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A volte è necessario approfondire. Per capire da dove arriva la musica di oggi, e ipotizzare dove andrà. Per scoprire classici lasciati indietro, per vedere cosa c’è dietro fenomeni popolarissimi o che nessuno ha mai calcolato più di tanto. Queste sono le storie di HVSR.

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Non solo mod: ritratto del giovane Paul Weller

Da voce di una generazione a classico (e classicista) del pop inglese.

I campioni autentici lasciano quando si trovano all’apice. A maggior ragione se hanno ventiquattro anni, un tris di capolavori in bacheca e sono acclamati da un’intera nazione. Ladies and gentlemen, please welcome Paul Weller con i suoi Jam!

That's not entertainment

Strano animale il tempo che passa, ma la fatale fama non è da meno. In un curioso parallelo con il celeberrimo semiomonimo Sir McCartney, anche Paul Weller ci ha messo parecchio a fare i conti con un passato tanto prestigioso quanto ingombrante. A un certo punto dei Jam non voleva neppure sentire parlare, eppure l’età e la giusta distanza hanno restituito una prospettiva più serena finché il (ormai non più) ragazzo ha potuto guardarsi indietro senza rabbia, riprendendo dal vivo i classici della sua prima band importante.

Della più importante? Rispondiamo affermativamente, pur volendo bene agli Style Council fino a Our Favourite Shop incluso e apprezzando il percorso solista, siccome un nuovo disco di Weller lo ascolti sempre con curiosità e interesse. Sul palco ne ammiri classe e impegno, con la certezza che di artisti del genere si sia perduto lo stampo da che il rock ha imboccato altre vie, la società è cambiata e con lei il terreno di coltura di una tipologia autoriale incentrata sulle emozioni oltre che su estro e ingegno.

Poi metto in ordine, tranquilli.

Vi confidiamo un segreto: la nostra insaziabile curiosità ci spinge talvolta a fissazioni da nerd. Per esempio, quando ci imbattiamo in fotografie delle altrui collezioni di libri e dischi non perdiamo l’occasione di ficcanasare, cercando conferme e sorprese. I nostri scaffali raccontano chi siamo e un magnifico scatto coglie Paul tra le mura domestiche: seduto sul pavimento con lo sguardo velato da un filo di inquietudine, alle spalle ha una libreria colma di vinili, sulla sinistra il ritratto dei figli e svariati 45 giri sparsi attorno.

Balzano all’occhio gli Small Faces, il cofanetto dedicato a Syd Barrett e l’edizione filologica di Pet Sounds. In cima alle mensole scorgi U-Roy e Police and Thieves di Junior Murvin, proteso in avanti a suggerire un’assidua frequentazione. Da qualche parte deve esserci sicuramente Curtis Mayfield, e mentre lo cerchi ti colpisce l’immagine di un uomo immerso nella propria educazione sentimentale, nell’universo che gli – e ci – appartiene e che restituisce in pieno l’essenza di chi crede in ciò che fa e conosce il vero significato delle radici.

Anche lì il “segreto” di una fulgida carriera: nel nocciolo solido e plastico in cui risiedono le espressioni creative destinate a durare. Perché, anche se qualcuno afferma il contrario, il pop non è intrattenimento. Perché stiamo per parlarvi di chi, nello spazio che separa Beatles e Smiths, è stato insieme idolo delle folle e angry young man. Questione di stile, ma soprattutto di talento e passione.

When you're young

Giovanissimo a dir poco, John William Weller, quando si innamora della musica e prendono a chiamarlo come sappiamo. Classe 1958, cresce in un ambiente proletario suburbano (Woking: una cinquantina di chilometri dalla stazione di Charing Cross) adorando Beatles, Small Faces, Who, i primi Pink Floyd. Ci vorrà un po’ perché la cultura mod divenga una fede per il bassista undicenne (!) che allestisce la prima versione dei Jam: un paio di sodali durano poco, laddove Rick Buckler alla batteria e la chitarra di Bruce Foxton completano i ranghi di un quartetto che, babbo Weller a fungere da manager, si fa le ossa nei circoli dopolavoristici.

Avete detto mod? Pete Townshend risponde presente all'appello.

