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Paradise Lost: dal metal al metal, andata e ritorno

Storia di una band che ha pagato cara la propria coerenza.

Nati dalle viscere scadute del death metal e divenuti i “Metallica d’Europa”, i Paradise Lost hanno finito per ripudiare il genere da cui sono partiti in pochi secondi e riconquistarne il cuore in venti lunghi anni.

I sentieri imprevedibili della fedeltà a se stessi

Probabilmente, dopo 35 anni “suonati”, possiamo riconoscere ai Paradise Lost la caratteristica che nessun metallaro tradizionalista concederebbe loro: la coerenza. Bisogna però prima specificare cosa si intende quando si usa questa parola. Secondo me è coerente chi fa quello che desidera dal profondo di se stesso e non chi, per paura del giudizio altrui o di qualche punizione, continua a comportarsi sempre allo stesso modo pur non desiderandolo davvero.

I Paradise Lost hanno sempre fatto ciò che sentivano, seguendo un percorso che li ha condotti dalle marce evanescenze del primo death metal, fino al pop dei campionamenti. Dalle cantine delle piccole etichette indipendenti si sono stabiliti nei palazzoni delle major senza mai smettere di avvertire lo stesso odore di muffa. Conquistato subito il pubblico metal oltranzista, hanno poi dominato il generico assembramento di chi segue solo quello che passa la radio. E ritorno.

Perché dobbiamo sottolineare come questa band sia riuscita nel compito arduo di scrollarsi di dosso le toppe e le borchie, tagliarsi i capelli, rinunciare alle chitarre pesanti e poi tornare indietro fino a sedurre di nuovo il cuore dei più fedeli alla linea. Ai Metallica questo, al di là dei grandi numeri che ancora muovono, non è davvero mai riuscito e il motivo è semplice: non sono più stati capaci di realizzare dischi davvero validi. Death Magnetic o Hardwired… to Self-Destruct rappresentano un progressivo ritorno allo stile e al sound del passato, ma tranne rari momenti (All Nightmare Long, Moth into Flame) non c’è praticamente nulla degno di essere ricordato e che sia sopravvissuto all’evento creato attorno all’uscita di quei dischi supersponsorizzati mediaticamente. I Paradise Lost invece hanno realizzato ancora ottimi lavori e su tutti quello davvero definitivo: Medusa.

Siamo d’accordo, si parla di gusti. Qualcuno potrà considerare tutta la produzione che va da In Requiem al recente remake di Icon, un tentativo forzato di riconquistare il vecchio pubblico, ma è innegabile che in album come Faith Divides Us – Death Unites Us o The Plague Within ci siano almeno tre brani per album che hanno guadagnato la residenza definitiva nelle tracklist dei concerti e nelle playlist dei fan.

Metallica sarà tua sorella.

One second to change everything

Ci sono tante cose che gli appassionati della band – intendo quelli che se ne invaghirono ai tempi del primo Lost Paradise, del sorprendente Gothic e che continuarono a seguirla nonostante il progressivo ammorbidimento, la “metallicazione” e il sempre maggiore successo presso il pubblico femminile (fattore peggiorativo per i veri metallari old school) – non possono sapere. Chi non conosce giudica, quindi vanno perdonati tutti gli arrabbiati, i disillusi e i miscredenti che hanno mollato quando è uscito One Second e, se non allora, poco dopo il tradimento definitivo Host, anticipato dalla firma di un contratto presso il più temibile satanasso del mondo metal, la EMI.

Per la maggioranza dei vecchi fan, la casa degli Iron Maiden significava – già prima di ascoltare l’ennesimo lavoro commerciale – la perdita di ogni speranza e l’abbandono preventivo del gruppo a se stesso e alla dannazione eterna. Host avrebbe potuto essere un capolavoro (e per molti ascoltatori senza il cerume dell’ortodossia nelle orecchie, lo è), ma il pubblico metal ha preferito non scoprirlo. C’è chi, ancora oggi, lo evita perché «non ci stanno le chitarre e quindi lasciamo proprio perdere».

Ma il punto non è se Host o One Second, Draconian Times o Believe in Nothing siano dei grandi dischi. Bisogna sapere come sono andate le cose e basta. E dopo anni sono affiorate le informazioni che hanno reso la faccenda più chiara e comprensibile, permettendo al quadro di cambiare nelle teste del pubblico e al giudizio facilone espresso a frotte da tanti illuminati degli anni ‘90 di ritrarsi.

Ciao, io sono quello a cui non è piaciuto per niente, come sono andate le cose.

