New Music

Una volta alla settimana compiliamo una playlist di tracce che (secondo noi) vale davvero la pena sentire, scelte tra tutte le novità in uscita.

Tracce

... Tutte le tracce che abbiamo recensito dal 2016 ad oggi. Buon ascolto.

Storie

A volte è necessario approfondire. Per capire da dove arriva la musica di oggi, e ipotizzare dove andrà. Per scoprire classici lasciati indietro, per vedere cosa c’è dietro fenomeni popolarissimi o che nessuno ha mai calcolato più di tanto. Queste sono le storie di HVSR.

Autori

Chi siamo

Cerca...

La Crus, al Crocevia tra Milano e il mondo

Cover, collaborazioni, sperimentazione e tanta poesia.

È successo tutto nel capoluogo lombardo, ma sarebbe stato impossibile senza Bristol, Livorno o il Piemonte. Impossibile senza una musica che scorreva tra i vicoli, bagnando i piedi di molti con il jazz, l’hip hop, mentre nella borsa avevano i dischi dei grandi della canzone italiana. Ragazzi scapestrati, vere e proprie croci, che hanno saputo e sanno ancora cogliere nel segno.

Milàn l'è un gran Milàn

Il La Crus per me, non ancora bevitore del Mendrisiotto (all’epoca del debutto nel 1995 avevo 16 anni: il CD dei La Crus entrò in casa grazie a mio fratello maggiore), era un Merlot rosso del Ticino che andava – e va tuttora – per la maggiore nella mia zona, a 60 km giusti dal capoluogo lombardo oltre il confine con la Svizzera. Quel disco targato WEA, però, era in grado di darmi i brividi per quanto era intenso.

Mischiava canzone d’autore con l’elettronica in una zona crepuscolare, rovinata, rappresentata dalla copertina di Giacomo Spazio (costante presenza che con il suo quadro Inventario troveremo in una canzone dei milanesi). Parlo del muro scrostato e giallastro, di una freccia rossa spuntata a segnare la sinistra, della scritta ancora in rosso “La Crus”. Come la mamma bonariamente definiva Joe, il ragazzino scapestrato che per lei rappresentava la croce (e delizia?).

Milano, 1995: gli Afterhours pubblicano il primo disco in italiano, Germi, il loro primo. I Ritmo Tribale se ne escono con Psycorsonica, ultimo disco con Stefano Edda Rampoldi in formazione. I Six Minute War Madness scaldano i motori per l’esordio che sarebbe arrivato l’anno successivo, Santa Sangre idem, anche se ci sarebbe voluto più tempo per dare alle stampe Ogni città avrà il tuo nome.

A quei tempi Cesare Malfatti lavorava da Jungle Sound e già si adoperava con il suo campionatore. Joe (Mauro Ermanno Giovanardi) e Alex (Alessandro Cremonesi) avevano iniziato a sperimentare su dei provini in inglese ed era stato loro consigliato di andare proprio in quello studio da Paolo Mauri, che già aveva condiviso passaggi fra Weimar Gesang e gli stessi Afterhours.

Non solo quei due.

Perché, sì, spesso ci si dimentica di una cosa. Siamo così abituati a considerare i La Crus come Mauro Ermanno Giovanardi-più-Cesare Malfatti, ma in realtà sono anche loro due, ai quali dobbiamo aggiungere per l’appunto Cremonesi, da sempre penna nascosta del progetto, Luca Talamazzi e Mox Cristadoro (chitarre e batteri: con Giovanardi condividevano i Carnival of Fools), Luca Accardi ed Edda Rampoldi, Manuel Agnelli e Alessio “Manna” Argenteri dei Casino Royale. Molta, anzi moltissima Milano, per quanto ne esca un ritratto fumoso e metropolitano che si distanzia da quanto c’era prima e da quanto ci sarà in seguito.

Come se non bastasse, al Jungle Sound erano passati pure Dj Gruff con La Rapadopa e gli Otierre. L’hip hop, insomma, era di casa e certe meccaniche sarebbero finite in seno al progetto: un campionatore, due canali occupati da tromba e voce, il resto – chitarra, basso, qualsiasi altra cosa – tagliato, rimaneggiato, cucito per lanciare la canzone milanese e italiana nello spazio.

