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Una volta alla settimana compiliamo una playlist di tracce che (secondo noi) vale davvero la pena sentire, scelte tra tutte le novità in uscita.

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... Tutte le tracce che abbiamo recensito dal 2016 ad oggi. Buon ascolto.

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A volte è necessario approfondire. Per capire da dove arriva la musica di oggi, e ipotizzare dove andrà. Per scoprire classici lasciati indietro, per vedere cosa c’è dietro fenomeni popolarissimi o che nessuno ha mai calcolato più di tanto. Queste sono le storie di HVSR.

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Guida all'hard rock (dal '68 al '77) in 10 dischi

Ok i Led Zeppelin, i Van Halen, le chitarre, i capelli lunghi, le ugole acutissime. Ma poi?

Eddy Cilìa distribuisce consigli per gli ascolti ai principianti assoluti: 10 album-simbolo per tracciare a grandi linee (e attraverso gli anni più significativi) una distinzione (ma anche no) tra hard e heavy: dall’uno all’altro, l’uno nell’altro.

Oggi ma non certo da oggi pure all’ascoltatore più inesperto la distinzione fra hard e heavy metal risulta istintiva fin dalle prime battute di un brano ascrivibile a questo o quell’universo. Anche se probabilmente inconsapevole che il metal contiene moltitudini (l’hard meno) e che è etichetta sotto cui vengono sistemate egualmente musiche di uno stereotipato prossimo al parodistico e altre arditamente avanguardistiche, richiesto di spiegarla si troverebbe però in difficoltà. Più veloce e rumoroso il secondo? In linea di massima, non necessariamente. Questi un’evoluzione di quello e dunque un qualcosa arrivato dopo? Ah, ma quindi non è proprio digiuno dei cosiddetti “fondamentali”. Ottimo. Siamo qui per chiarirgli le idee, sebbene all’inizio confondendogliele raccontandogli che, dai tardi anni ‘60 e per quasi interi i ‘70, appassionati e addetti ai lavori usarono indifferentemente i due termini. 

Si cominciava a parlare di hard per descrivere un poco dolce stil novo per un verso inaudito – il modo in cui l’afroamericano Jimi Hendrix smontava e rimontava in combinazioni geniali blues, rock e la neonata psichedelia nel mentre i britannici Cream, messa da parte una devozione da puristi per le dodici battute, inturgidivano il loro sound e pure essi iniziavano a sperimentare – e per un altro non privo di antecedenti. Datati anni ‘50 e tutti a stelle e strisce: lampanti indizi di ciò che verrà rintracciabili sul finire di quel decennio nel surf a rotta di collo, e che si inventa distorsioni quando ancora i distorsori non sono entrati in uso, di Dick Dale e Link Wray e nel rock’n’roll esacerbato, e improvvisamente non più per forza black o hillbilly, di Eddie Cochran. Ma soprattutto e ancora prima in un blues che si fa urbano e accende gli amplificatori. Proprio sui dischi di Muddy Waters ed elettrica compagnia si formava un’intera generazione di rocker d’oltre Manica ed era provando a rifarli che trovava, dapprincipio senza manco volerlo, un accento suo peculiare. Fra il 1964 e il 1965 Kinks, Rolling Stones e Who – con You Really Got Me, (I Can’t Get No) Satisfaction e My Generation – alzano l’asticella e gli ingredienti base di ciò che sarà l’hard già ci sono: il riff elemento portante, un uso funzionale della distorsione, l’interscambiabilità di chitarra ritmica e solistica, il ritmo incalzante, la voce mattatrice. Salto quantico dopo il quale per potere andare avanti si dovrà tornare un po’ indietro, alla Chicago della Chess Records, e paradossalmente sarà quello l’elemento caratterizzante la scuola britannica (quanto blues nei Led Zeppelin e nei Free! per dire) rispetto a una statunitense propensa piuttosto (aggiungendogli magari ciò che da Nuggets in poi chiamiamo garage-punk) a rifarsi agli antecedenti bianchi summenzionati e che non disdegnava né il gancio pop né, all’opposto, la divagazione della jam. Se la cesura non sarà naturalmente subito individuata a porre fine all’era aurea dell’hard sarà l’uscita nel 1978 dell’omonimo primo LP dei Van Halen, atto fondante del metal che nondimeno a metà del primo lato piazza una fedele rilettura di You Really Got Me. L’anno zero era stato il 1968. In gennaio vedevano la luce gli esordi a 33 giri di Blue Cheer e Steppenwolf e nel secondo nell’inno Born to Be Wild, reso immortale dall’inclusione di lì a breve nella colonna sonora di Easy Rider, John Kay canta di un “heavy metal thunder”. L’equivoco era servito. Ci torneremo su.

