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A volte è necessario approfondire. Per capire da dove arriva la musica di oggi, e ipotizzare dove andrà. Per scoprire classici lasciati indietro, per vedere cosa c’è dietro fenomeni popolarissimi o che nessuno ha mai calcolato più di tanto. Queste sono le storie di HVSR.

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Dookie: il disco di 💩 che ha cambiato la storia del pop punk

30 anni esatti dall'uscita dell'album più iconico dei Green Day.

Non è una provocazione: un disco di merda, senza tanti giri di parole, dichiaratamente, letteralmente. Merda ovunque: dal titolo, alla copertina, ai testi, fino al palco di Woodstock ‘94. Eppure il debutto su major di Billie Joe Armstrong e compagni è tutto meno che un disco frivolo. Forse adolescenziale, ma nel senso più profondo del termine.

  • Artista: Green Day
  • Titolo: Dookie
  • Anno: 1994
  • Tracklist:
    • Burnout – 2:07 (testo: Billie Joe Armstrong / musica: Billie Joe Armstrong, Tré Cool, Mike Dirnt)
    • Having a Blast – 2:44 (testo: Billie Joe Armstrong / musica: Billie Joe Armstrong, Tré Cool, Mike Dirnt)
    • Chump – 2:53 (testo: Billie Joe Armstrong / musica: Billie Joe Armstrong, Tré Cool, Mike Dirnt)
    • Longview – 3:59 (testo: Billie Joe Armstrong / musica: Billie Joe Armstrong, Tré Cool, Mike Dirnt)
    • Welcome to Paradise – 3:44 (testo: Billie Joe Armstrong / musica: Billie Joe Armstrong, Tré Cool, Mike Dirnt)
    • Pulling Teeth – 2:30 (testo: Billie Joe Armstrong / musica: Billie Joe Armstrong, Tré Cool, Mike Dirnt)
    • Basket Case – 3:02 (testo: Billie Joe Armstrong / musica: Billie Joe Armstrong, Tré Cool, Mike Dirnt)
    • She – 2:13 (testo: Billie Joe Armstrong / musica: Billie Joe Armstrong, Tré Cool, Mike Dirnt)
    • Sassafras Roots – 2:37 (testo: Billie Joe Armstrong / musica: Billie Joe Armstrong, Tré Cool, Mike Dirnt)
    • When I Come Around – 2:57 (testo: Billie Joe Armstrong / musica: Billie Joe Armstrong, Tré Cool, Mike Dirnt)
    • Coming Clean – 1:34 (testo: Billie Joe Armstrong / musica: Billie Joe Armstrong, Tré Cool, Mike Dirnt)
    • Emenius Sleepus – 1:43 (testo: Billie Joe Armstrong / musica: Mike Dirnt)
    • In the End – 1:46 (testo: Billie Joe Armstrong / musica: Billie Joe Armstrong, Tré Cool, Mike Dirnt)
    • F.O.D. – 2:52 (testo: Billie Joe Armstrong / musica: Billie Joe Armstrong, Tré Cool, Mike Dirnt)
    • All by Myself – 1:37 (testo e musica: Tré Cool)
  • Formazione:
    • Billie Joe Armstrong – voce, chitarre
    • Tré Cool – batteria
    • Mike Dirnt – basso, cori

Merda di bambino

Sì, esatto, nessun errore: “merda di bambino”. È proprio questo il significato di Dookie, titolo scelto dai Green Day per il loro primo album pubblicato con una major il 1° febbraio 1994.

In precedenza, avevano già dato alle stampe due dischi – 39/Smooth (1990) e Kerplunk (1992) – con l’indipendente Lookout! e si erano fatti un nome nella scena punk della Bay Area suonando tutte le settimane al Gilman di Berkeley, un locale leggendario dal quale saranno poi ufficialmente cacciati. Perché? 

Quando ancora era tutto molto punk.

Proprio perché avevano pubblicato il terzo disco con una major. Oggi può sembrare alquanto anacronistico, ma all’inizio degli anni ‘90 si trattava di una questione molto seria. Se una band della scena punk o alternativa (era successa la stessa cosa ai Nirvana con Nevermind) voleva mantenere una certa credibilità tra i suoi fedelissimi, non avrebbe mai e poi mai dovuto firmare un contratto con una grande casa discografica. Quello era il male assoluto. In sostanza, significava svendere la propria arte, mercificarla al solo scopo di trarne profitto e quindi, sostanzialmente, fare musica indegna di essere ascoltata. Cioè, insomma, in poche parole, musica di merda.