Nel disco si pesca da Milano, ma anche altrove: dal Piemonte di Luigi Tenco e nella Livorno di Piero Ciampi. Con una forza e un’intensità che non hanno pari in quei tempi, si recuperano Il vino e Angela, brani stupendi che in questo debutto hanno una posizione ideale e si fondono perfettamente con canzoni di una bellezza straziante che mischiano melodia italiana e sonorità notturne e aliene. È notte nei dischi dei La Crus, rischiarata da qualche lampione, con la voce di Joe sommersa dai rumori di una città che, in qualche modo, crea un ambiente dove i Nostri non sono invitati ma costretti a muoversi come fantasmi. Natura morta e Notti bianche sono momenti raffinati e sporchi fra spoken word e contrabbasso, stridii e crooning.

Musica organica, come un jazz che cozza con un trip hop sul quale sembra di sentire le righe dei vinili che girano sul piatto. Poi una morte, la Nera signora, mai resa così elegantemente, oppure un giro su una giostra che, come il muro in copertina, ha vissuto giorni migliori però non è mai stata così affascinante. All’improvviso, in quello che poteva sembrare uno stralcio di appena due minuti e mezzo, ci chiedono Dov’è finito Dio? Di sicuro in sala, a controllare che questo disco uscisse esattamente così com’è (grazie!).

Prima apparizione televisiva in assoluto.

Bell'Italia, rimescolata

Ma, prima del disco, non possiamo che ricordare Tortuga, trasmissione RAI registrata a Torino alle sette del mattino. I conduttori Davide Sapienza ed Enrico de Angelis, stregati, invitano i La Crus direttamente al Premio Tenco, grazie al quale poi entreranno in WEA e Mescal.

I La Crus colpiscono nel segno, tanto che oltre alla targa Tenco come opera prima (fra gli altri premiati, nello stesso anno, Fiorella Mannoia per l’interpretazione di Gente comune, l’album Non calpestare i fiori nel deserto di Pino Daniele e Le cose in comune come brano, di Daniele Silvestri) vince anche il Premio Ciampi come miglior debutto discografico dell’anno (mentre il concorso andrà agli straordinari Mazapegul, altro progetto sul quale ci sarebbero molte parole da spendere).

Le etichette, visto il riscontro e assecondando una visione alquanto illuminata della band optano per pubblicare al più presto un mini CD contenente 6 remix di brani contenuti nel debutto. I rimescolatori sono Roberto Vernetti (già Indigesti e Aeroplanitaliani, oltre che produttore per Üstmamò, Casino Royale, La Pina e molti altri), su Natura morta e Nera signora, Madaski (Franco Caudullo, una vita con gli Africa Unite, guerriero del dub in solitaria) su Tarab, Almamegretta per Lontano, Casino Royale e Pardo per Vedrai e Technogod su Soltanto un sogno.

A uscirne è mezz’ora abbondante nella quale ritmiche e profondità dei La Crus vengono ampliate, in maniera unica rispetto alla musica italiana dell’epoca. Già, che di quella si sono nutriti spesso, loro, portandola però nei vicoli più bui di una metropoli, con un trombettista che suona all’ombra di un vicolo e un sound system in lontananza.

Nei vicoli bui, ma scalzi.

Dentro me

Nel 1997, le aspettative per il secondo disco dei La Crus sono altissime e Dentro me è uno splendore. Quasi un’ora di bellezza notturna e soave, nella quale entriamo prendendo per mano la tromba di Paolo Milanesio e scivoliamo in un viaggio che incrocia Paolo Conte e la sua Dragon, Cristiano Godano dei Marlene Kuntz, Vinicio Capossela , i Detonazione con la title track e ancora Manuel Agnelli, oltre al fidato bassista Luca Saporiti.

Difficile dire quale fra i primi due album siano il vertice della carriera dei La Crus, velocissimi a mettere a fuoco una poetica e un suono che in questo senso rimarranno inesplorati e inarrivabili. Bello rileggere le entusiaste recensioni del tempo, con un azzardo di Rockit, nelle parole di Roberto Blind Benevento:

Assicuro che non andranno mai a Sanremo, almeno finché sarà lui (Joe) a scrivere per i La Crus.

