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A volte è necessario approfondire. Per capire da dove arriva la musica di oggi, e ipotizzare dove andrà. Per scoprire classici lasciati indietro, per vedere cosa c’è dietro fenomeni popolarissimi o che nessuno ha mai calcolato più di tanto. Queste sono le storie di HVSR.

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Chokebore: l'indie rock che veniva dalle Hawaii

Dall'isola alla terraferma e da lì all'Europa: il viaggio di Troy von Balthazar e compagni.

C’era una volta nelle Hawaii una band che non voleva saperne di suonare reggae e hardcore. Grazie alla sua testardaggine e intensità, ha girato il mondo in lungo e in largo scavando nei nostri cuori, bracciata dopo bracciata. Si chiama Chokebore ed è riuscita a trasformarsi in un gioiello da passarsi sottovoce.

Honolulu mon amour

Le Hawaii. Musicalmente possono venire in mente gli High Llamas per il loro album, oppure quella cover di Over the Rainbow che abbiamo sentito in decine di film. Pochi tirerebbero in ballo uno dei migliori gruppi torcibudella che fra il 1993 e il 2002 è partito da Oahu alla volta di Los Angeles, firmando per un marchio importante come la Amphetamine Reptile allorché Helmet e Cows la facevano da padroni.

Parliamo dei Chokebore – già Dana Lynn (moniker che hanno abbandonato quando la storia ha cominciato a farsi più seria): vera e propria perla nascosta, cresciuta dentro una conchiglia dolente, sabbiosa e capace di scariche emozionali senza pari. Pensate che Scaruffi li segnala come capaci di mischiare la furia del midwest punk alle ballate folk di Nick Drake. E in effetti basta pochissimo, un briciolo di verve in più o in meno per trasformare l’espressione del cantante Troy von Balthazar da sussurro a urlo.

Accanto a lui Johnee Kop alla batteria, James Kroll al basso e il fratello di costui, Jonathan, alla chitarra, nonché primo a spostarsi armi e bagagli a L.A. per seguire i suoi studi artistici. Dopo un anno e mezzo vissuto sull’isola come terzetto, anche gli altri decidono di raggiungerlo nel continente. D’altra parte, a Honolulu le aspettative del pubblico si limitavano a reggae e hardcore e le idee dei Nostri non sembravano ottenere riscontro, men che meno la loro voglia di ricerca e sperimentazione.

In California iniziano a lavorare a testa bassa e nel 1993 la stessa Amphetamine Reptile si ritrova a considerare quello degli hawaiani come l’unico demo degno di nota arrivato nella loro buca delle lettere. Detto, fatto: si entra in studio per un 7” che contiene due lame taglienti. Da una parte una Nobody che, nel suo equilibrio fra sporco e pulito, si mantiene efficace e diretta e già possiede i marchi di fabbrica di tutta una carriera. Sul lato B, Troaths to Hit si rivela più opaca, ma lo stesso capace di incidere pur senza brillare, grazie a una furia che cova in più punti.

I Chokebore assomigliano a qualcuno che, messo alle strette, urla e scalcia senza sapere perché, con una furia incontrollata di rabbia e dolore. Per tutta risposta, hanno la possibilità di accompagnare in giro per la nazione i Cosmic Psychos, giunti dall’Australia a promuovere l’album Palomino Pizza, che a trent’anni giusti di distanza risulta ancora brillante nell’unire furore e tiro pop.

Dalle Hawaii, a pesca di bulbi oculari.

Motionless solo per modo di dire

Ma c’è bisogno di mettere alla prova i ragazzi sulla lunga distanza. Così eccoli ritrovarsi in studio con Tim McLaughlin, socio del paròn della label Tom Hazelmyer degli Halo of Flies.

Che dire di questo album? Molta la carne al fuoco e, al netto di quanto accaduto poi, il fatto che i Nostri fossero accostabili a gente “esplosa” negli anni successivi (it’s grunge time, baby!) ne dimostra la caratura. Il disco non ha cadute di stile, è teso in una dinamica che tira ondate di suono sadcore aspro e spezzato, nel quale avverti riferimenti emo rimasticati e urlati con un’elaborazione del suono hardcore che prende vie traverse, grigia e sempre sull’orlo della rottura. Come surfisti sulla cresta dell’onda, o skaters lungo ringhiere e scalini.