Per prima cosa non tutti nella band sono stati contenti del cambio di stile. Per esempio il batterista Lee Morris, entrato in formazione nel 1995 e incapace di adattarsi a una situazione in cui la sua prestazione veniva segmentata in tanti loop che poi erano gestiti dai produttori. Sono stati il chitarrista Gregor Mackintosh – compositore unico e mente assoluta della band – e il cantante Nick Holmes a sostenere la svolta decisiva, poco dopo l’enorme successo di Draconian Times, principalmente per due ragioni. Holmes non ce la faceva più a cantare sporco e temeva di perdere la voce per sempre. Gregor, dopo dieci anni passati cominciando come militante tape-trader in fissa con il death metal e arrivando a chitarrista leader di una metal band tra le più acclamate d’Europa, non riusciva più a sopportare quei suoni, quei riff, quello stesso strumento.

In particolare, i ritmi di vita che il gruppo aveva dovuto sostenere in quel periodo, con tre anni di tour praticamente ininterrotto e tre album uno dietro l’altro, avevano portato l’estro creativo a dire basta. Del resto, quei tre lavori non rappresentano nemmeno un eccessivo passaggio nell’evoluzione del gruppo, si somigliano un po’ (troppo) e Mackintosh, onde poter ancora creare musica che potesse amare, doveva smetterla con il metal e fare altro. Per molti risulterà incomprensibile, ma esiste anche chi, dopo anni di pizza, si stufa e chiede altri pasti.

Con il senno di poi, Holmes ammette che probabilmente sarebbe stato meglio sciogliere la band e fondare un progetto con un nome nuovo (cosa che hanno fatto di recente i due, vedi alla voce HOST), ma allora le cifre che muovevano i Paradise Lost erano talmente alte e promettenti che sarebbe stato impossibile arrischiare una chiusa e una riapertura completamente diversa. Era il momento clou in cui dei musicisti, dopo aver lavorato sodo per un decennio, potevano vedere se era fattibile trasformare un viaggio avventuroso e tremendamente eccitante in un lavoro stabile e duraturo, o chiuderla lì e iscriversi all’Università, farsi una posizione vera in paese, riponendo i sogni in un cassetto.

La band ha provato a saltare: i presupposti c’erano. Però si sono pentiti da morire di aver firmato per la EMI, voltando le spalle al pubblico metal e soprattutto di aver accelerato così velocemente il proprio passo evolutivo.

Ok, date la colpa a loro due.

Il trauma

Nessuno pensa che One Second non sia un disco dei “veri” Paradise Lost. Semplicemente dopo Draconian Times e brani come Enchantment, The Last Time o Hollowed Land, ci potevano stare cose come Lydia e Say Just Words. Ma non solo: su One Second ci sono grandi canzoni e quindi chi se ne frega se le chitarre sembravano quelle dei Sisters of Mercy o la produzione somigliava a un disco recente dei Depeche Mode. Il problema era un altro: pareva fosse passato un decennio, non tre anni. Per i fan era stata tipo una fuga temporale, come svegliarsi e trovare tuo figlio adolescente al fondo del letto con la barba e le occhiaie di un quarantenne. Che cazzo era successo?

La faccia di tuo figlio tre anni dopo.

Infatti, se si ascoltano Believe in Nothing, Symbol of Life e poi Paradise Lost e In Requiem, tutti questi lavori potrebbero essere gli anelli mancanti, a ritroso, della crescita esagerata da parte del gruppo, tra il quinto e il sesto disco. Il responsabile di quello che invece è stato uno skip così brutale che Holmes e Mackintosh avrebbero impiegato quasi dieci anni a ricostruire era un certo Sank.

Sank (Ulf Karl Sanken Sandqvist) è un produttore svedese specializzato in pop e musica elettronica – completamente avulso al giro metal, quindi. Ed è stato coinvolto dal gruppo stesso, con l’intenzione di affidarsi a qualcuno che non fosse “di casa” e aiutasse Mackintosh a trovare quei suoni nuovi di cui necessitava per il tipo di brani che aveva scritto.

Se avessimo la possibilità di ascoltare le prime versioni dei pezzi che poi sarebbero diventati la scaletta di One Second, potremmo notare quanto fossero ancora vicini allo stile del gruppo di Draconian Times. Le strutture erano lunghe, piene di assoli struggenti e con vari passaggi strumentali di chitarre.

Chitarre, capite? C’erano ancora le chitarre!

Perché era da quelle che Gregor, con l’ausilio del suo gemello ritmico Aaron Aedy, riusciva a far scaturire le versione finite e arrangiate delle proprie canzoni. Anche se durante la pre-produzione di One Second, Mackintosh si era concentrato molto sulle tastiere per scrivere i pezzi, la matrice strutturale era sempre realizzata da lui e Aaron l’uno davanti all’altro, il secondo che sosteneva l’accompagnamento e il primo che sciorinava melodie sulle note alte.

