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A volte è necessario approfondire. Per capire da dove arriva la musica di oggi, e ipotizzare dove andrà. Per scoprire classici lasciati indietro, per vedere cosa c’è dietro fenomeni popolarissimi o che nessuno ha mai calcolato più di tanto. Queste sono le storie di HVSR.

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I Ghost sono i nuovi Metallica, fuori tempo massimo

Opus Eponymous, ovvero di come il Papa Emerito ha trovato la chiave per ravvivare la fiamma spenta nel cuore di molti metal-rocker.

Dell’uscita di questo disco non si era accorto quasi nessuno, ma entro un anno tutti conoscevano una nuova band (si fa per dire, chiedete a Tobias Forge) capace di scaldare l’animo di molti “pentiti” del rock’n’roll. Ecco il punto sull’esordio più sorprendente degli ultimi tre lustri.

  • Artista: Ghost
  • Titolo: Opus Eponymous
  • Anno: 2010
  • Tracklist:
    1. Deus Culpa – 1:33 (musica: Tobias Forge)
    2. Con Clavi Con Dio – 3:33 (testo e musica: Tobias Forge)
    3. Ritual – 4:28 (testo e musica: Tobias Forge)
    4. Elizabeth – 4:01 (testo e musica: Tobias Forge)
    5. Stand by Him – 3:56 (testo e musica: Tobias Forge)
    6. Satan Prayer – 4:38 (testo e musica: Tobias Forge)
    7. Death Knell – 4:36 (testo e musica: Tobias Forge)
    8. Prime Mover – 3:53 (testo e musica: Tobias Forge)
    9. Genesis – 4:03 (musica: Tobias Forge)
  • Formazione:
    • Tobias Forge – voce, chitarre, tastiere
    • Gustaf Lindström – basso
    • Ludvig Kennberg – batteria

Il casting per il dopo-Metallica

Opus Eponymous è un disco che molti ancora sottovalutano. I Ghost, senza temere un’esagerazione nello scriverlo, sono la cosa più vicina ai nuovi Metallica profetizzati nel corso degli ultimi due decenni. Subito dopo l’exploit del Black Album e i milioni di copie vendute, i discografici si sono dati da fare come matti nel tentativo di scovare coloro che avrebbero sostituito i Metallica, non appena questi non fossero più stati la “big thing dell’estremo mainstream”.

I grandi produttori seguono costanti cambi di corrente, nella speranza di sfruttare l’onda quando ancora è possibile. E così la Columbia aveva iniziato a saccheggiare il catalogo Earache, e la Giant aveva fatto lo stesso, ottenendo risultati paradossali. I gruppi venderanno la stessa quantità di copie che riuscivano a totalizzare con l’etichetta indie di Digby Pearson, passando di conseguenza un periodo difficile. Alcuni si scioglieranno. Nessuno di loro diventerà “i nuovi Metallica”.

Visto che l’underground non era più un’affidabile fucina della prossima grande band heavy metal da trasformare in big burger, le major decidono di cucinarsi in casa il prodotto. Verrà fuori il discutibile fenomeno del nu metal, che funzionerà alla grande in termini di vendite, ma non sarà esattamente qualcosa di simile ai “nuovi Metallica” neppure mettendo insieme l’intera lista di scagnozzi appartenenti al trend e figurarsi una sola band. Da Korn a Coal Chamber, nessuno riuscirà a mantenere per più di un triennio il vasto riscontro ottenuto nell’arco del precedente lustro. D’altronde, nate e scadute in provette costruite dalle multinazionali discografiche, queste band non potevano far leva su uno zoccolo duro di fan che le avesse accompagnate al trono dalla gavetta, per la semplice ragione che non c’era stata alcuna gavetta.

Bene ma non benissimo.

Di conseguenza, terminata la pompa magna promozionale, la gran parte di questi gruppi è sparita. Non si è nemmeno potuto lucrare sull’attuale smania di recupero vinilico, perché essendo in mano alle grosse label, il mercato delle riedizioni e dei box “deluxe” non è roba per loro: Limp Bizkit, Papa Roach, American Head Charge, Incubus, P.O.D. restano roba da heavy rotation anni 2000 sul satellite, magari buona per qualche tour di reunion consumato nei festival tra l’indifferenza generale. Non esiste una Frontiers Records per questo genere, così come ce n’è una che ha salvato la memoria del glam metal anni ‘80.

Nel 2005, i giganti della musica stavano riprovando l’operazione “nuovi Metallica” con l’ondata del metalcore, ma con poche speranze di vedere i Lamb of God riempire gli stadi da soli. Nel frattempo, Napster e la rivoluzione del download illegale hanno mandato a zampe all’aria i vecchi Metallica e, già che c’erano, hanno decretato la fine della ricerca dei loro successori. Così, nel 2011, quanto ormai il metal non interessava più a nessun signor MTV o Sony, spuntano – come pulcinelli neri in una covata gialla delle tante (il revival occult rock) – i Ghost.