Blue Cheer

Vincebus Eruptum (Philips, 1968)

Formidabile davvero quell’anno se il singolo tratto dal debutto a 33 giri di questo trio di San Francisco andava al numero 14 delle classifiche USA, con tale effetto di trascinamento sull’album che Vincebus Eruptum faceva persino meglio arrivando all’11. La rivoluzione inscenata dalla rock band più spaccatimpani (leggendario il muro di casse e amplificatori innalzato nei concerti non meno del claim con il quale venivano promossi: “Louder than God”) che si fosse udita fino ad allora prendeva in realtà le mosse da un passato che all’epoca pareva lontanissimo, 1958, da una Summertime Blues in cui di blues già nella versione originale del rocker ribelle e sfortunato per antonomasia Eddie Cochran non vi era nulla. Per poi svilupparsi offrendo di due classici viceversa conclamati del genere, Rock Me Baby di B.B. King e Parchman Farm di Mose Allison, riletture brutali, stordenti, e giungere a compimento con le tre tracce firmate dal bassista Dickie Peterson che completano il succinto programma: una Doctor Please prefigurante lo stoner; una Out of Focus e (ancora di più) una Second Time Around che per dirle heavy metal basterebbe cambiare, nella data di pubblicazione, un “6” in “7”.

Led Zeppelin

II (Atlantic, 1969)

Ultimo dopo Eric Clapton e Jeff Beck dei chitarristi solisti alternatisi negli Yardbirds e rimasto padrone del marchio, Jimmy Page allestisce con i carneadi Robert Plant e John Bonham e il turnista John Paul Jones una nuova formazione. Saggiamente decide però di non vivere di gloria riflessa e cambia ragione sociale. L’omonimo primo LP dei Led Zeppelin è nei negozi americani nel gennaio 1969, in quelli europei in marzo, fa furore ovunque e la Atlantic ne chiede subito un secondo. Uscirà in ottobre, inciso fra una tappa e l’altra di un tour di centocinquanta date. Ampio il respiro dell’esordio, al contrario nervoso il piglio di un seguito che subito, con il martellamento mozzafiato di Whole Lotta Love, chiarisce il mutamento intervenuto: ciò che prima era scattante ammodernamento di un verbo già noto è ora un qualcosa di inedito e si ha un bel cercarne le origini nel blues stesso (il brano è in effetti un “prestito” da Willie Dixon). È un fragoroso mondo nuovo e tanto di più in un inserto che opta addirittura per il rumorismo. Nulla sarà più lo stesso dopo il rock’n’roll di marmo e cristallo di Heartbreaker, la turgida epopea di Living Loving Maid, il gioco di vuoti e pieni di Ramble On. E anche – ahi! – le rullate di Moby Dick.

Black Sabbath

Black Sabbath (Vertigo, 1970)

Quel che si dice un classico sin da un orroroso artwork che si rivelerà influente quanto ciò che prorompe dai solchi: si tratti di stoner o doom, black, dark, thrash o post-grunge, i suoi echi riverberano ovunque nel moderno rock pesante. Tanto da fare individuare in un gruppo dileggiato dalla critica all’apparire uno dei più influenti di sempre. Non male per un primo disco (cui ne seguiranno almeno due parimenti catalogabili alla voce “pietre miliari”, Paranoid in quello stesso straordinario 1970 e Master of Reality l’anno dopo) registrato in un giorno appena da quattro ragazzotti che in precedenza tutt’altro avevano suonato, blues e pop-rock intriso di psichedelia. Non che qui non ci sia del blues. L’armonica di The Wizard lo è e così l’impianto di Evil Woman. E non che non ci sia un’attitudine lisergica, espressa da bislacche trovate come l’intreccio di chitarra acustica e scacciapensieri che introduce il pauroso riffarama di Sleeping Village (e che dire di The Warning, che parte con un assolo di elettrica?). Ma ciò che alla fine ricordi è il mostruoso muro di suono che ti si staglia subito innanzi quando, dopo uno scrosciare di pioggia e un rintoccare di campane a morto, si leva la mefitica, squassante scansione di Black Sabbath.

