New Music

Una volta alla settimana compiliamo una playlist di tracce che (secondo noi) vale davvero la pena sentire, scelte tra tutte le novità in uscita.

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... Tutte le tracce che abbiamo recensito dal 2016 ad oggi. Buon ascolto.

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A volte è necessario approfondire. Per capire da dove arriva la musica di oggi, e ipotizzare dove andrà. Per scoprire classici lasciati indietro, per vedere cosa c’è dietro fenomeni popolarissimi o che nessuno ha mai calcolato più di tanto. Queste sono le storie di HVSR.

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L’incantesimo XTC

Andy Partridge e Colin Moulding, ovvero cose buone da Swindon.

Che gusto c’è a essere intelligenti se il pubblico ti ignora? Ad esempio, il gusto di vantare la statura dei classici sempre attuali, di contare sugli elogi della critica e di potersi dire parte della storia. Ecco: c’è quel gusto lì.

Un gioco complicato

Il tempismo ha un ruolo fondamentale quando armeggi con il pop d’autore. Nel caso in cui non ti sia riuscito di cavalcare lo Zeitgeist, a un certo punto diventi un nome di culto o un a sé come gli XTC, (im)puro distillato di classe cui è mancato soltanto il clamore su vasta scala. Meritatissimo, anche se magari avrebbe sciupato tutto e allora va bene così, siccome basta e avanza la fine poco dignitosa di U2 e Simple Minds.

Del resto, la strada che percorri è anche questione di scelte e il successo di massa può rivelarsi una trappola mortale. Nella giostra del what if, provate a pensare a cosa sarebbe accaduto se Ian Curtis avesse evitato il salto estremo. I Joy Division si sarebbero trasformati in un gruppo “post-punk da arena” come teorizza Simon Reynolds o avrebbero invaso la pista da ballo con un’ipotesi più ombrosa dei New Order?

Tornando al punto: non fossero stati troppo intelligenti, che svolte avrebbe preso la carriera dei (non più) ragazzi di Swindon? Attenendosi ai fatti, l’unica certezza è che il fedele seguito li apprezzerà in eterno e idem una stampa che non li ha mai collocati sotto il vetrino revisionista. Entrambi con piena ragione, dal momento che la parabola degli artigeni per antonomasia disegna un percorso coerente in cui ogni passo possiede un’identità precisa e contribuisce a uno splendido quadro d’insieme.

Prerogativa dei veri grandi, quella, e per chi sa non sussistono dubbi sulla statura di Andy Partridge e Colin Moulding. Tutti gli altri si perdono meccanismi a orologeria che saldano ricerca e slancio scrivendo il manuale della perfetta pop song, spiazzandoti sempre e comunque con trovate geniali che paiono spuntare dal nulla e subito rivelano la loro perfezione. Sale la rabbia al pensiero di ciò che meriterebbero i due in termini di notorietà, ma pur essendo arduo immaginarli nei panni delle rockstar, restano un punto fisso nell’evoluzione rock per un canzoniere favoloso e l’arguzia nel mappare nuovi territori.

Tra tante altre cose, Andy e Colin hanno graffiato il sixties pop con schegge post-punk e la devianza di Captain Beefheart, tuttavia il loro talento non può essere affidato a un solo disco. Fedeli alla linea dell’integrità, tra svariate vicissitudini patite con l’industria non si sono svenduti né hanno annacquato la cifra stilistica e metodologica che rappresenta un modello per diverse generazioni e vede la propria rilevanza crescere nel tempo. Ossimoro che sboccia in realtà, gli XTC sono classici moderni. La dimostrazione che c’è gusto a essere intelligenti nel pop.  

Non necessariamente per essere intelligente devi anche sembrarlo.

Provinciali a chi?

La provincia: un’oasi dove la noia striscia in perfide increspature, però anche un luogo in cui cadenze di vita a misura d’uomo si fondono alla rivalsa sulla metropoli e al distacco critico, modellando un terreno fertile che regala frutti sorprendenti. Eccezione che conferma la regola, Swindon sonnecchia tranquilla al di là della Manica tra Reading e Bristol.