Epus Eponymous è stato licenziato dalla Rise Above Records. Questa piccola etichetta creata e gestita da Lee Dorrian (noto per essere il frontman dei Cathedral e l’ex urlatore dei Napalm Death) si è sempre mossa, nell’arco di oltre trent’anni, secondo i gusti e le aspirazioni (sovente oppiacee) del signor Dorrian, appunto, che ha deciso di pubblicare album davvero notevoli ma di extra-nicchia. E questo è ciò che gli è sempre interessato.

Con il primo lavoro dei Ghost, gli è scoppiata una bomba nelle mani. La Rise Above ha avuto la capacità di far uscire e valorizzare al massimo il disco, ma si è saggiamente tirata da parte consegnandoli a Tom Whalley, ex CEO della Warner e ora proprietario della Loma Vista, etichettona super competitiva e super competente con sede a Beverly Hills.

Non solo albatro urlatore, ma anche talentuoso scopritore di talenti.

Il nuovo metal ecumenico

Il battesimo con l’etichetta indipendentista di Lee, ha permesso al gruppo di farsi un nome, per quanto in breve tempo, nell’underground D.O.C., con il risultato di non apparire da subito come un big del pop-metal mangia soldi. Il passaparola intorno a Opus Eponymous ha però sfruttato alla grande i canali della rete, permettendo a un gruppo – che, se fosse nato nel 1984, avrebbe impiegato almeno sei anni a farsi notare da una major – di raggiungere la fama mondiale in pochi mesi. Fatto curioso e decisivo: James Hetfield ha dichiarato di adorare il disco.

A tal proposito, il titolo di questo articolo è ovviamente una provocazione: non sto dicendo che i Ghost sono “i nuovi Metallica” . Non lo sono mai stati, né mai lo saranno. Per trasformarli in quella cosa lì – che, tra l’altro, è il sogno proibito di qualche ex CEO anni ‘90 e non di chi ama la buona musica o la cattiva musica – serviva una struttura industriale attorno alla band. Una struttura che ora non c’è più, perché negli anni Dieci tutto è definitivamente saltato. Una band come i Ghost (che poi chiamarla band è inopportuno: poi spiegherò perché), non può usufruire della decisiva spinta manageriale e di un sistema di mercato ormai estinto, ovvero quello che tirava avanti vendendo dischi in quantità. E non c’è più neppure una MTV sulla quale basare (e lucrare) un monopolio d’immagine e presenzialismo. Non è quindi tecnicamente paragonabile, la situazione della cricca svedese, con quella dei Four Horsemen.

Cosa dite? Chi sarebbe il nuovo me?

Gli anni della consacrazione dei Ghost sono avvenuti in tempi di streaming e di perdita definitiva del concetto culturale di musica a pagamento. Le nuove generazioni non comprendono perché dovrebbero investire la paghetta su un disco, visto che hanno tutto gratis con Spotify craccato. Quindi, con simili presupposti, i Ghost non avrebbero mai potuto fare le cifre del Black Album. Ma nemmeno i vecchi Metallica, pur inventandosene di ogni, dopo la fase autolesionista delle cause a Napster sono stati in grado di ottenere, in termini di vendita di nuovi dischi, le cifre dei primi dischi al tempo della pubblicazione. I Ghost però avrebbero potuto essere “i nuovi Metallica”, e in un certo senso, sotto certi aspetti potrebbero ancora diventarlo.

Detto brevemente, visto che qui parliamo del primo album nello specifico e non dell’intero fenomeno, il gruppo di Papa Emeritus IV (III, II, I) è il solo che ha saputo creare una forma di musica metal fintamente estrema – come erano riusciti a fare Hetfield e Bob Rock, appunto – in grado di sfondare nella cultura mainstream e raccogliere un seguito che va al di là delle categorie di appartenenza. La “forma canzone” dei Ghost, specie nel lavoro d’esordio, ha saputo attingere dal metal più di nicchia al punto di gabbare i fan tradizionalisti e sempre in sospetto, offrendo uno spettacolo sufficientemente lugubre e pop da potersi imporre anche in uno stadio e di non sfigurare dagli altoparlanti di un pub o di un McDonald. Era dai tempi dei Kiss (a cui devono l’idea del travestimento e delle identità celate) e degli Abba (a cui devono la capacità di infilare nel sedere del mondo melodie pacchiane e irresistibili) che non capitava un fenomeno così. Perdonate la parola che sto per usare, ma ci sta tutta: ecumenico.

E Amen.

Magnus Opus

Il gruppo ha saputo gestire l’ambiguità e la misteriosità identitaria, anche se per poco tempo. Oggi, con internet, gli stessi Slipknot come entità enigmatiche, sarebbero durati il tempo di un gelato fuori dal frigo in agosto, e infatti nemmeno due anni dopo l’uscita di Opus Eponymous già si sapeva chi fosse il famigerato papa della band: il fighetto svedese Tobias Forges, già frustrato compositore di altri progetti heavy goth non riusciti e ora apocalittico istrione del fenomeno Ghost; i quali, come accennato prima, non sono mai stati una vera band, ma un progetto. Uno dei tanti, di vario tipo, realizzati in solitaria e poi – dato il successo e le potenzialità dei Ghost come classico gruppo rock – rivestito di carne e di fondali scenografici.