Free

Fire and Water (Island, 1970)

In Alta fedeltà (libro e film) a un certo punto viene redatta una Top 5 con le migliori aperture di album di sempre. Si fosse invece confrontato, il protagonista, con i cinque più memorabili congedi ci piace pensare che non si sarebbe dimenticato di All Right Now, suggello di Fire and Water forte di un riff di eccezionali potenza ed elasticità. Suggello in realtà (un’improvvida reunion non conta) di tutta una vicenda consumatasi in poco più di due anni. Ventisei mesi e una settimana, per essere precisi, separano la prima prova dei nostri eroi dalla pubblicazione di questo LP, il 26 giugno 1970. In mezzo, il debutto Tons of Sobs e un omonimo seguito già straordinari per come avevano saputo appesantire e irruvidire un vocabolario innanzitutto blues. Magica e irripetibile alchimia quella creatasi fra la voce di seta e acciaio di Paul Rodgers, la chitarra massiccia e liricissima di Paul Kossoff, il basso inusitatamente melodico di Andy Fraser e la batteria, rutilante o raffinata a seconda dei momenti, di Simon Kirke. Fraser non era ancora maggiorenne all’epoca delle registrazioni di Fire and Water, il più imberbe di una compagnia tutta di under 21. Benedetta gioventù! Forse mai più l’hard sarà così pregno di soul.

Grand Funk Railroad

Live Album (Capitol, 1970)

Autentico feticcio del rock anni ‘70 il doppio dal vivo e può allora stupire che in questa nostra ricognizione sull’hard sia questo l’unico rappresentante della categoria. Fatto è che nei cataloghi degli altri nomi affrontati, Deep Purple compresi con un live epocale quale Made in Japan, figura puntualmente qualche articolo in studio più significativo. Fatto è che proprio sui concerti i Grand Funk Railroad costruirono il multimilionario (in copie e dollari) edificio della loro fama sin dal giorno uno, quando nel luglio 1969 si esibivano all’Atlanta International Pop Festival ed era quello spettacolo a convincere la Capitol a ingaggiarli. Fatto è che la produzione in studio del trio del Michigan non è gran cosa, siccome la fiera etica del lavoro di una band instancabile le si ritorse contro: non puoi dare alle stampe due 33 giri all’anno, assemblandoli fra un tour e l’altro, e tenere alta la qualità. Pur con il difetto di non documentare che la produzione dei primi due anni, il Live Album resta allora il titolo perfetto per spiegare le ragioni di una popolarità immensa. Nei suoi settantasei minuti l’epitome di un suono più che figlio ormai nipote alla lontana del blues elettrico: grezzo e contundente, ballabile e innodico, sguaiatamente rock e irresistibilmente pop.

Deep Purple

Machine Head (Purple, 1972)

Sono nel pieno della loro seconda e più fortunata vita i Deep Purple che a fine 1971 pongono mano a Montreux a questo disco. Nella prima in soli undici mesi (luglio ‘68 - giugno ‘69) hanno pubblicato tre LP tanto poco considerati al tempo quanto degni di rivalutazione, nei quali però del sound che li renderà celebri ci sono giusto presagi e prevale un mix di psichedelia, prog e pop, con qualche eco di trascorsi amori per beat, blues e soul. Con a fare da improbabile congiunzione un discusso live classicheggiante con tanto di orchestra, hanno iniziato la seconda (segnata da un decisivo cambio di due quinti dell’organico, con gli ingressi alla voce di Ian Gillan e al basso di Roger Glover) come meglio non avrebbero potuto scolpendo (il riferimento all’iconica copertina è voluto) con In Rock il manifesto di un hard capace di coprire ogni tappa dall’ipercinetico (Speed King) al melodrammatico (Child in Time). Non al pari convincente la replica offertane in Fireball, rimettono tutto… ahem… a fuoco in un capolavoro che è molto più del riff di insuperabile efficacia nella sua elementarità di Smoke on the Water. Canzone ispirata dall’incendio che alla vigilia dell’inizio delle registrazioni distruggeva la hall in cui si sarebbe dovuto registrare: mai incidente fu così provvidenziale.

Aerosmith

Get Your Wings (Columbia, 1974)

“Prendi le tue ali”, invita il titolo, e – sotto un logo che ancora non era popolare ma presto lo sarà quasi quanto la linguaccia di quei Rolling Stones evidente primo modello del quintetto bostoniano – in copertina i Nostri posano come una via di mezzo fra gli Stones stessi e i New York Dolls. E davvero questo è il disco con il quale presero il volo, sia nelle classifiche (ottantasei le settimane di permanenza nella graduatoria di Billboard) che con una musica che, dopo un omonimo esordio promettente ma acerbo, assumeva definitivamente una personalità sua pur restando ogni influenza riconoscibilissima: crocicchio su cui convergono il blues elettrico di Chicago, la rielaborazione fattane in Gran Bretagna nei ‘60, il proto-metal dei primi Led Zeppelin, il soul sudista. Più o meno tutto è contenuto in Pandora’s Box che, poco dopo che una sferragliante Train Kept a Rollin’ ha saldato i conti con il decennio precedente, suggella l’album liberando nel mondo l’hard più sexy uditosi fino ad allora: vi si rinvengono già dai Mötley Crüe ai primi Guns N’Roses, dai Ratt ai Black Crowes, che degli Aerosmith saranno una rielaborazione almeno quanto la banda Tyler / Perry lo era stata rispetto a Jagger / Richards. E che in un certo qual modo chiuderanno il cerchio incidendo un live con Jimmy Page.