Orgoglio locale è il museo ferroviario, lascito di un diciannovesimo secolo in cui la città si occupava della manutenzione di treni e strutture della Great Western Railway. A rimarcarne la bizzarria ecco il magic roundabout, una rotatoria stradale composta da altri cinque rondò costruita nel 1972 e folle diavoleria da gag dei Monty Python che per molti versi ricorda le canzoni di Mr. Partridge, calabroni sonori che non potrebbero esistere e invece ti si piantano in testa rapidi e astuti.

Istruzioni per l'uso.

Nel ’72 degli XTC esiste l’embrione Star Park, in cui militano Andy (cantante/chitarrista autodidatta), l’amico Moulding (basso, voce e compositore meno prolifico), Terry Chambers alla batteria e un altro chitarrista che molla di lì a un triennio, quando i ribattezzati Helium Kidz sterzano verso un cocktail di glam, proto-punk e anni Sessanta. Scartata Dukes of Stratosphear, scelgono la ragione sociale definitiva, nel ‘76 accolgono il tastierista Barry Andrews e in pieno punk si fanno notare ponendo le basi del “dopo”.

Al solito lungimirante, John Peel li invita alla BBC scatenando un’asta vinta dalla Virgin e nell’ottobre 1977 l’EP 3D propone le eccentricità focalizzate e le melodie oblique che rendono White Music un debutto assai adulto. Come nell’EP, la regia di John Leckie aiuta a nascondere la cantabilità dentro gusci dissonanti e ritmi pazzi allorché si osservano i Roxy Music con le lenti dei Talking Heads (I’m Bugged, New Town Animal in a Furnished Cage, Spinning Top) e dei Devo (Radios in Motion, I’ll Set Myself on Fire, Neon Shuffle), aggiornando la lezione beatlesiana (This Is Pop?, Statue of Liberty, Into the Atom Age) e sfigurando All Along the Watchtower in un nevrastenico rocksteady dove risuona l’eco di Beefheart.

Notare la Statua della Libertà che regge il microfono.

Nello stesso 1978, per il seguito i quattro interpellano Brian Eno e questi, in un reciproco scambio di cortesie tra fan, risponde che hanno le carte in regola per fare da soli; ciò nonostante in Go 2 le cose memorabili stanno sulle dita di una mano. Battery Brides (Andy Paints Brian), Meccanik Dancing, The Rhythm e Beatown girano gustose e spigliate attorno all’esordio con un pizzico di sperimentalismo in più, mentre a farsi ricordare è una copertina metapop curata dalla Hipgnosis che ragiona sulla dinamica tra artwork e mercato. Ottimo il 45 giri Are You Receiving Me? e incolpevole Leckie, è chiaro che l’equilibrio tra Andrews e Partridge è andato a rotoli.

Forte e chiaro.

Barry lascia – lo rivedremo con Robert Fripp e negli Shriekback – e la mossa vincente è convocare l’esperto chitarrista David Gregory. L’asse si sposta sull’interazione tra sei corde, incastri armonico-ritmici e melodie bislacche evidenziata dalla prima canzone con il nuovo arrivato, lo zompettante singolo di Colin Life Begins at the Hop. La svolta è dietro l’angolo.

Tamburi e cavi

Convocato per i toni tribali donati a The Scream di Siouxsie, con il braccio destro Hugh Padgham, è Steve Lillywhite a curare il “difficile terzo album” che nel 1979 pone l’accento sulle chitarre – limpide, intricate, guizzanti – e la spazialità della batteria. Si spiega così il titolo Drums and Wires per un capolavoro all’insegna della creatività più sottile, energica e stravagante, di tessiture dalle quali non levi una nota o un intarsio, di uno stellare standard compositivo.

Perfezione che balza all’orecchio fin dall’apertura Making Plans for Nigel, gioiello di Moulding avvitato su uno schema che ribalta l’uso classico di pelli e piatti spedito a centrare la diciassettesima piazza nella chart. Alle estrose Helicopter, Scissor Man e Reel by Reel, che interpretano la frenesia di David Byrne, replicano l’alienazione circolare di Day in Day Out, il jingle-jangle con tromba That Is the Way e il luccichio tra Smiths e Go-Betweens di Ten Feet Tall.