Nei momenti più lirici, inframezzati dalle acustiche, non siamo distanti dagli esempi più intensi di quanto stava accadendo a Boston o a Washington. Il bulbo oculare che ci fissa e potrebbe riecheggiare argentiane paure è anch’esso opera di Hazelmyer, che riesce a vestire al meglio il disagio e la furia dei quattro hawaiani, tanto che un brano finirà nelle storiche compilation VHS dell’etichetta (Dope Guns & Destroying Your Video Deck #3) insieme a gentaglia come Cows, Boss Hog, Hammerhead, i già citati Cosmic Psychos, Guzzard, Today Is the Day, Helmet e Melvins.

Se avete ancora un lettore VHS in soffitta, potete recuperarla su eBay.

Come dite? Che sembra un parterre de roi del rumore anni ‘90 prima che Seattle si rubasse tutto? Beh, quasi, anche se i Chokebore – per fortuna o per merito – riusciranno a saltare sul carrozzone esibendosi in dieci date di un tour con Nirvana, Butthole Surfers e Bobcat Goldthwait. Sì, proprio lo Zed di Scuola di Polizia che, alternato ai filmati di vasectomia proiettati da Gibby Haynes e compagnia e da un power trio che porta al mondo quanto prodotto insieme a Steve Albini, crea i presupposti per una serata degna di essere ricordata.

A questo proposito mi piacerebbe tirar fuori il coniglio dal cappello e ricordarvi della mia presenza a Vancouver per il PNE Forum il 4 dicembre 1994, ma purtroppo ai tempi probabilmente avevo deciso di spendere le mie ferie davanti a Donkey Kong e i miei due fratelli maggiori si sono goduti lo spettacolo (ma, ehi, nessun rancore!).

Quanto a Motionless, resta un disco da riscoprire e le sue ristampe negli anni (ben tre: nel 1998, 2002 e 2013) confermano la ricerca che una nicchia di pubblico ha concentrato su questi ragazzi. Quattro piccoli nuclei energetici che, dopo il suddetto giro con i “nomi grossi”, troviamo nella compilation Clusterfuck ‘94, ai tempi disponibile solo ai banchetti del merchandising dell’omonimo tour, che li vedrà impegnati sia negli Stati Uniti che in Europa in compagnia di Today Is the Day e Guzzard, i primi nel periodo tra l’esordio Supernova e Willpower e i secondi con l’esordio Get a Witness. Un rischio enorme, a pensarci: caricare tre progetti esordienti in un paio di van e far girare loro il mondo, producendo pure un’uscita condivisa per l’occasione stampata su CD e 10” con tre brani a testa più incendiari che mai. Spagna, Germania, Francia, Olanda, Polonia e Danimarca le basi toccate per un’annata che si conclude in scioltezza, stuzzicandosi su altri palchi con pezzi da novanta come Cows e Unsane.

Cimeli di chi quei banchetti del merchandising li ha toccati con mano.

A pesca tra le nuvole

È già il 1995 e, per continuare a battere il ferro finché è caldo, la band si reca ai Motiv Studios di Los Angeles da Biff Sanders, fondatore della Barefoot Music e con le mani in pasta in dischi anche molto distanti fra loro, dai 17 Pygmies dell’ex Savage Republic Jackson del Rey fino alla Marnie passata dai Party Boys.

In copertina ci sono sei pescatori armati di fucile subacqueo. La voce ondeggia fra sussurri e urla e i suoni sembrano essersi fatti più serrati. Alcuni brani sono talmente catchy da stupirsi che non siano rimasti appiccicati alle nostre (allora) giovani menti, come una Bad Things che trascina nel suo saliscendi. Thin as Cloud stabilisce il loro primo classico, che li vede ondeggiare su una battigia cercando di non far perdere ritmo ed equilibrio, in una cavalcata storta che si smorza senza mai perdere un’oncia di potenza. Le carte si scoprono e il tormento inizia a uscire senza rete di protezione, con delle fasi lente interrotte da scariche di elettricità.

L’impressione, durante i tre quarti d’ora abbondanti del disco, è di trovarsi di fronte a hit minori che, se incrociate nel momento giusto di un’esistenza, sarebbero in grado di entrarci nel cuore. Riascoltate, lasciano la voglia di mandarle sempre più a memoria o di inserirle in qualsiasi compilation su nastro, magari insieme ad altri totem che portiamo nel cuore come GoGoGo Airheart o Union of the Man and a Woman, per citare i primi due che mi sovvengono, ma potrebbero essere anche Duster, Karp o chi altri vogliate.

Eppure, c’è qualcosa di indecifrabile nei Chokebore: sarà la marea, sarà l’impossibilità di stare fermi, come testimoniato da Wash (You Glow). Sarà il loro essere ubriacanti e instabili eppure così intimi, quasi suonassero dentro una bottiglia scossa da un adolescente incazzato.

Abbiamo detto "su nastro", no?