In realtà, la musica italiana di qualità è in grado di unire le rassegne: il palco del Teatro Ariston è lo stesso del Tenco, e proprio in questo disco è contenuta Come ogni volta, primo approccio rifiutato dalla più famosa kermesse nazionale. Anche se ci vorranno sedici anni prima di vederli finalmente davanti a quel pubblico con l’ottima Io confesso, che varrà loro il sesto posto, in un’edizione vinta dall’intensità di Chiamami ancora amore e del suo autore Roberto Vecchioni.

In ogni caso, i La Crus hanno dimostrato di appartenere di diritto a quel mondo, quello che ha visto sfilare i grandissimi della canzone italiana, proprio come loro. Difficile infatti trovare difetti in un disco del genere: brani come Correre e il loro incedere fra luci verdi e stroboscopiche, una Inventario nella quale sull’arpeggio di una chitarra acustica vengono citati Jacques Brel, Giacomo Spazio e Samuel Beckett (chissà se quella storia dello scrittore irlandese che si offriva di accompagnare a scuola André René Roussimoff, il ben noto André the Giant della World Wide Wrestling Federation, era realtà o soltanto una bellissima favola).

In quei precisi anni il trip hop dei Massive Attack aveva già sfoderato le sue arie migliori fra Blue Lines e Protection, mentre i Portishead erano anch’essi alle prese con il loro secondo disco. Lontanissimi da Bristol, a Milano si respira una strana risacca, correnti che dalla Manica fino ai Navigli riescono a mescolare melodia con crepitii (Da un’altra parte potrebbe averla prodotta DJ Shadow) all’insegna di un bersaglio che centra i cuori. 34 anni mischia la fisarmonica di Vinicio Capossela con un’elettronica che sembra uscire dai binari del tram.

Brani che tornano fuori dal nulla come schiaffi delicatissimi (La finestra di casa mia è quasi un fantasma), chitarre western. E ancora le cover, da Tenco e Ciampi si passa alla Dentro me dei Detonazione (mirabile progetto udinese, attivo fra il 1983 ed il 1989 che uscì anche per la storica Ira Records) e, appunto, Paolo Conte. Il finale è da lacrime: prima di terminare con una ripresa di Come ogni volta, ci rassicura con una ninna nanna fra il gracidare dei campi e la voce di Giò insieme a quella, splendida, di Cristina Donà.

Quando ancora Videomusic stava su TMC2.

Dietro la curva del cuore

Io voglio amore / Sentire fino a non capire / Soltanto amore

Apre così il terzo album dei La Crus, Dietro la curva del cuore, prodotto da Manuel Agnelli e Roberto Vernetti. È dichiaratamente l’album più romantico della band, dove in maniera esplicita l’obiettivo sembra quello di cercare di essere più diretti con il loro pubblico. Il suono è differente, più aperto, seppur contaminato. Sembra che qualcuno abbia tolto dalle finestre quelle tende consunte o forse, semplicemente, la notte è finita e questo chiarore è il mattino a Milano.

Con loro ci sono gli amici di sempre, accompagnati dalla voce di Cristina Donà in apertura e da Carmen Consoli in Anche tu come me. C’è Cesare Basile che co-firma tre episodi, c’è Dany Greggio (del quale è impossibile non ricordare lo straordinario Ritratti del 2019, edito dalla Tarzan Records di Fabrizio Testa e Andrea Dolcino) che viene ripreso in una toccante Natale a Milano, e soprattutto c’è l’Orchestra Internazionale Italiana.

Babbo Vinicio a Milano.

L’accoglienza dell’album non è uniforme, perché il cambiamento rispetto al loro mondo è veramente fortissimo. Non per quanto riguarda la speranza, forse mai così presente. Nemmeno per quanto riguarda le tematiche, che d’amore si è scritto nei secoli. Ma è per la luce, per quella vista che forse solo adesso possiamo avere dei La Crus, che mai come ora li ritrae fragili e umani.

