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Corpus Delicti: Head Cut
Cambio di look e non solo

La testa è la parte migliore. Prima di perderla.

Una delle cose che andava più di moda nella seconda metà degli anni ‘90 – complice anche un costo di produzione dei CD bassissimo rispetto agli altri formati che lo avevano preceduto (e che, essendo più caro per l’acquirente, assicurava profitti notevoli nelle casse delle label, se il prodotto veniva venduto bene) – erano gli album tributo. Il gioco era semplice, si prendevano alcune band facenti parte più o meno della stessa area musicale e si faceva loro coverizzare un brano di un artista famoso. Ecco allora le varie compilation punk, metal o goth dedicate a mostri sacri quali Pink Floyd, Cure, Doors o chicchessia.

Tra le varie etichette che – legittimamente o meno – stampavano cose simili c’era la Cleopatra, nota label tuttora in attività che non ha mai fatto un passo indietro quando c’era da guadagnare qualcosa. Se da una parte a livello artistico ed economico era tutto sul limite della legalità (etichette minori rubavano letteralmente queste raccolte, le rimpacchettavano con titolo e copertina diversa e inondavano il mercato dei cestoni degli autogrill sperando di fare due soldi mettendo la scritta “Led Zeppelin” ben visibile e scrivendo “a tribute to” in caratteri da ultima riga della tavola optometrica), dall’altra poteva essere comunque un buon mezzo per le band di far girare il loro nome. Quindi, per tradizione, qualche cover registrata in studio la si teneva sempre nel cassetto.

I Corpus Delicti non si sono sottratti a quel gioco, ma i risultati sono sempre stati eccellenti. La loro versione di Suffragette City di David Bowie era rispettosa quanto basta, pur evitando il plagio in copia carbone fatto il decennio precedente dai Bauhaus con Ziggy Stardust, mentre la rilettura di Atmosphere dei Joy Division riusciva nella sua diversità a non far rimpiangere troppo l’originale, entrando anche a far parte di qualche setlist per accontentare il pubblico che la richiedeva a gran voce.

Discorso diverso per Head Cut: registrata nel 1996 con un nuovo membro alle tastiere (David), il brano è una sorprendente rilettura di uno dei pezzi meno considerati (a torto) di quel capolavoro che era Juju dei Siouxsie and the Banshees. Qui il classico della Ice Queen viene davvero stravolto, e con lui anche buona parte del sound dei Corpus Delicti. Messi da parte il romanticismo poetico e le atmosfere riflessive, la fanno da padrone sampler e distorsioni che – escludendo il basso – mettono pressoché in secondo piano la parte “umana” dell’interpretazione. Sembra quasi che i nostri vogliano distaccarsi dal suono che li ha fino a quel momento contraddistinti, e non è forse un caso che proprio questa sia stata l’ultima pubblicazione ufficiale a utilizzare il moniker completo.

Un anticipo di quello che verrà, insomma, ma che resta una piccola perla che va oltre il semplice concetto di cover e che per molti anni ha riempito le piste da ballo nel momento in cui pizzi e merletti lasciavano spazio a vinile, latex e improbabili colorazioni fluo.

Corpus Delicti 

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