Lobotomia, portami via!

Se le articolate Roads Girdle the Globe e Millions porgono ipnosi dalle venature esotiche, Outside World è countrybilly mutante, When You’re Near Me I Have Difficulty un tortuoso ska bianco e la conclusiva Complicated Game un delirio in crescendo schiaffeggiato da ronzii, riverberi e saturazioni.

Tale è l’inventiva che nelle prime copie dell’LP si allega un 7” con le pregevoli Chain of Command e Limelight, nondimeno il ferro va battuto caldo e, oltre alla fitta attività concertistica, l’etichetta chiede un altro pezzo da Top 20. Andy avverte la competizione e nel 1980 si impunta sulla cartolina da una Giamaica immaginaria Wait till Your Boat Goes Down, fiasco totale con nefaste conseguenze sulla psiche di un dipendente dal Valium come i giorni spesi on the road, che per lo meno hanno il merito di sviluppare tiro e intesa.

Lo dimostra nel settembre 1980 Black Sea, che conferma Lillywhite e Padgham limando le asprezze in un “live in studio” memore di Beatles e Kinks. Le raffinate Towers of London, Generals and Majors e Sgt. Rock arrivano a una platea più ampia grazie al dinamismo che impreziosisce una Respectable Street mediana tra Rubber Soul e Face to Face, le esuberanti Living through Another Cuba e Burning with Optimism’s Flames, la dolce tensione di Love at First Sight e No Language in Our Lungs. Durante la tournée negli stadi di spalla ai Police la salute di Andy inizia a sgretolarsi e il 2 giugno 1981 gli XTC tengono a Cardiff l’ultimo concerto in madrepatria.  

Il pranzo è servito!

Sensi in sovraccarico

Ricordate l’epoca in cui quattro facciate di vinile custodivano l’essenza di un’artista che nel frattempo puntava il domani? Dal 1982 English Settlement appartiene al ristretto club ed è tra i pochi successi degli XTC, quinto in graduatoria sulla spinta dei Byrds sbilenchi di una Senses Working Overtime che sfiora a sua volta i Top 10. Lo metti su per l’ennesima volta, poi un’altra e un’altra ancora. Inesorabilmente, sei preso all’amo com’è giusto che sia trattandosi di pop d’autore e, per la medesima ragione, canzoni che conosci a memoria svelano aspetti inediti.

A monte della magia troviamo una felice concatenazione di eventi: l’urgenza da parte del capobanda di attenuare la pressione con sonorità meno esagitate, la pienezza espressiva del suo contraltare, una complessità che fa rima con eterogeneità, arrangiamenti fantasiosi e bilanciati. L’equilibrio valorizza i brani e l’atmosfera generale di un capo d’opera in cui recita da protagonista anche la strumentazione, che adotta chitarre acustiche e a 12 corde, gommosi bassi fretless e un’elettronica dal taglio umanista.

Decisamente meno esagitate, le sonorità.

Bravo Padgham a cogliere ogni sfumatura di una popclopedia dalla quale non si vuole scartare nulla e allora si opta per un doppio, come era accaduto non a caso con il White Album. Moulding offre la squillante Runaways, un’irrefrenabile Ball and Chain, la fragrante ritmica dispari di English Roundabout e l’agitato impeto di Fly on the Wall. Da par suo, Andy dispiega il campionario di metodica follia (Yacht Dance: reggae latino per alienati sorridenti; Down in the Cockpit: medesimi destinatari e pura isteria funk), indagini sociali tutt’uno di Kinks e Blur (Leisure, Knuckle Down) e falsi etnici che mescolano l’attitudine dei Can e l’estetica dei Talking Heads (Melt the Guns, It’s Nearly Africa).

Splendida e significativa, la copertina raffigura il cavallo bianco di Uffington omaggiando la tradizione, vestendo a nuovo antiche metafore e svelando timori contemporanei (Jason and the Argonauts, No Thugs in Our House), racchiudendo l’ansia in una sfoglia e annunciando il futuro (Snowman, All of a Sudden). La strada pare spianata, ma in tour Partridge fa altre e peggiori bizze finché una visita americana viene cancellata per ventimila sterline di debiti. Il “non gioco più, me ne vado” nei confronti del palco è definitivo. Che diamine, se ha funzionato per quelli che dicevano di essere più famosi di Gesù…

Giusto prima di andarsene.