Poco dopo la fine delle registrazioni avviene il primo cambio di line-up. Johnee Kop lascia e viene sostituito da Christian Omar Madrigal Izzo, già in forze ai Daucus Karota ma anche collaboratore di Rozz Williams per l’ultimo disco degli Heltir e presente in altri progetti limitrofi al death rock dell’epoca. L’album è un’altra gemma imperfetta: su rateyourmusic.com viene caratterizzato con termini quali surreal, drugs, melancholic, poetic e depressive, che – a ben vedere – sono la chiara rappresentazione di uno stream of consciousness intenso e straniante, quale i Nostri hanno confermato di poterci offrire.

La prima parte del tour li vede in combutta con Samian e Goops, ma sempre più spesso gli incroci sono con altre band che, come loro, rielaborano un certo modo di suonare oscuro e intenso, ad esempio Girls Against Boys, Cows e Mount Shasta.

Dal vivo, sempre in buona compagnia.

Francia dolce amara

Come al solito tornano anche in Europa, dove creano un legame speciale con la Francia e soprattutto con i Black Box Recording Studios a Noyant-la-Gravoyère dove opera Peter Deimel, presente come “coffee technician” in At Action Park degli Shellac e ingegnere del suono in Orphan’s Tragedy dei Cows (oltre che assistente di Iain Burgess per Earwig dei Pegboy).

È qui che, durante la pausa estiva del loro tour del 1996 – trascorso a suonare con i tedeschi Tocotronic, ma anche con i Killdozer e i Mana Love – nasce A Taste for Bitters. Il contesto: un paese di meno di duemila abitanti, un castello, la Loira francese, un lago, un parco di divertimenti. Quello che esce il 2 ottobre del 1996 per Amphetamine Reptile è un album sempre vibrante che di nuovo non dispiace alla critica. La musica ti trasporta e sono ormai un marchio di fabbrica il passaggio fra parti lancinanti e rumorose e gli spazi lasciati al songwriting del frontman.

Il suono sembra essere però più leggero e aereo, in qualche modo meno drammatico rispetto al passato, tanto che in alcuni momenti l’impressione è proprio quella che abbiano preso il volo da un’onda, o da una rampa. Brani come Days of Nothing, con una doppia voce catacombale, sono difficilmente catalogabili, mentre l’esplosione di It Could Ruin Your Day parla di pura energia e libertà lasciate correre, così come la contenuta Sleep with Me.

Dura alzarsi e affrontare la giornata.

È un passo nella direzione che porterà verso le vele in bonaccia dello splendido Black Black, un momento nel quale l’irruenza inizia a lasciare spazio alla maturità di un progetto che, pur avendo solo 3 anni di attività (se non consideriamo quanto suonato e prodotto a nome Dana Lynn). Certo, non tutto è ancora sopito e ce li immaginiamo ad abbattere il pubblico con la potenza di Your Let Down, ma chi ha pazienza verrà ricompensato (per esempio con i 20 e più minuti di soliloquio nel finale del disco).

Nero nerissimo

Squadra che vince non si cambia? In realtà c’è un altro avvicendamento alle pelli, con Mike Featherson al posto di Christian Omar Madrigal Izzo, presente nella sola Distress Signals. Lo studio e chi li segue sono gli stessi ma l’umore è cambiato, il tutto appare torvo e torbido, calato in una nebbia dalla quale esce più disperazione e disillusione che potenza. Black Black esce su Boomba Records, etichetta amburghese che nella sua breve esistenza produrrà due album dei Turbonegro come Apocalypse Dudes e Ass Cobra, oltre ai Nostri e a una doppia compilation di singoli dei Melvins.

Black Black è stato il disco grazie al quale ho conosciuto i Chokebore: ai tempi studiavo a Lucerna, città famosa per la pioggia e l’autunno, clima perfetto quindi per sorbire questo ben di Dio apparecchiato. Insieme a Spirit on Parole degli svedesi Cobolt, è stato sicuramente uno dei miei dischi dell’anno, mandato a ripetizione, mantenendo un profilo sufficientemente disperato rispetto alla quotidianità, alla formazione e alla vita.

Caffeina da masticare.

L’album prende il nome da una serie di chewing-gum giapponesi e inanella 13 brani intensi, tristissimi e tanto densi da non far penetrare luce alcuna nella loro cappa. Riascoltarlo a volume smodato riproduce sulle mie stanche membra attuali l’effetto che faceva 25 anni fa al mio io diciannovenne. La voglia di correre, sotto alla pioggia, urlando al mondo quanto di inenarrabile e ingiusto potesse essermi successo in quel frangente. La verve di Troy e l’impianto sorretto dal quartetto porta a una drammaticità composta e a una potenza che, pur se espressa su toni meno furiosi rispetto al passato, suona quasi più intensa, tanto che da molti questo lavoro è considerato il picco della band.