Ironico quindi che i Green Day abbiano scelto quel titolo per esordire con la Warner, anche se in realtà la decisione era frutto di altre ragioni: inizialmente, infatti, l’album avrebbe dovuto intitolarsi Liquid Dookie, in riferimento ai continui attacchi di diarrea avuti dalla band negli sgangherati tour precedenti. Alla fine decretarono di togliere la parte liquida della faccenda, pensando – chissà poi perché – che questo dettaglio rendesse il concetto di “merda” più presentabile.

Merda come se piovesse

Nel disco la merda è dappertutto. A partire dalla splendida copertina fumettosa disegnata dall’artista Richie Bucher, che s’immagina un bombardamento di cacca a tappeto su tutta l’East Bay. Oltre alle bombe con scritto “dookie” che piovono dall’alto, ci sono cani e scimmie che la lanciano da “bordo campo”. Nel mezzo, un microcosmo caotico con decine di personaggi reali che solo chi conosceva bene quell’ambiente avrebbe potuto riconoscere: dal poliziotto locale al tizio che fotografava i concerti al Gilman nei fine settimana.

C’è, inoltre, tutta una serie di inner jokes per iniziati. Lo striscione del dirigibile con la scritta “Eat at Chef Wong’s”, per esempio, è un riferimento a un’illustrazione disegnata da John Holmstrom, il fondatore della rivista PUNK, sul libretto di di Rocket to Russia dei Ramones. Ma troviamo anche rimandi più facilmente individuabili dal grande pubblico: se aguzzate la vista, in basso a destra potete scorgere l’immagine di Patti Smith o quella di Alex Chilton dei Big Star a una finestra, dalla parte opposta, oltre a un personaggio che assomiglia molto a Ozzy Osbourne ed è invece la donna sulla copertina del primo album dei Black Sabbath.

Tornando alla merda – che ormai avrete capito è il Leitmotiv della vicenda – una rapida occhiata ai testi è sufficiente per notare quanto spesso ritorni quella parola, usata un po’ a mo’ di bandiera per far passare un concetto tardo-adolescenziale piuttosto semplice: Il mondo è pieno di cose che fanno schifo. 

La cover di FM! di Vince Staples (2018), chiaramente un omaggio a quella di Dookie, risalente a più di vent'anni prima.

Nel brano di apertura del disco – l’inno all’apatia intitolato Burnout, di cui tutti ricordano soltanto il ritornello «I’m not growin’ up / I’m just burnin’ out / And I stepped in line to walk amongst the dead» (Non sto crescendo / Sto solo bruciando / E mi sono messo in fila per camminare tra i morti) – il protagonista si trascina fuori di casa controvoglia e guida tra le luci “di merda” della città. In Having a Blast (ovvero la versione punk californiana di Vendetta Vera di Trucebaldazzi) il narratore, decisamente inaffidabile, a un certo punto sfoga la sua rabbia dicendo: «I’m taking it all out on you / And all the shit you put me through» (Me la prendo con voi / con tutta la merda che mi avete fatto passare). 

Infine in Longview – il primo singolo che ha reso famosi i Green Day grazie a un giro di basso memorabile, scritto da Mike Dirnt mentre era strafatto di acido, e a un riferimento alla masturbazione che ha finito per identificare l’intero brano – la parola “merda” appare più volte. Contrariamente a quello che si potrebbe pensare, il pezzo non parla di quanto è bello stare a casa a farsi le seghe (non è American Pie, quello arriverà dopo con i Blink-182), ma dice esattamente il contrario: la masturbazione qui ha perso ogni piacere («When masturbation’s lost its fun») e il protagonista è chiaramente stufo di stare a casa a “trastullarsi”, fumando erba e guardando la TV, eppure non riesce a tirarsene fuori. Il suo disgusto per sé stesso è enfatizzato da versi come: «Sono stufo della solita vecchia merda / E sono fottutamente pigro» oppure «Sono così dannatamente annoiato che sto diventando cieco / E puzzo di merda».  Il modo in cui vengono pronunciati questi versi infonde un forte senso di disprezzo verso il sé della canzone. Ma al di là del tema, (di cui la masturbazione è solo metafora), il brano deve il suo successo a un paio di trucchi che diventeranno un classico della band: uno è l’alternarsi di strofe tranquille e ritornelli rumorosi pieni di chitarre distorte, struttura tipica dell’alt rock anni ‘90, resa celebre dai Nirvana. L’altro è il cosiddetto ritmo “shuffle”, ovvero quella sorta di groove “pigro e dondolante” ispirato ai concittadini Operation Ivy e puntualmente ripreso nei dischi successivi, con almeno un singolo di successo per album, Hitchin’ a Ride su Nimrod, Minority su Warning e Holiday su American Idiot, così giusto per dare un’idea.

Uno shuffle (ehm) "di mano".

