New Music

Una volta alla settimana compiliamo una playlist di tracce che (secondo noi) vale davvero la pena sentire, scelte tra tutte le novità in uscita.

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... Tutte le tracce che abbiamo recensito dal 2016 ad oggi. Buon ascolto.

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A volte è necessario approfondire. Per capire da dove arriva la musica di oggi, e ipotizzare dove andrà. Per scoprire classici lasciati indietro, per vedere cosa c’è dietro fenomeni popolarissimi o che nessuno ha mai calcolato più di tanto. Queste sono le storie di HVSR.

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La rinascita dei New Order di Power, Corruption & Lies

Quando nel 1983 i New Order, semplicemente, risorsero.

Come una fenice: quando sorgi da ceneri ancora calde che hanno appena cambiato la storia, devi fare i conti con il peso di una tragedia e con le responsabilità che ne derivano. Ma quando sai da dove vieni, presto avrai un’idea chiara di dove ti stai dirigendo.

  • Artista: New Order
  • Titolo: Power, Corruption & Lies
  • Anno: 1983
  • Tracklist:
    1. Age of Consent – 5:15 (testo e musica: Bernard Sumner, Peter Hook, Stephen Morris, Gillian Gilbert)
    2. We All Stand – 5:14 (testo e musica: Bernard Sumner, Peter Hook, Stephen Morris, Gillian Gilbert)
    3. The Village – 4:37 (testo e musica: Bernard Sumner, Peter Hook, Stephen Morris, Gillian Gilbert)
    4. 5 8 6 – 7:31 (testo e musica: Bernard Sumner, Peter Hook, Stephen Morris, Gillian Gilbert)
    5. Your Silent Face – 5:59 (testo e musica: Bernard Sumner, Peter Hook, Stephen Morris, Gillian Gilbert)
    6. Ultraviolence – 4:52 (testo e musica: Bernard Sumner, Peter Hook, Stephen Morris, Gillian Gilbert)
    7. Ecstasy – 4:25 (testo e musica: Bernard Sumner, Peter Hook, Stephen Morris, Gillian Gilbert)
    8. Leave Me Alone – 4:41 (testo e musica: Bernard Sumner, Peter Hook, Stephen Morris, Gillian Gilbert)
  • Formazione:
    • Bernard Sumner – voce, chitarre, sintetizzatori e programmazione
    • Peter Hook – basso, batteria elettronica
    • Stephen Morris – batteria, sintetizzatori e programmazione
    • Gillian Gilbert – chitarre, sintetizzatori e programmazione

Disorder

Dicono che la vita sia una questione di bivi che scegliamo, confidando ogni volta in un intreccio tra istinto, razionalità e speranza. Dicono che gli incroci siano fondamentali nella popular music, un’arte che dal basso punta alle stelle e poggia visioni futuristiche sul già esistente. Dicono che a contare sia il talento, ma che non valga meno sapersi accomodare nel corso degli eventi. Pensate ai Joy Division, che la sera del 17 maggio 1980 non riescono a prendere sonno perché l’America li attende. Pensate a Ian Curtis, ventitré anni e troppi demoni che lo torturano, che decide di mandare tutto all’aria e se stesso per primo.

Biforcazioni, crocicchi, decisioni… A distanza di tempo, possiamo affermare con certezza che un tour oltreoceano avrebbe cambiato lo scenario tristemente noto. L’unico nodo da sbrogliare riguarda la metamorfosi che ne sarebbe conseguita: al proposito, Simon Reynolds ipotizza un gruppo da stadio “emotivo” – grossomodo: gli U2 che scambiano l’epica con l’introversione – e, in effetti, gli indizi abbondano sia in Unknown Pleasures che nel sigillo Closer. Basta pensare a With or Without You per rendere la congettura assolutamente plausibile.

Gli U2… ah no.

Benché sia azzardato parlare di pop, tra le caratteristiche dei mancuniani spicca la maestria nello scolpire un suono unico dove incastonare canzoni memorabili e profonde rivelazioni. Per questo motivo il passaggio ai New Order ci sembra naturale, e non perché, causa ragioni anagrafiche, ci siamo giunti con distacco cronologico. Prova ne sia che la narrazione ricorrente di un contrasto netto tra oscurità e luce non ci ha mai convinto: a noi convincono l’indicibile, irripetibile grandezza dei Joy Division e la cura intuitiva con la quale Bernard Sumner, Peter Hook, Stephen Morris e Gillian Gilbert hanno plasmato uno stile.

