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A volte è necessario approfondire. Per capire da dove arriva la musica di oggi, e ipotizzare dove andrà. Per scoprire classici lasciati indietro, per vedere cosa c’è dietro fenomeni popolarissimi o che nessuno ha mai calcolato più di tanto. Queste sono le storie di HVSR.

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Beck e Mellow Gold: storia di un falso perdente

I'm a loser baby, so why don't you kill me?

Trent’anni e non sentirli: può sembrare un mero sfoggio di retorica, un eccesso di enfasi, uno slogan pubblicitario per spingerci a riacquistare l’ennesima ristampa. Una volta tanto, invece, è la pura e semplice verità.

  • Artista: Beck
  • Titolo: Mellow Gold
  • Anno: 1994
  • Tracklist:
    1. Loser – 3:55 (testo e musica: Beck Hansen, Carl Stephenson)
    2. Pay No Mind (Snoozer) – 3:15 (testo e musica: Beck Hansen)
    3. Fuckin with My Head (Mountain Dew Rock) – 3:41 (testo e musica: Beck Hansen)
    4. Whiskeyclone, Hotel City 1997 – 3:28 (testo e musica: Beck Hansen)
    5. Soul Suckin' Jerk – 3:57 (testo e musica: Beck Hansen, Carl Stephenson)
    6. Truckdrivin Neighbors Downstairs (Yellow Sweat) – 2:55 (testo e musica: Beck Hansen)
    7. Sweet Sunshine – 4:14 (testo e musica: Beck Hansen, Carl Stephenson)
    8. Beercan – 4:00 (testo e musica: Beck Hansen, Carl Stephenson)
    9. Steal My Body Home – 5:34 (testo e musica: Beck Hansen)
    10. Nitemare Hippy Girl – 2:55 (testo e musica: Beck Hansen)
    11. Mutherfuker – 2:04 (testo e musica: Beck Hansen)
    12. Blackhole + Analog Odyssey (hidden) – 7:33 (testo e musica: Beck Hansen)
  • Formazione:
    • Beck Hansen – voce, chitarre, basso, armonica, sintetizzatori
    • Carl Stephenson – campionamenti, produzione, sitar
    • Petra Haden – violino
    • Rob Zabrecky – basso
    • David Harte & Mike O'Connor – batteria

Il cantautore mutante

Uno dei più grandi romanzieri mai esistiti insegna che il passato non muore mai. Tuttavia, è proprio dalla decostruzione e da una successiva, meticolosa ricostruzione delle radici che William Faulkner ha ottenuto una letteratura d’avanguardia, come poche altre in grado di scavare nella natura (umana e non) e nei rovelli che ci assalgono quando il ritmo della vita rallenta. In fondo, se estinguere i debiti con ciò che è stato è davvero così complicato, un motivo deve pur esserci. Forse significa che non si tratta di un atto obbligatorio, ma di una scelta.

Sta di fatto che, al pari di qualsiasi disciplina creativa, anche nella musica sapere da dove provieni aiuta a forgiare una visione. A prescindere dal grado di fedeltà verso il retaggio, che si prediliga la forma o l’essenza, la continuità o la rottura, in qualsiasi epoca si costruisce sulla base del già esistente per catturarne lo spirito, plasmarlo e superarlo in un unico gesto. Questo rimane: non le mode passeggere, i sensazionalismi un tanto al chilo o le statistiche di vendita.

Medesimo discorso per l’influenza su stili, cultura e società e per saper raggiungere chiunque in qualsiasi epoca con argomenti e lessico sempre adatti. Caratteristiche che associamo ai classici e non sussistono dubbi che, lungo il trentennio che ci separa dal suo album storicamente più rilevante, Beck sia diventato una pietra di paragone. In realtà, grande lo era dall’inizio del suo teatro di metamorfosi, quando negli anni Novanta – in tempi di contaminazione estrema dei quali è un’icona: non avrebbe potuto darsi altrimenti – ha trasformato i cut-up di William Burroughs e un atteggiamento dadaista in favolosi tormentoni sovragenerazionali.

Slide guitar dadaista.

Capolavoro del quale identifichi gli elementi costituitivi a fronte di un risultato inaudito, il blues che si fonde con l’hip hop e viceversa di Loser si incollava al cervello e (non) raccontava i figli del riflusso – la cosiddetta “Generazione X” – per delineare un nuovo songwriter. Un cantore post-postmoderno brillante e scazzato, stupefatto e sagace, che nei suoi pastiches mescola tanti ieri con un domani in cui sonorità, metodo e messaggio sono patrimonio comune, interpretato con intelligenza da figure del calibro di Eels, Black Keys, Badly Drawn Boy, Cody ChesnuTT, Ty Segall.