Il disco contiene brani stupendi, con una È andata via l’estate, che rimane uno dei pezzi più alti della loro intera storia: intensità e semplicità che vanno a braccetto con gli archi creando, semplicemente, bellezza. Oppure Un giorno in più (insieme a te), forse quello che sarebbe potuto essere il loro singolo traino per le classifiche di ogni tempo. Molti brani dimostrano che sotto tutta questa luce i La Crus sono rimasti identici, come ad esempio Le cose di ogni giorno, che sembra una versione matura e cosciente di quanto espresso nella loro personale wild side. Dopo anni, Dietro la curva del cuore emerge luminoso e toccante, coscientemente studiato guardandosi dentro e lasciando parlare il proprio stupido muscolo cardiaco. A chiudere la scaletta, la meravigliosa strumentale, Quando incontri la vita.

Fare il botto nel vero senso della parola.

Crocevia

Siamo ormai al quarto album dei La Crus, che in sei anni sembrano aver tracciato un loro percorso chiaro, in maniera casualmente attinente a quanto fatto dai Marlene Kuntz fra Catartica e Che cosa vedi, oppure dagli Afterhours tra Germi e Quello che non c’è (sette in realtà). Una vita, che trasforma giovani promesse in artisti maturi.

Forse proprio grazie a questa maturità – vista e considerata l’abitudine con la quale si sono sempre appropriati di brani altrui – decidono di dar luce a un album di sole cover, Crocevia. Bruno Martino, Patty Pravo, Afterhours, Nada, CCCP, Paolo Conte, Lucio Battisti, Fabrizio De André, Giorgio Gaber, Luigi Tenco, Mia Martini, Alan Sorrenti ed Ennio Morricone, oltre a Ivano Fossati, gli autori e gli interpreti delle canzoni originali.

Ci sono veri e propri colpi al cuore, come un’Estate rigogliosa e una sofferta Insieme mai, mentre altri trattamenti si perdono come sabbia tra le dita e non riescono a raggiungerlo. C’è spazio per una fiabesca E penso a te e per la canzone forse più bella di Faber, quella Giugno ’73, che rendono con confidenziale appeal.

Poi Tenco, che viene un’altra volta lucidato in una Un giorno dopo l’altro da leggera balera, un Fossati intenso e soave, un Sorrenti che è perfetto, tanto da far credere Vorrei incontrarti un brano autografo. La Ricordare scritta dal maestro Ennio Morricone per Una pura formalità di Giuseppe Tornatore è il perfetto commiato di un disco difficile, imperfetto ed emozionante.

Non solo Milano.

Ogni cosa che vedo

Ogni cosa che vedo esce nel 2003 e fin dall’inizio sembra essere una summa fra Dentro me e Dietro la curva del cielo: lirico, ritmico e intenso. L’uno-due iniziale, Voglio avere di più e La giacca nuova ci presentano i La Crus pimpanti, quasi in una mise da cocktail, ma con il passare dei minuti si entra nelle loro stanze: tra abbinamenti antichi e nuovi, il canto si sposa con beat eleganti e il tutto si trasforma in brani pop perfettamente compiuti, trasognati e coinvolgenti.

Brani che ci stringono in un abbraccio, come Non dormire. Poi Milano estate 2002, con le sue arie nebulose come fumo di sigarette, per finire nell’amore di La nevrosi, che si accende di fuoco vivo, in una perdizione che è la vita e che spinge a provare, tentare di nuovo. Ad occhi chiusi riporta con sé Cristina Donà, per un duetto che ormai riconosciamo come classico e confortevole, per poi tornare ancora a Milano, questa volta in autunno, portandosi via gli ultimi scorci di sole e di suono.

Piove e c'è il sole.

Infinite possibilità

Tolto l’ultimo Proteggimi da ciò che voglio, uscito quest’anno, l’ultimo riferimento in quanto album in studio è Infinite possibilità. Un disco che in qualche modo vuole esondare dalla forma musicale. All’interno della confezione è infatti incluso un DVD con una selezione di cortometraggi estrapolati dall’archivio del Milano Film Festival, rieditati da Francesco Frongia, e uno scritto di Leonardo Colombati.