Oltre la merda

Ma il vero segreto delle canzoni di Dookie è che raschiando via la cacca dalla superficie, ci si ritrova in mano un cuore pulsante e una serie di ganci irresistibili. Riascoltarli è come rientrare ogni volta dentro la testa di un adolescente: da un lato è tutto uno schifo, una noia, una merda appunto, uno spreco («Well, I’m a waste like you» – Sassafras Roots), dall’altro ironizzarci su («May I waste your time too?») aiuta a rendere le cose meno stomachevoli, più sopportabili, o a volte persino accettabili, se non addirittura grandiose.

Ne è un esempio perfetto Welcome to Paradise, che parla dei bassifondi di Oakland, dove Billie Joe Armstrong si è ritrovato a vivere per un certo periodo: pur essendo un posto schifoso lo chiama “il paradiso” o «a wasteland I like to call my home», un po’ come quella vecchia macchina scassata che avevi da giovane e chiamavi “il bolide” anche se era praticamente un rottame in cui ci potevi pure vomitare dentro. Non è una “questione di qualità”, come direbbe Ferretti, è più che altro una questione di libertà. Adolescenziale, pura, assoluta. Ascoltare Dookie è come sboccare da una finestra a una festa open bar o pisciare dal balcone in gita di terza. Essere giovani e stupidi aiuta, ma non è strettamente necessario per (ri)assaporare la sensazione: a volte è sufficiente anche soltanto ricordare com’era prendere un treno per il mare invece che per andare in ufficio. Ecco, Welcome to Paradise è anche l’esempio perfetto per smascherare tutti i punk idealisti che accusavano la band di essersi “venduta”, perché si tratta esattamente della stessa identica canzone già presente su Kerplunk del 1992, solo che qui suona da Dio.

A tutti i punk idealisti.

Tutte le canzoni di Dookie, in realtà, suonano da Dio, grazie alla produzione di Rob Cavallo, futuro sodale della band su quasi tutti i loro dischi migliori – Insomniac, Nimrod e American Idiot – e richiamato alle armi anche per l’ultimo Saviors, appena pubblicato. Dire che con il passaggio a una major i Green Day si sono compromessi artisticamente è un falso storico, perché la formula musicale è rimasta praticamente la stessa (anzi c’è addirittura una canzone identica): Dookie contiene lo stesso pop punk appiccicoso degli esordi – tre accordi e un sentimento – solo che qui le canzoni sono scritte e suonate meglio e diventeranno dei classici del genere. Che schifo eh? Anzi, che merda(!). 

Lo stesso termine “pop-punk”, purtroppo, ha assunto spesso una connotazione negativa, che ha finito per sminuire il valore dei Green Day, accusati di scrivere canzoni troppo “frivole”, quando in realtà, restando anche solo su Dookie – senza scomodare per esempio la critica sociale di American Idiot – ci troviamo di fronte a brani che parlano di solitudine, apatia, alienazione, frustrazione giovanile, attacchi di panico e malattia mentale, fino a toccare questioni più ampie, che oggi animano il dibattito pubblico, ma che all’epoca non erano poi così scontate, come l’identità di genere e l’attivismo femminista. Niente male per tre giovani pop punkers considerati spesso “troppo adolescenziali” dalla critica.

Dalla merda al fango, alle stelle

Critica o non critica, ad assicurare il successo del disco – che arriverà a vendere 18 milioni di copie nel mondo, trainandosi dietro altre punk band più o meno buone (NOFX e Offspring su tutte) – ci penseranno poi un evento eccezionale e altri due singoli, d’eccezione pure loro.

L’evento è la famosa battaglia di fango di Woodstock ’94. Dopo essersi esibiti in apertura al festival Lollapalooza, i Green Day vengono chiamati a riempire il cartellone della riedizione del più grande festival rock mai esistito, infilati tra un’esibizione di Peter Gabriel e una di Slash: in meno di sei mesi sono passati dall’essere una piccola band di Berkeley a suonare davanti a 300/500 mila persone. Solo che c’è un piccolo problema: pur essendo pieno agosto in quei giorni diluvia e il terreno diventa un campo di battaglia melmoso. Il pogo che si scatena durante l’esibizione fa volare il fango dappertutto e qualcuno comincia a lanciarne un po’ sul palco. Billie Joe a un certo punto ne afferra una zolla e se la infila in bocca. E quello diventa il via libera. Come Massimo Meridio che dice «al mio segnale scatenate l’inferno», comincia così un’escalation che ben presto degenera in una sorta di guerra limacciosa tra la band sul palco e la folla scatenata sotto, come se fosse una specie di rievocazione della copertina del disco, solo con il fango al posto della merda. Non poteva esserci pubblicità migliore: le immagini dell’esibizione faranno il giro del mondo e daranno un’altra grossa spinta alle vendite del disco.

