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Corpus Delicti: Motherland
I-I-mbronciatissimi!

La ricerca continua del suono nuovo.

Con un anno glorioso alle spalle, i Corpus Delicti tornano in studio a inizio 1995 per dare il seguito al fortunato Sylphes. L’idea iniziale era quella di fare uscire un altro mini-CD, ma tra una cosa e l’altra siamo di fronte a un “quasi album”, un po’ tipo Ashes dei Christian Death, per intenderci.

Avvolto in un enigmatico e tutt’altro che canonico digipack dominato dal color marrone, Obsessions è un lavoro autunnale, dove giornate di sole immersi nella natura che sta mutando si alternano a periodi di pioggia chiusi in casa a rimuginare su se stessi. Ecco allora che a corse a perdifiato (Broken) si alternano momenti introspettivi e acustici (The Drift), inediti assoli immersi nel wha-wha (Treasures) ed esperimenti come Appealing Skies, dove – se mai qualcuno si fosse posto la domanda – si trova la risposta al quesito: come avrebbero suonato i Joy Division, sempre prodotti da Martin Hannett, ma immersi nel goth anni ‘90 vivendo nel Sud della Francia? Ecco, probabilmente così.

È un disco più “aperto”, Obsessions, che riesce anche a lasciare spazio alla poesia dolceamara in musica raggiungendo livelli di pathos incredibili. Motherland ne è l’esempio più lampante: melodia ariosa e malinconica con punte di e-bow a intrecciarsi con le tastiere, ritmica (per quanto possibile, parlando di loro) semplice, cantato sentito e testo profondo. L’arpeggio del bridge tra il ritornello e la strofa è da manuale e mette in luce lo stile personalissimo di Jérôme, uno dei chitarristi più sottovalutati della sua generazione nel genere. Ecco, questo è il punto: i Corpus Delicti spiccavano proprio perché in entrambe le formazioni storiche erano un quadrilatero di talenti, ognuno con le sue peculiarità, un’alchimia che, finché le cose sono andate bene – soprattutto a livello personale –, ha trasformato in oro ogni cosa che toccava: musica che andava ben oltre la moda del momento o i generi in senso stretto, che a distanza di trent’anni si può dire sia invecchiata benissimo, come solo i grandi classici possono fare.

Lo stato di grazia della band era visibile anche sui palchi, tra festival, concerti singoli, tra cui pure un paio di date italiane.

Corpus Delicti 

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