Nel frattempo, tra fisiologici alti e bassi Beck ha gestito fama e maturità con eleganza, forte di una riscrittura di linguaggi che ne ha ampliato gli orizzonti e di una giostra di mutazioni che, restituendo la complessità del mondo, ricorda la fluidità in divenire di David Bowie. Così simili la spiazzante disinvoltura mista di passione e calcolo, una sperimentazione arguta però immediata, l’autenticità racchiusa nella messa in scena delle emozioni, da instillare il dubbio che un sistema efficace per affrontare il passato risieda in un “classicismo a sé” e in un vissuto che scandisce i cambiamenti. In un cerchio chiuso da eclettico maestro, da camaleontico alchimista, da uno e centomila però mai nessuno. E, se vi piace, chiamatelo Beck.

Chiamatemi come vi pare, ma non Jeff.

Un lento apprendistato

Dimmi da dove vieni e ti dirò chi sei. Vale eccome per il ragazzo cresciuto in un ambiente che sarebbe riduttivo definire stimolante: il padre, David Campbell, è un compositore/musicista canadese che ha arrangiato lavori di artisti prestigiosi (più avanti si occuperà di Sea Change, l’opera più intensa del figlio) mentre mamma Bibbe Hansen frequentava la Factory di Andy Warhol. Non finisce qui, poiché il nonno materno Al è una figura di spicco del movimento Fluxus che molto probabilmente ha influenzato il nipote con lavori di stampo collagistico.

In questo terreno di coltura, Bek David Campbell – nome ritoccato per le continue storpiature che aggiungevano la “c” – nasce a Los Angeles nell’estate 1970. I genitori si separano che lui va alle elementari e da qui in poi prevale il cognome della madre, mentre lui inizia ad accostarsi a blues e folk da fan dell’hardcore punk. L’apertura mentale ben più che in embrione, a diciannove anni Hansen si stufa dei banchi di scuola, prende un autobus per la costa opposta e bazzica il giro anti-folk del newyorchese Greenwich Village, scena piccola ma vivace che lo spinge ad approfondire l’aspetto autoriale.

Beck Hanson Hansen.

Pochi i mezzi, tante le idee: su tutte la volontà di iniettare lo Zeitgeist in un preciso ambito del retaggio musicale del proprio Paese. Il che, ricollegandoci a quanto scritto a proposito dei Pavement, significa ragionare sulla disillusione e sulla sfiducia verso il futuro nutrite dagli slackers, bambini che il consumismo e la crisi delle ideologie hanno reso adulti fragili, circondati da un capitalismo spersonalizzante e brutale e dai rottami del sogno americano. Non un caso, allora, se la musica che attende dietro l’angolo sembrerà assemblata con oggetti rinvenuti chissà dove.

In tal senso è eloquente la copertina di Mellow Gold, che spiega come tra la Biblioteca del Congresso, una discarica e la bottega di un rigattiere non ci sia differenza per chi cerca le materie prime per comporre i suoi ready-mades. Bisogna comunque arrivarci: i passi intermedi sono alcune cassette do it yourself, il rientro nella Città degli Angeli, lavori sottopagati con i quali mantenersi e concerti per farsi notare.

Alla fine, il venti-e-qualcosa dall’abbigliamento eccentrico e la sgangherata sei corde acustica riesce a impressionare Rob Schnapf e Tom Rothrock, produttori a capo della piccola Bong Load che lo convocano nello studio domestico di Carl Stephenson, tassello mancante della vicenda. L’intesa scatta immediatamente con un bizzarro fabbro che uscirà allo scoperto nel ‘97 nascosto dietro la sigla Forest for the Trees, perché il genio e l’artigiano riconoscono la reciproca complementarità escogitando un equilibrato e innovativo cocktail tra tecnologia e tradizione.

Il "loserismo" già si sente eccome.

Il modus operandi – che talvolta confina con una casualità abilmente sfruttata – è esemplificato alla perfezione da Loser, dove Stephenson stende un ritmo secco e ipnotico scippato a Dr. John, lo taglia in orizzontale con una slide e incornicia il tutto con campionamenti e florilegi di sitar, disegnando lo scenario per un oppiaceo rap che culmina nell’irresistibile ritornello bilingue. Non è blues, non è hip hop, non è folk, non è rock. È il memorabile sigillo dell’accordo stretto nel gennaio 1993 con la Bong Load che vede la luce su un 12” stampato in cinquecento copie. Beck ancora non lo sa, ma ha appena staccato il biglietto per il successo.

