spostato in avanti rispetto a qualsiasi contemporaneità, in una dimensione a sé stante che lo differenzia dalle orde prog e, per respiro e fisionomia, lo illumina come una lucidissima scheggia. Mentre il profilo di Peter si sovrappone a Klaus Dinger, rileggiamo le note sulla busta interna, in cui l’artefice – tratteggiando l’ipotetico lato oscuro di Ziggy Stardust – afferma di essere stato spodestato da Rikki Nadir, un «rumoroso, aggressivo perpetuo sedicenne che suona robuste canzoni punk».

Ebbene sì: proprio quella parola. Però in anticipo, persino su una new wave che in parte contribuisce a delineare non soltanto stilisticamente, alla faccia delle polemiche che tuttora oppongono fronti radicali. Anche se i diretti interessati non lo ammetteranno, punk e progressive sono opposti che si somigliano nella cieca fede che li anima e nell’oltranzismo.

Ciò nonostante, la storia premia chi sul serio compie dei passi avanti: per ogni Emerson, Lake & Palmer ci sono degli Sham 69, giacché i luoghi comuni e la retorica – come i virtuosismi e le pretenziosità – servono a mascherare la pochezza. Difetti che nei Van Der Graaf Generator e in Peter Hammill non troverete. Al loro posto, musica senza tempo priva di compromessi che, per una specificità non replicabile, ha fatto scuola “in spirito”. Lo spirito che guida Rikki Nadir: punk prima di te, punk prima di tutto.

Un giovane Rikki Nadir Peter Hammill.

Il generatore

In una vicenda anticonvenzionale, a seguire il tipico copione progressive è la formazione di Hammill, nato nel 1948 in quel di Ealing, sobborgo di Londra. Trasferitosi a Derby dodicenne, studia dai gesuiti interessandosi a storia, scienza, filosofia e musica classica, passando dal pianoforte alla chitarra intanto che rock’n’roll, beat e gli scrittori di fantascienza Michael Moorcock e Harlan Ellison completano il quadro. La svolta in coda al ‘67, quando alla Manchester University incontra Chris Judge Smith, polistrumentista fresco di rientro dalla California che suggerisce di mettere su una band e battezzarla come sappiamo.

L’ensemble, cui si aggrega Nick Pearne, ha vita dura. Nick e Chris mollano in capo a un biennio facendo spazio al tastierista Hugh Banton e alla sezione ritmica di Keith Ellis e Guy Evans. A dispetto di un demo apprezzato dalla Mercury, di una session per John Peel e di un concerto di spalla a Jimi Hendrix, niente sbocchi e arrivederci. Nell’estate 1969 Peter inizia a lavorare su un album solista e allo scopo convoca gli altri tre, più Jeff Peach al flauto: il disco esce di lì a poco per la Mercury in America, intestato dal manager Tony Stratton-Smith ai Van Der Graaf Generator. A quel punto tanto vale riformarsi rimpiazzando Ellis con Nic Potter e accogliendo David Jackson al sax: ecco la line-up storica di chi, in ambito prog, è tra i pochi a non soccombere sotto il peso di ambizioni mal riposte.

Eloquente il poker di LP inaugurato in tono minore da The Aerosol Grey Machine, che tra rimasugli psichedelici e underground mostra un’ispirazione bisognosa di messa a fuoco. Intuisci a sprazzi il genio che a inizio 1970 trabocca da The Least We Can Do Is Wave to Each Other, dove a pubblicare è la Famous Charisma Label, allestita da Stratton-Smith. Nessuno suona come i Van Der Graaf Generator, ed eccetto alcune affinità con i coevi High Tide e i Pavlov’s Dog, di poco posteriori, sarà sempre e comunque arduo rintracciare dei veri seguaci. Intanto le durate e le trame si dilatano, il gruppo convoglia l’interazione strumentale e le possibilità offerte dallo studio dentro un rock sofferto, psicotico e spigoloso, che spalanca oasi folk su panorami scaturiti da acidi più solforici che lisergici solcati da una genuina vena gotica, jazz tagliente e libero ed equilibrate tentazioni colte.

Guardare altrove per non soccombere al peso delle ambizioni mal riposte.

Su ritmi di ricercato vigore, i fiati e le tastiere costruiscono strutture complesse ma prive di svolazzi e le raccordano alla voce genuinamente British del leader e alle sue incursioni nei recessi della mente. Le chitarre si defilano fino a sparire, il basso le segue e H To He Who Am the Only One segna un’ulteriore evoluzione dipanando inquietanti arrembaggi, ballate di dolce malessere, slanci cosmici e ripiegamenti orrorosi.