Pastorale britannica

Con il leader in casa a riprendersi emergono ulteriori magagne. Il manager Ian Reid si è intascato un sacco di soldi, ha combinato casini con il fisco e non ha ridiscusso il contratto dopo l’incremento delle vendite: al verde, i ragazzi intentano causa e ne deriva una lunga guerra a colpi di carte bollate. Frattanto Terry ha messo su famiglia, di suonare senza tour non vuol saperne e da qui in poi niente più batteristi ufficiali. Ciliegina sulla torta, per il sesto LP Martin Rushent ha smosso poco, con Steve Nye si è faticato e dopo che ci hanno messo le mani Bob Sargeant, Alex Sadkin e Phil Thornalley i costi sono lievitati. Ovviamente, delle hit chieste dalla Virgin non c’è manco l’ombra.

Ciò premesso, nell’83 Mummer prosegue con disinvoltura la direzione “bucolica” citando nel titolo le mascherate rituali dell’Inghilterra occidentale, ma, più dell’involuta Human Alchemy, dei risvolti prog di Deliver Us from the Elements e di una formulaica Funk Pop a Roll, persuadono i folk modernisti Ladybird, Me and the Wind e Love on a Farmboy’s Wages, la crema beatlesiana Great Fire e l’avvolgente Wonderland, un’esotica Beating of Hearts e una tristallegra In Loving Memory of a Name.

Questa la suono da seduto.

Purtroppo, in pieno New Pop passano inosservate e gli XTC non riusciranno più a mettere d’accordo critica e pubblico. Di lì a dodici mesi The Big Express ricava un concept dal passato di Swindon che riscopre l’elettricità, offre perle atemporali (Wake Up, This World Over, I Remember the Sun) e attualizza i Sixties (The Everyday Story of Smalltown, You’re the Wish You Are I Had), insegnando una cosina o due ai Tears for Fears benché David Lord calchi la mano sulla tecnologia.

Urge inventarsi un diversivo e Andy realizza un’idea che culla da anni: una raccolta di ricalchi psichedelici da pubblicare con lo pseudonimo Dukes of Stratosphear, spacciandola come un reperto d’antan. Ai piani alti pensano sia ammattito del tutto, eppure il mini LP 25 O’Clock coglie l’onda neopsichedelica e straccia The Big Express al botteghino. Non sorprende quindi che i “Duchi” siano ringraziati nelle note di Skylarking, siccome ben più di una semplice aura lisergica aleggia sulla terza opera imperdibile del catalogo.

Nella scala “Andy vs. produttore di turno”, il rapporto con Todd Rundgren segna magnitudo otto per le zuffe verbali tra maniaci del controllo, ma artisticamente sfocia in un gioiello di riflessioni, ricordi e inquietudini. Su proposta di Todd, le tracce vengono organizzate in un ciclo che – testimoni la scaletta senza soluzione di continuità e il graduale imbrunirsi dell’umore – trasforma in allegoria esistenziale la descrizione di una giornata dai pigri incanti estivi.

Piccoli preti crescono.

Propulso nelle radio universitarie statunitensi da Dear God, immensa ode all’ateismo relegata sul retro del singolo Grass e successivamente reintegrata, Skylarking coniuga unità d’insieme e un ampio spettro stilistico. L’arcadia oppiacea di Summer’s Cauldron introduce appunto alla sinuosa Grass e da lì alla delicatezza insieme barocca e squadrata di The Meeting Place, il luminoso garage-pop That’s Really Super, Supergirl si appiccica inesorabilmente alle orecchie, Ballett for a Rainy Day e 1000 Umbrellas sgusciano lungo saliscendi di archi e voci e Season Cycle mescola Revolver e Pet Sounds.

