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A volte è necessario approfondire. Per capire da dove arriva la musica di oggi, e ipotizzare dove andrà. Per scoprire classici lasciati indietro, per vedere cosa c’è dietro fenomeni popolarissimi o che nessuno ha mai calcolato più di tanto. Queste sono le storie di HVSR.

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Necrodeath: classici irrequieti o meteore sopravvalutate?

Da Genova, una delle band metal più importanti di sempre: almeno a sentire la critica nostrana.

I Necrodeath degli anni ‘80 sono stati ignorati dal pubblico italiano. Quelli del decennio seguente, invece – fin troppo coccolati a casa loro –, dopo quarant’anni non sembrano più così necessari. Percorriamo la storia di questa band e dell’altalenante relazione con i propri fan.

Dura la vita, nell'Italia metallara

I Necrodeath sono un ottimo esempio di ciò che in Italia, nel bene e nel male, è stato il rapporto tra il pubblico e le band di casa. Nata nel 1985 a Genova per volontà di Marco “Peso” Pesenti (batteria) e Claudio Bonavita (chitarra) con l’aggiunta in formazione di Nicola “Ingo” Ingrassia (grugniti e urla disumane) e Paolo Delfino (basso), la band veniva da una precedente incarnazione chiamata Ghostrider dei cui tre demo si è arrivati a sostenere (Eduardo Vitolo nel volume sul metal italiano uscito per Tsunami, Sub Terra, riporta le dichiarazioni dello stesso Peso) che siano stati una grande influenza per i Mayhem di Euronymous, quindi per tutti i gruppi norvegesi che, agli inizi degli anni ‘90, avrebbero rilanciato il black metal a colpi di album registrati volutamente malissimo, di chiese bruciate e di omicidi omertosi.

Divenuti nel tempo un nome di culto assimilabile a quel sottogenere e, per i più entusiasti, autentici modelli ispirativi e precursori, i genovesi sono in realtà una band misconosciuta, all’epoca nota solo a poche persone. Il pubblico che ancora grida alla vergogna per come sono andate le cose – con gli straordinari album Into the Macabre (1987) e Fragments of Insanity (1989) praticamente ignorati dal pubblico italiano, cosa che avrebbe condannato una delle band più “geniali” e possenti al prematuro scioglimento – è vittima di un revisionismo talmente radicato da immaginare una realtà mai esistita.

I Necrodeath hanno realizzato due buonissimi lavori sul finire degli anni Ottanta e non vogliamo mettere in discussione la qualità della proposta, ma per una serie di ragioni abbastanza prevedibili non hanno messo insieme due lire (sì, c’era ancora la lira) e nonostante siano stati un validissimo gruppo heavy metal estremo, hanno dovuto sciogliersi. Ciò dovrebbe dimostrare che nel business discografico la musica non basta per vivere felici e contenti. Ovvero, non è sufficiente realizzare due capolavori di genere (e non stiamo dicendo che Into the Macabre e Fragments of Insanity lo siano mai stati – faremmo un torto all’effettiva portata di questi album), così come non basta la purezza delle intenzioni e la buona volontà di spaccare il culo su tutti i palchi possibili: senza un bravo manager, un’etichetta che ci creda (la Metalmaster dimostrò di no, o di non poterselo permettere), senza pubblicità e il vento favorevole delle mode, tutto finisce nel nulla.

Fanculo, music biz!

Partiti precocemente, già "classici" viventi

Vero, negli anni Novanta, quei due album hanno guadagnato sempre più consensi, al punto da spingere alcuni membri del gruppo originale a tentare un rilancio. Dieci anni più tardi, in una nuova edizione, Claudio e Peso saranno i fondatori ancora pronti a crederci sul serio. Insieme a loro, nella line-up troviamo Flegias (Opera IX) alla voce e un certo John al basso. Riecco i Necrodeath! Il ritorno del gruppo sarà salutato da tutti gli addetti ai lavori come la più dolce e rinfrancante delle buone notizie. Per alcuni la pace tra Dickinson e i Maiden passerà addirittura in secondo piano. Insomma, il mondo poteva anche finire con il nuovo millennio, ma il più recondito desiderio di ogni metallaro “vero” era stato esaudito.

La band genovese era tornata a “prendersi ciò che era suo” rilanciandosi sul mercato con un terzo album superbo (Mater of All Evil) e riportando in giro vecchi cavalli di battaglie sprofondati nel marciume decompositorio, riesumandoli e imbellettandoli per le nuove generazioni: Mater Tenebrarum, The Flag of the Inverted Cross, Thanatoid e State of Progressive Annihilation avrebbero sconvolto i grandi immemori e i nuovi pulcini del metallo che conta davvero.

Spaccare il culo su tutti i palchi possibili.

Stiamo parlando di canzoni notevoli, sia chiaro, ma che in un contesto inflazionatissimo come il metal degli anni ‘80, si erano perse tra l’alluce dei Metallica, una tarantella di Steve Harris e un cruento assalto nichilista tra Venom e Slayer. Riportiamo le cose alle dimensioni autentiche. Maiden, Metallica, Slayer… erano questi i nomi con cui i Necrodeath si misuravano nel 1987. Era uscito da poco Reign in Blood, quando in giro per Genova qualcuno si sperticava in lodi per Into the Macabre.