Nel ‘76 restano in tre, Paul e Bruce si scambiano i ruoli ed ecco la banda che a Londra si fa notare anche per stilosi completi e caschetti à la Steve Marriott. Revivalista? Chi, io che a diciotto anni condivido modelli con Glen Matlock? Una spiccata tendenza a quanto oggi definiamo retromania è l’accusa infondata e figlia del momento rivolta ai Jam: nondimeno, se la forza e l’importanza del punk stanno nel ritorno alle origini in un alveo di rabbia alienata, sulle macerie bisogna comunque costruire affinché la rivoluzione sia tale. Da par suo, il Nostro possiede personalità e vis polemica bastanti per rispondere a Sex Pistols, Buzzcocks e Clash: punk due volte, prende posizione nei confronti del clashiano «No Elvis, Beatles, or the Rolling Stones» e abbraccia apertamente una precisa tradizione.

Joe Strummer e Mick Jones lo seguiranno e intanto convocano i Jam per il White Riot Tour, mollato dopo nove date causa dissidi poi appianati. Nel frattempo il trio ha firmato con la Polydor spedendo nei Top 40 l’innodica In the City, che nel maggio ‘77 battezza l’LP d’esordio e l’elegante aggressività di Art School e Bricks and Mortar, i beat garagisti I’ve Changed My Address e Time for Truth, un Batman Theme in scia ai Ramones. Applausi anche per il martellare da pub di Takin’ My Love e della Slow Down sottratta a Larry Williams, per un’altra Pictures of Lily intitolata Away from the Numbers, per i Beach Boys aspri di Sounds from the Street e i Dr. Feelgood alle prese con il northern soul in I Got by in Time e Non-Stop Dancing.

(Traffic) jam in the city.

Partenza col botto che sei mesi dopo adombra il piatto This Is the Modern World, complici la fretta e un leader innamorato e distratto. Spiccano gli Who apocrifi di The Modern World, una deragliante London Girl, la virile introspezione di Life from a Window e I Need You (for Someone) e l’acidulo folk-beat Tonight at Noon, tuttavia è significativo che gli episodi convincenti si allontanino da schemi che già rasentano lo stereotipo.

Malgrado punti di riferimento palesi, nessun luogo comune appesantisce All Mod Cons. Nel 1978 il punk è un ricordo e i Jam sono reduci da infruttuose puntate negli Stati Uniti, privi del retroterra necessario a capirli. Antitetica la situazione a casa, dove molti seguono le orme del gruppo che supera un breve stallo imbrigliando l’energia in policrome ricercatezze. La bussola passa da Pete Townshend al Ray Davies riverito in una robusta cover di David Watts allorché Paul si inserisce nel retaggio del pop nobile, che incastona commenti sociali su un’invidiabile brillantezza melodica investendo la quotidianità di valori universali e rappresentando un’intera generazione.

I Kinks… ah no.

Intenso e corposo, All Mod Cons raggiunge la sesta posizione grazie a una scaletta immacolata, che tra l’omonimo tumulto e il cortometraggio antirazzista Down in the Tube Station at Midnight infila gli umori mutevoli di To Be Someone, Mr. Clean e Fly, la sfoglia acustica English Rose, una In the Crowd sospesa tra Rubber Soul e Revolver, l’impeto lirico di Billy Hunt e The Place I Love, i Byrds che si credono Fab Four per It’s Too Bad, i Clash fluidamente squadrati di A Bomb in Wardour Street. Sotto i riflettori, il carismatico ventenne ha consegnato la prima pietra d’angolo. 

The gifts

In un’epoca che ancora premia l’intelligenza, pubblico e critica lo ritengono al culmine, ciò nonostante il meglio sta per arrivare sotto forma di un crescendo artistico e commerciale dipanato lungo una favolosa rielaborazione del canone pop albionico, che ai 33 giri appaia materiale di altissimo livello destinato ai singoli come l’elastica Strange Town e una sferragliante When You’re Young, come la gemma di Bruce Smithers-Jones e la possente Going Underground che conquista la vetta ai primi del 1980.

Da notare quella sciarpina che non tornerà mai più di mod(a).