Qui la cronaca minuto per minuto

Ma non è finita. I due singoli che usciranno tra l’autunno e l’inverno successivo avranno l’effetto di una bomba atomica, basta citare i titoli: Basket Case e When I Come Around.

Il primo lo conoscono anche i sassi e ha uno degli incipit più leggendari del rock anni ‘90: 

Do you have the time
To listen to me whine?
About nothing and everything all at once

«Hai tempo di ascoltarmi mentre mi lamento? Di niente e di tutto allo stesso momento?» – Si tratta del pezzo più famoso dei Green Day, diventato in tempo zero l’inno punk di tutti gli “weirdos”, che sentono di non essere completamente “a posto”: un brano che sfrutta magistralmente la tecnica del palm-muting, con cui Armstrong smorza le corde della chitarra mentre le colpisce, generando una sorta di suono ovattato che crea una tensione per accumulo, fino a quando non entrano in scena gli altri strumenti che la fanno esplodere come un razzo sparato sulla luna. Armstrong l’aveva scritta per esorcizzare i frequenti attacchi di panico di cui soffriva, ma la canzone è stata in grado di andare oltre e arrivare a tutti. La canzone contiene anche un gender swap di una prostituta: non si tratta di una presa per il culo, ma di un tema sentito e affrontato in maniera più chiara in un altro brano del disco – Coming Clean – che parla più apertamente di bisessualità. A confermarne la genuinità, oltre al coming out di Armstrong, c’è anche il fatto che i Green Day si portarono in tour i Pansy Division, che erano praticamente l’unica band punk apertamente genderfluid della scena, quando ancora la parola genderfluid manco esisteva: un gruppo che, per intenderci, l’anno successivo inciderà una cover dei Nirvana intitolata Smells Like Queer Spirit.

Il punk che ti manda al (o ti salva dal?) manicomio.

L’altro singolo fondamentale per il successo di Dookie è stato When I Come Around: praticamente un primo tentativo di ibridazione del suono punk classico dei Green Day con qualcosa di più lento a base di powerchord – una formula che con il tempo diventerà un altro marchio di fabbrica della band per brani di futuro successo come Boulevard of Broken Dreams.

Il testo è tutto basato sul duplice significato di come around, che può voler dire sia “passare a trovare” sia “riprendersi” nel senso di cambiare opinione dopo aver acquisito maggiore consapevolezza, proprio come fa il protagonista della canzone quando alla fine si rende amaramente conto di non essere la persona giusta per la sua amata. Si tratta di un trucco che Armstrong usa spessissimo nella scrittura di Dookie e che consiste sostanzialmente nell’introdurre una sorta di plot twist all’interno dei testi per cambiare la percezione dei personaggi da parte dell’ascoltatore: il vendicatore bombarolo di Having a Blast, per esempio, alla fine ha montato su tutto quel casino “per niente”, l’idiota di Chump non è il ragazzo oggetto dell’odio iniziale, bensì il protagonista che lo odia senza motivo, e così via.

Le finestre di fronte.

Ultimo brano meritevole di menzione è She: praticamente un singolo monco, senza video a supporto, ispirato a una vecchia compagna di Armstrong, attivista femminista, da cui lo stesso cantante ha dichiarato di aver imparato molto su tematiche che in quanto maschio non aveva mai preso molto in considerazione. È lei la ragazza che all’inizio «urla in silenzio», ma più che altro è un archetipo di tutte le donne «intrappolate in un mondo che è già stato pianificato per loro» e che si sentono «strumenti della società senza uno scopo». È a loro che Armstrong offre il suo aiuto non in qualità di principe azzurro che giunge a salvarle, ma sotto forma di condivisione del peso di un mondo sperequato. La sua è un’offerta di ascolto sincero e comprensivo di tutta la rabbia repressa: «urlami contro fino a farmi sanguinare le orecchie» è un verso potentissimo che denuncia quanto sia estrema questa necessità di ascolto. Sarà forse per questa ragione che, a differenza di molti altri gruppi punk del periodo, i Green Day hanno sempre avuto un pubblico misto di ragazzi e ragazze e persone con identità di genere non definita, e non certo perché le loro canzoni siano frivole.

In conclusione, volendo fregare i detrattori dell’album con lo stesso giochino retorico caro a Billie Joe Armstrong, potremmo dire che fin dal suo titolo scatologico Dookie è sul serio un disco di merda. Ma si tratta di quella da cui nascono i fiori.

Green Day Billie Joe Armstrong Tré Cool Mike Dirnt 

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Traccia: Green Day: Dilemma

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