In quel periodo il pubblico era viziatissimo. Sbuffava per la ripetitività di album come Somewhere in Time (“sempre ‘ste cavalcate!”). Quando uscì Fragments of Insanity due anni dopo, molto più thrash e tirato del disco precedente (secondo molti intenditori gli è superiore), il thrash aveva rotto i coglioni a tutti, compresi quelli che l’avevano creato e venduto fin lì.

Comunque, acqua passata. Il nuovo album nel 1999 avrebbe ricondotto al pubblico i due “classici” precedenti. I recensori di Grind Zone, di Metal Shock, non esitavano a chiamare così i primi album dei Necrodeath: dei “classici preziosi”. E ce ne fosse stato uno abbastanza onesto da ammettere che di questi tizi di Genova non ne aveva saputo nulla fino alle dispense promozionali ricevute dalla Scarlet in accompagnamento a Mater of All Evil. Per carità, tutti erano lì pronti a ricevere una così grande nuova uscita. I Necrodeath erano tornati! Era ora. Loro ci avevano sempre creduto. Come no.

Purtroppo questo bizzarro e a tratti irragionevole leccaculismo verso le realtà “storiche” italiane – specie quelle tornate alla carica dopo decenni di oblio e con discografie “classiche” fatte di qualche demo, un EP e un disco postumo – è sempre stato controproducente: ha compromesso il possibile interesse da parte di un pubblico preso per il naso e tacciato di imbarazzante ignoranza verso qualcosa che non avrebbe potuto (non) conoscere, aumentando le aspettative di chi credeva a giornalisti italiani compiacenti, aspettandosi qualcosa di unico e irrinunciabile.

Mater of All Evil è senza dubbio un ottimo ritorno, con brani d’assalto come Hate and Scorn, Flame of Malignance, la rivisitazione di Iconoclast, che non sfigurano al confronto del “glorioso” passato, ma non si tratta altro che di un disco interessante, con una buona dose d’onestà artigianale e di veterana ispirazione rivisitatoria.

Chitarre ne abbiamo?

Tornati per restare

I Necrodeath decidono di incidere l’album in Svezia e non in Italia, compiendo una mossa audace in tempi ancora molto complicati per il metal italiano, almeno nelle frange più estreme; l’etichetta Scarlet, però, non è la Nuclear Blast e – sebbene l’accoglienza e l’interesse del pubblico sia stato sollecitato dalle riviste – non si ritrovano certo a far da spalla in giro per il mondo agli Obituary. Dopo la ripartenza, la carriera del gruppo vivrà un paio di stagioni interessanti, ma tutto sommato ininfluente nel panorama generale della musica heavy.

Da ricordare sicuramente una prima parte – che arriva fino a 100% Hell (2006), passando per validissimi episodi come Black as Pitch (2001) e il sottovalutato Ton(e)s of Hate (2003) – in cui il gruppo cerca di ringarzullire la vecchia fiamma e fare nuovi proseliti in nome di una militanza ormai lontana e di una fedeltà alla linea diabolica che parte piuttosto (appunto) dai Venom e arriva agli Slayer, senza guardare per nulla a tutta la parentesi nordica dei blackpaints metallers di Oslo e Bergen. Questo è il periodo più felice nella storia del gruppo, nonostante si concluda con l’abbandono di Claudio, sostituito da tale Andy, e un momentaneo ritorno nei ranghi dopo una pazza parentesi sperimentale del suddetto Ton(e)s of Hate.

Da lì, i Necrodeath prendono il largo, concedendosi una lunga parentesi fatta di concept e ambizioni compositive interpretate da una buona fetta dei fan e dei critici come imbarazzanti pretenziosità. Draculea (2007), un concept su Dracula, Phylogenesis (2009), un concept sull’umanità, Idiosincrasy (2011), un concept su non so cosa e The 7 Deadly Sins (2014), un concept sui sette peccati capitali, mandano di pari passo una scelta prevedibile e stucchevole del repertorio tematico metallico d’inclinazione horror-satanoide e un bisogno di rompere certi schemi black/thrash per affrontare nuove direzioni musicalmente tutt’altro che modeste. Purtroppo il pubblico ha finito per stancarsi di questo andazzo prog e cominciato a reclamare il ritorno alla semplicità senza fronzoli (e senza idee) delle origini. C’è chi ha ridimensionato l’importanza storica e internazionale del gruppo, visto che dopo quasi quarant’anni di attività e più di una dozzina di album, alcuni realizzati con un ritmo prodigioso, non ha mai fatto da headliner a nessun festival estero e quindi tutto a un tratto la cosa è sembrata una triste parabola di cui andare poco o nulla fieri, agli occhi del mondo.

Peso, affiancato dall’ex power metal Pier Gonnella, ha risposto alle critiche con un altro paio di concept: The Age of Dead Christ (2018) su (ehm) Gesù e un Singin’ in the Pain (2023) dedicato ad Arancia Meccanica. Lavori non indimenticabili, che tuttavia dimostrano come i Necrodeath abbiano ancora voglia di fare musica e necessitino di qualcosa che li esalti e li ispiri (altrimenti meglio sciogliersi), senza nascondere l’irrequietezza nei confronti del proprio passato.

Perché bisogna riconoscere che sono poche le band davvero “storiche” disposte a rischiare di disattendere le prevedibili attese dei vecchi fan oltranzisti, per amore della creatività. Cosa, questa, davvero rara, almeno tra i gruppi metal italiani di una certa età, a palle all’aria sulla torre dei propri castelli aero-fantastici.

Necrodeath 

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