Quando Sank aveva ascoltato i pezzi, con il gruppo stesso che glieli suonava dal vivo, aveva subito capito che c’era da tagliare via gli assoli, ridurre la presenza delle sei corde e dare alle canzoni stesse una forma più pop. Mackintosh e Holmes dissero «Dio sia lodato». Gli altri invece esclamarono «Ehi, aspetta un attimo!», ma il compositore e il cantante non avevano dubbi sul fatto che fosse proprio la cosa da fare e convinsero gli altri ad affidarsi a Sank. Ecco quindi One Second, un salto evolutivo vertiginoso e un vero trauma per tutti.

Fidatevi, vinceremo un sacco di premi anche senza chitarre.

La lunga, lunghissima strada verso casa

Dopo One Second, che fu un successo notevole, dando ragione a Sank, a Holmes e a Mackintosh, è arrivato il contratto con la EMI. La band inizierà a vedere i soldi veri, dirà: “Ok, tanto il metal ci aveva rotto le palle, addio a tutti, è stato bello” e si godrà gli esosi anticipi della major e il trattamento in guanti bianchi degli emissari dell’etichetta, pur accorgendosi che quelle persone non sapevano nulla di rock e metal e neanche gliene fregava.

I Paradise Lost però pagheranno cara la vacanza. I conti in banca aumentano ma anche il divario interno alla formazione, sempre più preoccupante, tra Gregor – chiuso in una cella dorata a inseguire nuovi fantasmi – e il resto del gruppo, via via più consapevole di quanto tutto fosse folle e sopra le righe per trovarsi a proprio agio in quel mondo di glitter e aragoste. Loro erano di Halifax, gente concreta e riservata, che ci facevano con quei tizi? Host non venderà e Believe in Nothing andrà anche peggio. Quando la EMI rescinderà il contratto, i Paradise Lost in fondo tireranno un sospiro di sollievo:

Per l'etichetta in pratica siamo stati poco più che una deduzione fiscale sui ricavi di Robbie Williams.
Aaron Aedy

Da lì inizia il percorso inverso, lungo e faticoso, ma più naturale: con sette dischi in quindici anni il gruppo non solo è tornato e ha riconquistato i regni abbandonati di Draconian Times e di Icon, ma addirittura ha riguadagnato l’antico maniero spettrale del gothic e il trono death doom che le spettava ai tempi di Lost Paradise e del demo Frozen Illusion.

Insomma: non è che dopo Host i Paradise Lost se ne sono usciti subito con Medusa. Quello sì sarebbe stato perculare i fan traditi. Non lo hanno fatto perché sono stati appunto coerenti con se stessi e nel 2002 – nonostante la fine dei rapporti con la EMI e la sensazione di avere il culo fratturato e il paniere vuoto – hanno pensato bene di realizzare qualcosa come Symbol of Life, più suonato e chitarristico, ma pur sempre lontano dal metal tradizionale e da certe facili riconversioni alla causa. In pochi hanno scorto già da lì una rinascita heavy e molti hanno continuato a negarla anche dopo aver sentito l’accordatura abbassata delle chitarre di Gregor e Aaron e la voce più gutturale di Holmes in Never for the Damned e Requiem, nel 2005.

Il reinnamoramento nei confronti del metal ha richiesto anni e anni, in cui Mackintosh ha ritrovato poco alla volta confidenza con la chitarra (l’assolo alla fine di Over the Madness, a detta di lui, è stato la grande epifania) e la voglia di cimentarsi ancora con la musica estrema che adorava da ragazzino. Mentre Holmes ha dovuto trovare un sistema per non distruggersi la gola e cantare come in passato, pur non rinunciando alla versione in clean faticosamente acquisita dopo anni di prove in studio.

Tutto questo è stato possibile anche per via del passaggio di entrambi i ragazzoni immagine della band attraverso certe esperienze collaterali ma decisive per questo definitivo ritorno al doom: il primo con il progetto Vallenfyre, nato come elaborazione del lutto per la morte del padre, il secondo facendosi coinvolgere nella fucina nostalgica dei Bloodbath. Queste realtà parallele hanno permesso loro di riconquistare gli strumenti che un tempo erano impareggiabili da gestire, e con quelli di chiudere il loro cerchio creativo.

Qui canto, addirittura, per vedere se mi passa.

Attenti, però, dopo Medusa non c’è stato un altro Medusa, ma Obsidian, un’opera nuovamente di transito e, forse, tra le meno ispirate degli ultimi anni. Tuttavia e senza dubbio, l’espressione autentica di cosa sono i Paradise Lost nel 2020, il che non si può certo affermare di molte altre band storiche, immancabilmente produttive ma che da almeno vent’anni, tra reunion e rinascite, realizzano lavori così referenziali e prevedibili da ammazzarci a suon di sbadigli.

Paradise Lost Nick Holmes Gregor Mackintosh 

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