La seconda parte si apre sulla tintinnante Earn Enough for Us, poi una spigliata e a tratti chiesastica Big Day funge da passaggio sulla sera, dove dall’estasi nostalgica Another Satellite planiamo sui fondali oceanici di Mermaid Smiled inseguendo il cinematico jazz The Man Who Sailed around His Soul. La quieta disperazione di Dying appartiene ai vertici di un Moulding in stato di grazia e idem Sacrificial Bonfire, rituale dall’orchestrazione maestosa e refrain ascendente. Ignorata in Inghilterra, la bellezza di Skylarking avrà conseguenze importanti.

Il video realizzato nel 2022 in occasione della XTC Convention. Approvato da Andy.

Suoni multicolori

Per ammissione di Partridge, un po’ alla volta gli XTC sfumano nei Dukes of Stratosphear in un cerchio che si chiude. Terminata nell’87 la missione degli alter ego con il frizzante Psonic Psunspot, dalla California sognata si giunge a quella reale cercando la conquista dell’America. Oranges & Lemons viene approntato a Los Angeles con Paul Fox, declinando il technicolor lisergico di Magical Mystery Tour con ricercatezze strutturali e sfarzo anni Ottanta.

Notevoli l’arabeggiante Garden of Earthly Delights, i cristalli Mayor of Simpleton, King for a Day e One of the Millions, le caleidoscopiche Scarecrow People e Cynical Days e la leggiadria di Miniature Sun e Chalkhills and Children, nel 1989 il riscontro commerciale coincide con la chiusura del contenzioso. La Virgin si fa carico dei debiti a fronte di una riduzione delle royalties e dell’impegno per altri sei album. E pensare che per sistemare i conti sarebbe sufficiente un mese di date negli U.S.A., tuttavia Andy si nega anche dopo un giro delle stazioni radio colà tenuto in una pioneristica chiave unplugged.

La versione lunga, con relativo video.

Il cassetto colmo di canzoni, a due anni da Oranges & Lemons la produzione del nuovo LP è appannaggio di Gus Dudgeon, con il quale Partridge battibecca fino al licenziamento. Una scrittura ad alti livelli non lascia trasparire la genesi movimentata di Nonsuch, dove, a differenza dell’omonimo palazzo fatto erigere da Enrico VIII, la vena elaborata non soccombe all’eccesso.

Agili e sciolte, scorrono filastrocche power pop (The Ballad of Peter Pumpkinhead, Dear Madam Barnum, The Disappointed), audaci architetture (The Smartest Monkeys, War Dance, Omnibus), babà degni di Lennon & McCartney (My Bird Performs, Holly Up on Poppy, Then She Appeared) e di Brian Wilson (Wrapped in Grey, Humble Daisy, Rook), capricci affilati (The Ugly Underneath, That Wave) e impennate (Books Are Burning). Tu chiamala, se vuoi, maturità. Altrimenti, l’inizio della fine.

La storia di John Fitzgerald Kenn… ah no.

Nel ’93 la Virgin rifiuta un disco bubblegum pop camuffato da compilation e la rinegoziazione contrattuale, innescando uno sciopero di sette anni nei quali Andy produce il delizioso The Greatest Living Englishman di Martin Newell, non cava un ragno dal buco con i Blur e affronta un divorzio. Infine liberi, nel 1997 gli XTC ricominciano da due volendo approfondire un impianto orchestrale e acustico, ma il budget è minimo, Gregory getta la spugna e il programma è diviso in “volumi” – Apple Venus e Wasp Star – rispettivamente improntati all’orchustic (crasi di orchestral e acoustic frutto della mente di Andy) e a un pop rock elettrico. Opposti gli esiti, nel 2000 una seconda veste in tono minore raccontava il probabile capolinea degli XTC mentre un anno prima Apple Venus offriva fascinosi arazzi in River of Orchids, Easter Theatre, I’d Like That, Harvest Festival e The Last Balloon.

Del calo di ispirazione devono essersi resi conto anche i Fab Two, che non hanno più proposto alcunché di significativo: come succede a chi invecchia con poca grazia, tra un riordino di archivi e l’altro Andy è persino riuscito a litigare con il disilluso e defilato compare. Anche per questo preferiamo ricordare gli XTC nel loro laboratorio di alchimisti postmoderni, intenti a lucidare la pietra filosofale dell’arte pop. Così lontani eppure così vicini, oggi più che mai.

XTC Andy Partridge Colin Moulding 

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