Quanto all’ucronia, ipotizziamo Ian Curtis intento a contorcersi in pista e non soltanto sul palco. Prendiamo il groove minimale memore del krautrock, quel basso che traccia le linee melodiche, la chitarra che disturba e una voce lanciata a scandagliare lo spirito. Poi ne attenuiamo il bianco e nero con tinte meno opache, aggiungendo le trame di sintetizzatore che in Closer un po’ forgiano e un po’ scalfiscono la glacialità. Spostato l’asse sulle seduzioni della club culture e su un progresso accolto con entusiastica curiosità, si accendono delle luci: Manchester che partorisce gli A Certain Ratio, la regina Grace Jones che rilegge She’s Lost Control, una ragazza che dietro le tastiere è in larga misura responsabile della rivoluzione estetica. In punta di piedi, se volete, ma pur sempre una rivoluzione.  

Non occorrono eccessivi sforzi di fantasia per trovare una band del genere. Si chiama New Order e dei Joy Division non rappresenta l’antitesi. Semmai, un’evoluzione sofferta e coerente dettata da dolorose necessità, perché è quando credi di non avere un cammino che puoi mappare territori inesplorati. Nel caso specifico, luoghi bellissimi dove una new wave che sfuma nell’universo indie si mescola alla dance. Luoghi in cui, a sentire i diretti interessati, «le nostre vite ancora cambiano da come eravamo».

I Joy Division… ah no.

Isolation

Corsi e ricorsi storici ne abbiamo? Neil Tennant ha definito i Pet Shop Boys «gli Smiths con i quali potete ballare» e ancora lui, A.D. 1990, era in compagnia di Johnny Marr e Bernard Sumner negli Electronic, allestiti da quest’ultimo durante un periodo sabbatico. Chiudiamo il cerchio annotando come le parole di Neil si possano in tutta tranquillità applicare ai giovani uomini che si svegliano dentro un incubo e, grazie alla giusta dose di cinismo, ne escono accennando passi di danza. Sotto diversi aspetti, infatti, la storia dei New Order è una vittoria sulle avversità ottenuta con la risolutezza e la tenacia di gente che, nel grigiore post-industriale del Nord Inghilterra, si aggrappa al retaggio proletario.

Piace pensare che sia servito a perfezionare l’innovativo ponte tra dance e indie dipanato lungo un crescendo di singoli fenomenali e 33 giri dall’ampio respiro. La nostra preferenza cade su Power, Corruption & Lies, che dal 1983 rappresenta l’esatto momento in cui i Nostri giungono a un linguaggio riconoscibile. Maturità d’autore centrata al secondo tentativo dalla formazione che con l’aiuto del manager Rob Gretton cerca subito di mettersi alle spalle le tragedie debuttando dal vivo nell’estate 1980.

In autunno i superstiti accolgono la più giovane Gillian Gilbert, fidanzata di Morris che gestisce uno spartano arsenale elettronico allorché il microfono passa a Bernard (più rari interventi di Hook) e l’intesa viene affinata in concerto. Con un repertorio che alterna materiale nuovo a inediti dei Joy Division è inevitabile che all’inizio non ci si allontani dal recente passato: nel marzo ‘81 Ceremony / In a Lonely Place offre un sensazionale inno di ombre e un falso ghiacciaio emotivo composti poco prima del drammatico addio a Curtis. L’atmosfera contagia anche l’album Movement, fuori dopo la pubblicazione di una versione di Ceremony con la Gilbert.

Live in Manchester, ovviamente.

Nel passaggio che saluta la vecchia pelle con una catarsi sfumata, Ian è palpabile e non potrebbe darsi diversamente. Altrettanto significativo che, per le medesime ragioni, ci si avvalga della produzione di Martin Hannett malgrado rapporti ormai deteriorati. Di conseguenza, avverti un distacco che protegge l’esigenza del cambiamento, osservi degli individui attraversare Closer allo scopo di esorcizzarlo e – con Decades che rimbomba in testa – capisci che stanno abbozzando altro partendo dai cocci di ciò che è stato. Li spieghi così il senso di continuità e il “respiro” umano di canzoni a un primo sguardo fredde e lontane che in realtà utilizzano un diverso modo di articolare i turbamenti di cuore e anima.

Per fortuna, nessuno brucia in un’aurea transizione che conosce apici nella cristallina Dreams Never End, nel cupo martellamento Senses, in una Chosen Time di spigliata tensione, negli slarghi elettro-dub di ICB e nella sapiente articolazione di The Him. Esito di assoluto rispetto, Movement contiene accenni del pop obliquo dietro l’angolo, ma soprattutto racconta un gruppo che esce a testa alta da paragoni scomodi e, carpiti i segreti della consolle, si appresta a cercare autonomamente la propria identità.

Ma anche di là dall'oceano.