Ma chiariamo subito una cosa. Gli Slipknot erano davvero nove ceffi incazzati che vivevano tutti in un furgone e si facevano venire l’ulcera andando in tour per mesi e mesi in condizioni inumane. I Ghost non sono mai stati otto squinternati con le maschere alla Eyes Wide Shut che si litigano un pezzo di pizza ammuffita o restano impantanati in mezzo a una nevicata fuori stagione. Tobias non ha mai fatto un giorno di quelle grottesche e gloriose epopee di concerti per locali di provincia su cui persino i Metallica hanno potuto tirar su una serie infinita di aneddoti tra miseria e nobiltà. I Ghost sono stati e restano un solo uomo, con il suo gigantesco talento per le canzoni e un mondo di turnisti pronto a scattare al suo cenno di richiamo.

Quel fighetto svedese.

La differenza tra Opus Eponymous e la maggior parte di album occult rock e metal usciti dalla seconda metà degli anni Zero, tutti dimenticati e mai venuti fuori dal ghetto in cui si sono programmaticamente reclusi fin dall’inizio, è che nel lavoro dei Ghost ci sono delle grandissime canzoni, melodie da cantare come con i Coldplay. Vi trovate dentro un velo di Metallica (Con Clavi Com Dio) che fanno l’amore con gli Eagles (Satan Prayer), i Pink Floyd del periodo Syd Barrett (prendete il ritornello di Elizabeth) e King Diamond degli anni ‘80 (Death Knell). È una musica che riesce a parlare a tutto il popolo del metal e oltre, quello con le corna alzate e il vinile sotto al braccio, e provocare lo sculettamento esistenziale di tante goth girl sovrappeso. Ci sono l’acidità black metal e il lieve riverbero stonato di tanta psychedelia neo-global.

Certo, le influenze del primo album rilevate dai metallari erano giuste. Qualcuno ha parlato dei Mercyful Fate, qualcun altro dei Blue Öyster Cult e c’è chi, con un ghigno saputone, ha affermato che alla base si trovava – vicino ai confini del plagio – il debut dei Black Widow. Presto, però, i rimandi si sono spostati in territori imprevedibili. A mano a mano che il progetto Ghost ha seguitato a pubblicare dischi, singoli ed EP, lo spazio si è ampliato fino ai Toto e alla musica più sbeffeggiata e sminuita del mondo, quella del vero occulto musicale fatto di gente che ha perso il senno e, dopo una serie di album di culto, è sprofondata in qualche cuccia manicomiale. Ma da Roky Erickson al pop più ingiustificabile il viaggio è meno lungo del previsto, perché si consuma via aria, come un pipistrello kinskiano, e non attraverso la terrosità di tante band sprofondate con il culo nel revisionistico retro-rock.

La messa è (in)finita.

La via imbroccata dai Ghost, con un lavoro lungo appena mezz’ora (una specie di 33 giri bonsai e non un EP gonfiato), è stata da subito riconoscibile come gabbia di genere (il satanic true metal), ma con la porta sempre aperta. Tobias non ha esitato a varcarla e rientrarvi di tanto in tanto. Opus Eponymous è un disco canterino, ricco della grandeur dell’arena rock anni ‘70 e allo stesso tempo con quell’alone di culto delle band esoteriche.

Non sto dicendo che siano bastate le canzoni a spiegare il successo della formula Ghost. C’è anche qualcosa di indefinibile, una magia che sono davvero in pochi a saper maneggiare di questi tempi. La vera differenza tra i Ghost e molta scena in fissa con rituali, candele, pentacoli e orge nei boschi a base di alberi e canne è che il loro potenziale occulto lo sprigionano dalla fantasia e dalle canzoni. Spesso i dischi occult sono scoreggine rock dal sapore andato dei biscotti stantii, mentre Opus Eponymous è attraente, dignitoso, sfolgora come un satanasso in glitter e sorriso Mentadent, anzi pentadent.

E la sua attraente e puttanesca beltà è l’ingrediente necessario per attrarre tutti i bambini del regno e farli razzolare giù per il fiume e annegarli tra i flutti della spensieratezza degli inferi. Oggi i Ghost sono detestati dai veri metallari, ma guardati con un senso di blando rispetto da coloro che ancora bazzicano il rock senza sbertucciarsi la memoria dietro alle “chicche” ritrovate dei Seventies. Sono citati nei film dell’orrore americani e rappresentano la cosa più vicina ai “nuovi Metallica” che l’hard’n’heavy potesse offrire, anche se fuori tempo massimo. Meglio così.

Ghost Tobias Forge 

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