Per riuscire a pubblicare il disco negli Stati Uniti in realtà il processo è più difficoltoso e alla fine è la Punk in My Vitamins – etichetta gestita da Vern Rumsey degli Unwound – a occuparsene nel settembre del 1999, approfittando dell’occasione per stampare un doppio 7” sul quale trovano spazio You’re the Sunshine of My Life e Valentine, due brani appartenenti al suddetto disco, oltre a una versione semi-acustica di Speed of Sound registrata a casa di Troy e una Days of Nothing, già apparsa come singolo nel 1997.

Durante l’anno mettono insieme più di sessanta date dal vivo, delle quali soltanto quattro sono negli USA, a riprova di una fama e di una stabilità ormai acquisita nel vecchio continente. Il tour a sostegno del disco a casa loro li porta in giro spesso con progetti più intimi come il cantautore TW Walsh, Pedro the Lion e i Devics o con artisti che di sicuro da loro sono stati influenzati come gli splendidi Juno (in una serata da non perdersi al Fireside Bowl di Chicago, il 10 settembre, alla quale partecipano anche i National).

Dal vivo, dicevamo.

L'ultimo miracolo

Ristabilitisi a Los Angeles e perso l’ultimo arrivato, Mike Featherson i tre si accorgono di avere ancora carburante. Richiamano quindi a rapporto Christian Omar Madrigal Izzo, che nel frattempo aveva bazzicato i Sür Drone di Raymond Pettibon e le ultime esternazioni di Rozz Williams. Detto fatto, si inizia a provare ai Botboy Studios da dove escono immediatamente un paio di tracce nuove che verranno pubblicate in un EP dalla piccola Redwood, dove, oltre a due canonici brani come Sections e Be Forceful, si lascia spazio al quarto d’ora abbondante di The Rest of Your Evening, moderato saliscendi, quasi una bonaccia notturna della baia durante la quale i numerosi «no more!» lanciati nel microfono sembrano moniti verso se stessi, a tratti un vacillare sul fallimento. Una presenza impalpabile, nuda come una bistecca nel corridoio, che ci offre prospettive piuttosto oscure su questa ripartenza. I quattro si affidano a Manny Nieto (sotto l’alias Francis Miranda), personaggio attivo nell’underground losangelino come cantante dei Distortion Felix e ingegnere del suono/produttore per Breeders e Soft Pack.

A essere registrato è un disco sintomatico sin dal titolo: It’s a Miracle. Rimarrà l’ultimo ed è il coronamento di una storia trascinante e intensa. Un lavoro maturo e completo che sposa le atmosfere già espresse in Black Black con uno slancio e una pulizia che rendono semplicemente grandi e indimenticabili queste canzoni. Se, infatti, nell’album precedente a risaltare erano l’atmosfera e l’impianto generale, qui la scaletta regala almeno tre brani che potremmo eleggere ad alcune tra le cose più belle offerte dalla band. Innanzitutto la doppietta iniziale di Ciao L.A. e Geneva: la prima racconta una presenza solo corporea mentre l’anima sta ancora pensando al tour precedente, a non voler rimanere a Los Angeles per morire nella propria auto creando un cortocircuito fra realtà, tragedia e sogno. La seconda, invece, parla della città sulle rive del lago Lemano e di una presenza femminile come fossero veri e propri fantasmi. Con la delicatezza acquisita negli anni, il suono si fa nebbioso e il verso «I’m not alone when I’m without you» ammicca forse a una presenza trasferita nell’ambiente stesso, una madeleine esposta nelle pasticcerie fra le banche e il turismo elvetico.

Ginevra a Parigi.

E poi un altro volo di commiato fra presenza e assenza, una tensione al rallentatore nella quale la presenza non è percepita e ad assalirci è un profondo senso di abbandono. Da qui in poi non ci saranno altre creazioni, con l’unica eccezione di un disco dal vivo, A Part from Life, registrato al La Route du Rock Festival di Saint-Malo, che ci permette di portare con noi l’espressività, l’ardore e il perenne equilibrio di questi tristi e brillanti hawaiani.

Certo, la carriera solista di Troy von Balthazar è continuata per anni con dischi stupendi, ma questa è un’altra storia.

Chokebore Dana Lynn Troy von Balthazar Johnee Kop James Kroll Jonathan Kroll Christian Omar Madrigal Izzo 

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