Buchi neri e lattine di birra

Messa da parte la nostalgia, scorrendo una lista di album targati 1994 balza all’occhio un meticciato totale cui Beck contribuisce in misura rilevante e che, accanto al suo superamento in chiave “post”, rappresenta l’ultima autentica rivoluzione del rock. Nei pazzi e fertili anni Novanta accade di tutto e di più: ad esempio, che una canzone si faccia largo – con modalità che oggi definiremmo virali – da un paio di radio californiane fino a conquistare il globo e il canale televisivo in precedenza sbeffeggiato nel singolo per la flipside MTV Makes Me Want to Smoke Crack.

Lungo una fulminea, inarrestabile ascesa, l’etichetta esaurisce la tiratura di Loser per la pioggia di richieste delle emittenti, mentre le major corteggiano un inclassificabile sconosciuto che somiglia al fratello minore carino di Thurston Moore. Vince la Geffen, immettendo sul mercato la ristampa in CD di Loser a inizio ‘94, nondimeno il Nostro ha aggiunto al contratto una clausola che gli permette di continuare a pubblicare per marchi indipendenti, diversificando la discografia sull’esempio di Julian Cope e anticipando i compagni di scuderia Sonic Youth: mossa che, dando sfogo a interessi molteplici, conserva credibilità presso il pubblico alternativo più schizzinoso e sistema un mattone sulla via che conduce alla decima piazza di Billboard e alle graduatorie europee.

Quando i media si affrettano ad affibbiargli il patentino dello slacker e/o del “nuovo Dylan”, di certe baggianate il diretto interessato non vuol sentire parlare e inoltre rifiuta di inserire Loser nel film Scemo e più scemo. Non volendo passare per una meteora né per uno stramboide qualsiasi, a febbraio coglie in contropiede con lo strampalato Stereopathetic Soulmanure, ma sa benissimo che è soltanto un diversivo e che di lì a una settimana (!) Mellow Gold attesterà spessore e talento. In un caleidoscopico ed estroso zibaldone ecco che le piroette e l’introversione si intrecciano con stravagante armonia, con una “media fedeltà” all’insegna del minimalismo e dell’attenzione al dettaglio, con un umorismo qui tagliente e là surreale e una profondità a lento rilascio.

Non farci caso come filosofia di vita.

Aperta da Loser, una scaletta congegnata con maestria alterna ballate spettrali e imbambolate che traslocano Syd Barrett e Skip Spence nei solchi di On the Beach, episodi che eleggono un’umorale imprevedibilità a ragion d’essere e ibridi sgorgati da ipotetici zapping sonori. Alle Pay No Mind, Blackhole e Whiskeyclone, Hotel City 1997 che ciondolano in un’avvolgente e sardonica catatonia, replicano il blues di erbe e acidi Fuckin’ With My Head e i Beastie Boys sbilenchi di Soul Suckin’ Jerk. Per i Fugs del Duemila evocati in Sweet Sunshine e quelli con ospite Kevin Ayers di Nitemare Hippy Girl, trovi una Beercan da Prince e Sly Stone devo-luti. Se Truckdrivin’ Neighbors Downstairs è l’incubo torpido in cui gli Who rinascono Butthole Surfers, Steal My Body Home parte dal trip hop per svoltare nel raga e atterrare su un country lisergico, laddove la graffiante Mutherfucker riconcilia Jon Spencer e Royal Trux.

L'alcol fa male bene.

Il resto, come si suol dire, è Storia. A dispetto di un tragitto dalle apparenti svolte improvvise, il Beck del periodo ehm… aureo, che nel prosieguo di carriera consegnerà gli apici Odelay e Sea Change, l’apprezzabile Mutations e lo strepitoso Midnite Vultures, è già pressoché tutto contenuto nel “vero” album di esordio. In una manciata di canzoni spiazzanti e stralunate, che sono entrate nella testa e nel cuore anche se tuttora non sai spiegarti come facciano a reggersi in piedi. Magnifici meccanismi a orologeria che si fanno beffe del tempo che scorre come il finto nerd che ne è responsabile. Perché «he’s a loser winner, baby, and you won’t kill him».

Beck 

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