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Corpus: Plug
Talmente convinti che manco una foto seria per la line-up a cinque

Quando si lascia parlare il cervello e non il cuore, la fine è certa.

Se provate a chiedere ai Corpus Delicti cosa ne pensano di Syn:Drom, l’album pubblicato per la Season of Mist nel 1998, probabilmente vi beccherete un occhiataccia. Uscito con il moniker abbreviato in Corpus, fu un vero e proprio schiaffo in faccia per tutti i fan della band: non rimaneva infatti più nulla del sound che aveva contraddistinto i francesi, spazzato via da un industrial rock canonico che – se nelle intenzioni voleva ricalcare quanto ottenuto da certi Killing Joke – a conti fatti risultava essere un prodotto di seconda scelta figlio delle mode del tempo.

È stato il classico colpo di testa, qualcosa che ha letteralmente fatto saltare il banco: non solo la musica era diversa ma anche le tematiche, il look, l’approccio al concetto stesso di canzone. Sia chiaro, non erano gli unici ad aver virato verso quei lidi sonori (basti pensare ai glamster Faster Pussycat riciclatisi nei Newlydeads), ma era chiaro che la ruota dell’ispirazione aveva smesso di girare, o forse semplicemente l’alchimia non funzionava più. Con il senno di poi, l’innesto di David in pianta stabile alle tastiere e ai sampler aveva spinto completamente la band fuori strada: il sound originario era ormai perso irrimediabilmente.

A distanza di anni, Syn:Drom – pur restando oggettivamente un capitolo assolutamente trascurabile non solo nella carriera dei Corpus Delicti, ma nella musica alternative in generale – oltre a contenere qualche canzone piacevole, ha una sua utilità: racconta alla perfezione il periodo storico confuso in cui è stato pubblicato. La scena goth era ormai satura, stanca del suo ripetersi, e aveva visto in personaggi come Marilyn Manson, Nine Inch Nails e Orgy dei nuovi modelli da seguire. Peccato che proprio da quella scena gli stessi avevano tratto ispirazione, creando un cortocircuito in cui non si sapeva più chi si nutrisse da chi.

A testimonianza di un album quantomeno divisivo, basti ascoltare questa Plug, forse l’episodio meglio riuscito del disco, dove tra cassa dritta, campionamenti sparati a nastro e voci registrate che ripetono all’infinito banalità come bitch, l’unica cosa che rimane vagamente riconoscibile è la voce di Sébastien, seppur soffocata sotto tonnellate di filtri. Fosse stata l’opera prima di un gruppo sconosciuto poteva anche andare, ma il passato era troppo pesante per poter reggere il confronto. Quello stesso peso che in poco tempo ha portato i Corpus al definitivo e inevitabile scioglimento.

Corpus 

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