Le classifiche non premiano il dispiego di idee (i soldi Tony li porta a casa con i Genesis) tranne in Italia, dove dall’ottobre 1971 Pawn Hearts si è arrampicato fino a giungere in vetta. Qui ogni elemento si amalgama in un capolavoro di tenebrosa unicità all’insegna dell’impeto sperimentale e della forza comunicativa. L’estate successiva, un gruppo stanco e diviso da tensioni interne si separa.

Una band divisa.

Rikki e la grande occasione

Peter Hammill raggiunge un altro vertice nel centro esatto del decennio, quando in Inghilterra tutti aspettano che qualcosa accada, la Germania disegna panorami avveniristici e sull’altra sponda dell’Atlantico Patti Smith e Bruce Springsteen sistemano delle pietre miliari. Cosa che Nadir’s Big Chance non è: tuttavia, se cercate una casella nella quale sistemarlo, ci pare sensato definirlo “capolavoro di culto”. La sua natura appartiene infatti al capo d’opera che a ogni passaggio svela dettagli e angolazioni diverse ed esercita un’influenza importante sulle generazioni a venire. Ma non solo.

Con un impasto di frustrazione, rabbia impotente e malinconia albionica, Nadir’s Big Chance fotografa un’epoca al tramonto, affidando al nuovo che avanza una serie di indizi e suggestioni puntualmente raccolte. In realtà, il vago concept sul quale è basato (le peripezie di Rikki Nadir nella vana scalata al successo) rappresenta un pretesto per mescolare il senso di desolazione di quei giorni con critiche all’industria dello spettacolo di un’agilità sconosciuta a Roger Waters. Inoltre, ragiona sulla caducità dei rapporti umani e lo svanire dei sentimenti, recapitando premonizioni di un avvenire dietro l’angolo come ogni culto che si rispetti.

Significativo che a produrlo sia l’autore e ancor più che venga inciso di getto ai Rockfield Studios lungo la prima settimana del dicembre 1974, avvalendosi degli ex compagni, peraltro ospiti anche nei 33 giri precedenti. Ne derivano la coesione e l’energia che impreziosiscono arrangiamenti calibrati (chitarre e asciuttezza salgono in cattedra) e una penna in stato di grazia. Il resto ce lo mettono nuove urgenze espressive e accurato minimalismo, le atmosfere in magico bilico tra meditabondo e travolgente e un art glam’n’roll tanto viscerale quanto raffinato.

Art glam'n'roll rocker in camicia.

Gli alfieri in erba del post-punk prossimo venturo prendono nota della ricetta e di un impianto grafico che, curato dal nostro uomo sotto falso nome, consegna l’antitesi delle arcadie utopistiche di Roger Dean in una sfilata di istantanee seppiate ed elusive. Gli stessi ragazzi che, incuriositi, si rigirano la copertina tra le mani memorizzeranno una traccia omonima che deraglia compatta in scia ai Neu!, il malevolo bolero The Institute of Mental Health, Burning dove i P.I.L. sequestrano Syd Barrett e Kevin Ayers, il fumigante rock-soul bianco Open Your Eyes che getta semi di Psychedelic Furs e Magazine, l’eco di Diamond Dogs chiuso in un tunnel infinito per Nobody’s Business.

 A una dolente Been Alone So Long farina del sacco di Judge Smith replicano l’alienazione della metaforica Pompeii e i distillati di tesa malinconia “da camera” Shingle Song e Airport, laddove People You Were Going to ripesca una gemma del gruppo madre dal ‘68 per avvolgerla in virile mestizia e Birthday Special riconduce alla ruvida classe tra sentori di Anarchy in the UK. Chiude la narrazione Two or Three Spectres, invettiva di vetriolo e lustrini dove a Nadir viene proposto di scrivere brani più appetibili e ripresentarsi entro tre anni. Avete fatto i conti restando di stucco? Esatto: 1-9-7-8.

Sull’onda dell’entusiasmo, fino a quella fatidica data i redivivi Van Der Graaf Generator offrono una manciata di apprezzabili album, poi si salutano e Peter riprende il percorso solitario che, in tempi più recenti, ha intrecciato all’ennesima dignitosa reunion della band. Quanto al punk adolescente, ha fatto capolino sempre nel ’78 da Pushing Thirty, brano in cui Hammill canta di poter essere ancora Nadir. Dodici mesi dopo manterrà la parola, ricorrendo a quello pseudonimo per il 45 giri The Polaroid / The Old School Tie. Perché in ognuno di noi vive un Rikki Nadir pronto a sollevare la testa, impugnare la Stratocaster e ridurre la retorica a brandelli. Non dimenticatelo mai.

Tutto il resto sono chiacchiere.

Peter Hammil Van der Graaf Generator 

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