Means to an end

Il primo balzo avanti gira a quarantacinque: Everything’s Gone Green saluta Hannett dispiegando aliena(ta) dance-wave, tra florilegi di synth e sequencer che impastano Moroder e Kraftwerk con il lievito dei club newyorchesi. Gioiello che non cade dal cielo, poiché con la crescente consapevolezza di una nuova direzione (e in un interessante parallelismo con i Soft Cell) nel 1981 il quartetto visita la Grande Mela apprezzando l’electro e una disco dai prefissi mutant e italo.

Da qui un cambio d’approccio alla scrittura e l’espansione degli orizzonti tecnologici, concretizzati nella sfida a programmare le macchine con gusto e intelligenza mentre Tony Wilson spalanca i battenti della Haçienda, cui i New Order contribuiscono finanziariamente e offrendo lo strumentale Video 5 8 6 (noto anche come Prime 5 8 6) che ne accompagna l’inaugurazione.

Canne mozze e lacrimogeni

Uno per uno, i tasselli vanno a posto. È il 1982, i tempi stanno cambiando sulla spinta del new pop e nella superba Temptation David Bowie inscena Sound and Vision tra le mura del Danceteria. Movement dista poco più di sei mesi, eppure siamo catapultati sulla soglia di una nuova era: nel marzo 1983, tra gli scaffali dei negozi sbuca un oggetto misterioso che non reca alcuna informazione sul costosissimo artwork cortesia del “quinto elemento” Peter Saville. Poco importa, ché da allora il mondo non ha mai smesso di ballare Blue Monday, 12” più venduto di sempre e splendore che, con le sottigliezze a lento rilascio e la cadenza implacabile collaudate in Prime 5 8 6, chiarisce lo spessore della banda e finirà per influenzare la techno “made in Detroit”.

Il postmoderno tra i segugi.

Sa eccome il fatto suo il collettivo che a giugno esegue da John Peel una rilettura di Turn the Heater On del “principe oscuro del dub” Keith Hudson in omaggio al fan del reggae Ian Curtis. Del resto parliamo di chi ha appena pubblicato il nuovo LP permettendosi di estromettere un pezzo da novanta pur lasciandone echi e trasfigurazioni che è facile cogliere. Saggia decisione, siccome per Blue Monday fatichiamo a rinvenire una collocazione che non alteri l’equilibrio della scaletta. Inoltre, l’assenza di un brano “ingombrante” evita che l’ascoltatore perda di vista il magistrale senso d’insieme di un wave-pop intimista e vibrante.

In equilibrio sui trascorsi e lo slancio avanguardistico del gruppo, Power, Corruption & Lies trasforma la tecnologia nel propellente per la forza espressiva e comunicativa, per la dinamica e i dettagli delle canzoni, per arrangiamenti e strutture di acume pari alla compatta spontaneità. Non gli difetta nulla del capolavoro fin dalla veste grafica, dove Saville recupera da Blue Monday l’idea del codice cromatico che traduce autori e titolo, sistemandola accanto al dipinto del 1890 Un cesto di rose di Henri Fantin-Latour.

 La metafora della felice convivenza tra un classicismo lanciato nel domani e la pura attualità si rispecchia nel programma, inaugurato con la sfavillante malinconia di una Age of Consent che inventa parecchio indie-pop prossimo venturo e concluso sulla circolarità meditabonda di Leave Me Alone. Negli estremi scorrono l’umoralità qui sferzante e là rarefatta (tessitura che già suggerisce remix in chiave trip hop) di We All Stand, l’eleganza delle forme sposata con disinvolta freschezza al pulsare ritmico in The Village e 5 8 6, il raffinato funk techno-logico di Ecstacy, la grazia mitteleuropea da Kraftwerk a passeggio nella brughiera di Your Silent Face, una Ultraviolence che approda a Detroit passando da Sheffield.

L'età della patente.

Spianata la strada, seguiranno due discreti album e il profluvio di 45 giri dove si impongono una magnifica Confusion supervisionata da Arthur Baker, il romanticismo di Thieves Like Us e Bizarre Love Triangle, l’irresistibile lasciapassare per il successo True Faith. Padroni di un pop evoluto che ha fatto e continuerà a fare scuola, tramite Technique i New Order sigillano gli anni Ottanta reinventando un’idea bianca della house con gli arnesi del “dopo rock”. Il resto appartiene a dischi altalenanti comunque non privi di zampate, a litigi e scappatelle, ai rimpasti di organico e alle celebrazioni che si riservano ai grandi. Un avvenire che nessuno poteva immaginare, in quel giorno funesto che oggi ci appare così lontano eppure così vicino.

New Order Peter Hook Bernard Sumner Stephen Morris Joy Division 

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