Blue Öyster Cult

Secret Treaties (Columbia, 1974)

Il primo ad adoperare il termine “heavy metal”? Pare che fu Sandy Pearlman, produttore noto principalmente per il sodalizio con i Blue Öyster Cult ma in precedenza, con una collaborazione al pionieristico Crawdaddy, fra i primi critici rock degni di tal nome. Ed era proprio per descrivere la musica del combo newyorkese, quando ancora nemmeno si chiamava così, che si inventava l’etichetta che tanta fortuna ha avuto. Oggi nessuno si sognerebbe di definire heavy metal i Soft White Underbelly, titolari nel 1967 di un LP su Elektra rimasto inedito (era semmai psichedelia), né lo Stalk Forrest Group, che due anni dopo incredibilmente incideva un altro 33 giri per la stessa etichetta con medesimi esiti (solo nel 2001 i nastri hanno visto la luce ufficialmente, su Rhino). Ma con l’ulteriore trasformazione in Blue Öyster Cult e l’omonimo debutto per la Columbia, del ’72, il blues alza il volume e con il successivo di un anno Tyranny and Mutation diventa altra cosa: un cupo hard nutrito a visioni esoteriche, possente quanto raffinato. Secret Treaties segna la conquista definitiva di uno stile e un posto nella storia. In un referendum tenutosi nel 1975 i lettori del Melody Maker lo eleggeranno “migliore album rock di tutti i tempi”, nientemeno.

Kiss

Destroyer (Casablanca, 1976)

Sulla copertina del quarto 33 giri in studio che pubblicano nel fulmineo arco di venticinque mesi (tanto è passato dall’omonimo esordio uscito nel febbraio 1974) i Kiss non figurano in foto bensì effigiati, similmente a personaggi dell’universo Marvel, da un mito dell’illustrazione fantasy quale Ken Kelly. Non potrebbe darsi indicazione più esplicita della loro trasformazione da onesti mestieranti del rock in supereroi da fumetto non a caso, come era successo qualche anno prima in Gran Bretagna ai campioni di un glam recepito negli USA parzialmente e in ritardo, idolatrati da platee composte in massima parte da adolescenti. Dopo che i primi tre LP hanno venduto pochino rispetto a un potenziale commerciale evidente e ha provveduto Alive! a monetizzare la fama di concerti circensi in scia al grand guignol brevettato da Alice Cooper (uno che avrebbe potuto benissimo figurare in questo elenco), tocca a Destroyer consolidarla. Lo fa in forza di una scrittura ispirata come mai prima e mai più in seguito, di una produzione cucita su misura da Bob Ezrin e quasi a dispetto degli artefici stessi, che designano a singoli nell’ordine Shout It Out Loud, Flaming Youth e Detroit Rock City, canzoni che ben rappresentano un porgersi spassoso e stentoreo, quando è poi la ballatona Beth a fare il botto.

AC/DC

Let There Be Rock (Atlantic, 1977)

Quel che si dice uno slow seller: il primo album su Atlantic del quintetto di Sydney arrestava la sua corsa nella classifica di Billboard a un modesto numero 154. Eppure negli Stati Uniti è certificato doppio platino. Faranno in ogni caso parecchio meglio la raccolta High Voltage, la ristampa di Dirty Deeds Done Dirty Cheap e Highway to Hell: tre, sei e sette i milioni di copie totalizzati sempre e soltanto negli USA. Per non parlare di Back in Black: venticinque i dischi di platino collezionati a fine 2023. Statistiche a parte… quel che si dice un titolo programmatico: già popolarissimi in patria (tre gli LP in curriculum), gli AC/DC non fallivano l’appuntamento con il primo lavoro concepito per l’estero. Hard granitico e insieme dinamico il loro, venato di blues e rock’n’roll e scandito da riff di fenomenale memorabilità. Hanno scritto in fondo sempre la stessa canzone o al più le stesse due i fratelli Angus e Malcolm Young, ma almeno fino a Back in Black dell’80 (primo album con il cantante Brian Johnson in luogo del defunto per troppo alcool Bon Scott) sarà lecito non farci caso. Let There Be Rock è parata di classici gioiosamente annichilente, dalla traccia omonima a Bad Boy Boogie, da Problem Child a Hell Ain’t a Bad Place to Be a (soprattutto) Whole Lotta Rosie.

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