L’impressione è che – ancore più che nel disco precedente – i La Crus si stiano liberando da paletti, pesi e fisime, viaggiando liberi, al netto della riuscita o meno dei brani. Una cosa come Mondo sii buono, stuzzicante nel suo arrovellarsi in forma pop, sarebbe stato impensabile nelle precedenti uscite dei milanesi. Anche i pezzi più intensi, come la narrativa Su in soffitta, appaiono lievi e mai gravati da produzioni o ambienti eccessivamente carichi.

In Buongiorno tristezza il cambio di tonalità vocale ci porta su piani mai frequentati, in una passeggiata pop che dimostra ancora una volta come la maturità non abbia portato limiti alle sperimentazioni e alle idee di una formazione che, nonostante l’evoluzione, è rimasta se stessa. Infinite possibilità è l’ennesimo buon album di una carriera che li ha portati a raggiungere un successo di critica immediato, per poi vagare garbatamente alla ricerca di se stessi, cercando di aprire o chiudere questa o quella porta.

Cartoline dal mondo.

Io non credevo che questa sera

Il 1° febbraio 2008, data della pubblicazione del disco live Io non credevo che questa sera, i La Crus annunciano lo scioglimento. Il titolo è ovviamente estrapolato da quell’Angela che tanta gloria ha dato loro all’epoca del loro debutto. L’album contiene tre inediti, Mentimi, Entra piano e L’autobiografia di uno spettatore, che sembrano pronti per andare a comporre un nuovo lavoro, un nuovo passo in un’altra direzione. Ma non è cosa, non ora. Probabile ci sia semplicemente bisogno di fare altro.

«Voglio un’altra bugia / Voglio un lieto fine qualunque sia» canta Mauro Ermanno Giovanardi nel primo brano. Forse è proprio quello che ci aspettavamo da loro, che però sono riusciti ancora una volta a sorprenderci e ad anticiparci con la loro autenticità, il loro semplicemente suonare, togliendosi dal cuore quanto andava detto. «Sei la mia droga / Non voglio dire no / Entrami piano o collasserò» sullo spegnersi del secondo inedito, seguito da applausi scroscianti. Cosa resterà, tolto il tempo dagli angoli? Cosa resterà oltre i raggi di polvere? Parlano anche di noi, i La Crus, tramite le loro nuove canzoni: «Forse questa solitudine è l’autobiografia di uno spettatore / Che non sa far altro che guardare gli altri ma non sa scrivere nient’altro che di sé». E noi ascoltiamo, ci pensiamo e attendiamo.

Tanti saluti da Gardone.

Comparse e ricomparse

Negli anni poi, Cesare Malfatti e Mauro Ermanno Giovanardi si sono ritagliati il tempo per le loro avventure soliste, con addirittura otto dischi per il primo e sei per il secondo, all’interno di percorsi personali attorno al folk, alla musica d’autore, a riarrangiamenti e idee laterali. Molto, moltissimo per persone che evidentemente non riescono a lasciare le note per troppo tempo lontane da loro.

Persone che hanno viaggiato su diversi binari della canzone italiana, levandosi lo sfizio di partecipare al Festival di Sanremo in un momento nel quale i La Crus non esistevano più. Come già accennato, introdotti dai comici Luca e Paolo, presentarono Io confesso con Susanna Rigacci e si esibirono insieme a Nina Zilli nella serata dei duetti. Un brano stupendo, dove – magari non a caso – si parla di un’altra possibilità.

Ci eravamo dimenticati Gianni Morandi, ma a Sanremo c'è sempre anche Gianni Morandi.

Ecco allora il ritorno, sempre con una versione di Io confesso, questa volta insieme a Carmen Consoli, annunciato il 23 ottobre dello scorso anno, cinque mesi prima dell’uscita del nuovo album, Proteggimi da ciò che voglio. Che sia di nuovo tempo di vendemmi per il La Crus.

La Crus Mauro Ermanno Giovanardi Cesare Malfatti 

↦ Leggi anche:
Traccia: Cesare Malfatti: Avrei

Siamo su Substack! Iscriviti per ricevere la newsletter e sapere quando pubblichiamo nuovi contenuti!