Abbiamo però corso e occorre riavvolgere il nastro a fine ‘79, quando Setting Sons nasce da un concept (sullo sfondo di una guerra civile, tre amici si ritrovano scoprendo l’evoluzione delle rispettive esistenze) successivamente ridimensionato, così che l’esito racconta il passaggio all’età adulta e il thatcherismo con arrangiamenti più corposi.

Piacciono una Girl on the Phone studiata dalle leve britanniche anni Zero, il pop sul serio power di Thick as Thieves, i chiaroscuri Private Hell e Wasteland, una rediviva Smithers-Jones avvolta in archi memori di Eleanor Rigby, il connubio di muscoli e inventiva The Eton Rifles, mentre la sprintata rilettura di Heatwave è bella ma un po’ fuori posto e il resto paga qualcosa in termini compositivi.

In diretta (si fa per dire) da BBC Music.

Viceversa eccelso, l’anno seguente Sound Affects sfoggia gusto per i dettagli e una scrittura stellare. Se Pretty Green e Set the House Ablaze potrebbero appartenere agli XTC, Monday inventa i Blur e Boy about Town ne forgia l’anello di congiunzione, Start! è sfacciatamente sagomata su Taxman da farla franca, That’s Entertainment media slancio e sarcasmo, Music for the Last Couple e Scrape Away inscenano mutazioni ska. Consumate le pagine di George Orwell, Percy Bysshe Shelley e Geoffrey Ashe, Weller cava dal cilindro il pastello lisergico Dream Time, lo scintillante melodramma pop Man in the Corner Shop e il funk-wave latino But I’m Different Now. Osare ha pagato.

E che lo show vada avanti!

Ha pagato e continuerà a pagare, sin dalle sterzate a 45 giri della cupa e complessa Funeral Pyre e di una Absolute Beginners che incrocia James Brown e Beatles. Nessun LP nell’81, ma niente paura: affrontato un esaurimento da pressione e superlavoro, il capobanda tira il fiato e nel febbraio 1982 l’elettrizzante Town Called Malice è la terza medaglia d’oro sulla breve distanza per il cavallo di razza che scalpita verso nuove direzioni. Un mesetto e The Gift entusiasma per la naturalezza con la quale soul, R&B e funk sono integrati a un linguaggio pienamente svincolato dai numi tutelari.

Solo uno dei tanti pregi di un disco insieme atemporale e “qui e ora”, che si avvale della magistrale produzione per consegnare una Precious che cuce Gang of Four, Pigbag e A Certain Ratio, l’Otis Redding modernista di Trans-Global Express, lo scontro frontale Kinks / Who Happy Together e il calypso scippato a Sandinista! di The Planner’s Dream Goes Wrong. Altrove, Town Called Malice spiana la strada alla pura commozione di Ghosts e Carnation, a una saltellante Just Who Is the 5 O’Clock Hero? accesa dagli ottoni, al funky in candeggina Circus, alla Running on the Spot che rinvigorisce la Motown e a una title track che la imita preferendo la Stax.

Qualcuno ha detto funk?

Platea e stampa in visibilio, Weller manda sul gradino più alto dei 45 giri la glassa amarognola The Bitterest Pill (I ever Had to Swallow) e il soul nordico dagli occhi azzurri Beat Surrender e poi grazie, è stato bello ma adesso basta. Nello stupore generale, è dai Beatles che una separazione non causa una tale risonanza, lo sconforto appena attenuato dal live Dig the New Breed, dalla raccolta Snap! e dalla ristampa di diciotto singoli, quattordici dei quali rientrano in classifica.

Se questo fosse un film, inizierebbe dagli ultimi istanti dell’ultimo concerto tenuto dai Jam. Da una data a Brighton aggiunta appositamente, dove l’11 dicembre 1982 una porta si chiude davanti a cinquemila fan. Onesto con loro e con se stesso, Paul sa di aver espresso l’esprimibile: in cima al mondo, apre il proverbiale portone su una serie di evoluzioni coerenti, mentre Buckler e Foxton – comunque più che meri comprimari – reciteranno in eterno il ruolo dei nostalgici, acrimoniosi ex che hanno ingoiato l’amara pillola dello scioglimento. Questione di talento e passione, ma soprattutto di stile.

Jam Paul Weller Rick Buckler Bruce Foxton Mod 

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