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A volte è necessario approfondire. Per capire da dove arriva la musica di oggi, e ipotizzare dove andrà. Per scoprire classici lasciati indietro, per vedere cosa c’è dietro fenomeni popolarissimi o che nessuno ha mai calcolato più di tanto. Queste sono le storie di HVSR.

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Yankee Hotel Foxtrot: il capolavoro dell'ultima grande band americana

Quando gli Wilco ci insegnavano come combattere la solitudine.

Una regola ricorrente nella “nostra” musica prevede che i capolavori giungano in un momento difficile. Vale eccome per Jeff Tweedy e compagni, anche se la crisi affrontata dal disco che li consegna alla storia coinvolge un’intera epoca. E coinvolge tutti noi, che non smetteremo mai di affrontare il peso del nine eleven.

  • Artista: Wilco
  • Titolo: Yankee Hotel Foxtrot
  • Anno: 2002
  • Tracklist:
    • I Am Trying to Break Your Heart – 6:57 (testo e musica: Jeff Tweedy)
    • Kamera – 3:29 (testo: Jeff Tweedy / musica: Jeff Tweedy, Jay Bennett)
    • Radio Cure – 5:08 (testo: Jeff Tweedy / musica: Jeff Tweedy, Jay Bennett)
    • War On War – 5:27 (testo: Jeff Tweedy / musica: Jeff Tweedy, Jay Bennett)
    • Jesus, Etc. – 3:50 (testo: Jeff Tweedy / musica: Jeff Tweedy, Jay Bennett)
    • Ashes of American Flags – 4:43 (testo: Jeff Tweedy / musica: Jeff Tweedy, Jay Bennett)
    • Heavy Metal Drummer – 3:08 (testo e musica: Jeff Tweedy)
    • I'm the Man Who Loves You – 3:55 (testo: Jeff Tweedy / musica: Jeff Tweedy, Jay Bennett)
    • Pot Kettle Black – 4:00 (testo: Jeff Tweedy / musica: Jeff Tweedy, Jay Bennett)
    • Poor Places – 5:15 (testo: Jeff Tweedy / musica: Jeff Tweedy, Jay Bennett)
    • Reservations – 7:22 (testo e musica: Jeff Tweedy)
  • Formazione:
    • Jeff Tweedy – voce, chitarra
    • John Stirratt – basso, tastiere
    • Leroy Bach – tastiere, chitarra steel, sassofono
    • Glenn Kotche – batteria, percussioni
    • Jay Bennett – chitarra

Un gruppo, un simbolo

L’universo della musica popolare è abitato da artisti delle più svariate nature e, nello spazio tra capisaldi, culti e nomi sovragenerazionali, un posto rilevante lo occupano i “gruppi simbolo”. Li avete presente, no? Sono quelli che diventano parte delle nostre vite e le migliorano. Quelli che, con il cuore in mano, mettono d’accordo critica e fan. Quelli cui perdoni i passi falsi, poiché osano cambiare alla faccia delle false sicurezze. Figure sempre più rare, delle quali avverti nelle generazioni più giovani sia la mancanza che il bisogno ed è un (piuttosto brutto) segno dei tempi.

Di conseguenza, dobbiamo rivolgerci al passato per assegnare il ruolo agli Wilco se cerchiamo un candidato plausibile negli Stati Uniti. Provateci pure, a elencare i difetti di Jeff Tweedy e compagni: ammesso che ne esistano, si tratterebbe di peccati veniali assolvibili in ragione di una carriera all’insegna della classe, della passione e dell’ingegno. Di più non si può ragionevolmente chiedere a una band che ha esteso i confini del “classic rock” abbracciando l’avanguardia e che, da versione moderna di The Band, si confronta con un ampio retaggio mettendo insieme Big Star e Neil Young, Beatles e Gram Parsons, Bob Dylan e Beach Boys, Television e Rolling Stones in una sorta di luogo sonoro, dove i cerchi si chiudono per riaprirsi subito e le citazioni rappresentano le fondamenta di una perenne attualità e di un carattere riconoscibile.

Se ci riflettete bene, non è un paradosso: semmai, il prodotto del genio e dell’etica del lavoro che permettono di diventare autentici maestri. Eloquente al proposito un crossover che mescola epoche e stili in fattezze inaudite, usando l’attitudine al rischio e il vissuto come collante per epifanie che riflettono sui massimi sistemi e una profondità con la quale viene spontaneo identificarsi. Dal loro alveo di virile malinconia, esempi di gusto melodico, sapienza compositiva e sobrietà strumentale piegano l’esistenza nell’arte e viceversa, donando alla musica un “valore aggiunto” che la trascende.

Gruppo simbolo, a prima vista.

Più che altrove in Yankee Hotel Foxtrot, mirabile opera che da due decenni abbondanti osserva la sua statura crescere stagione dopo stagione. Una qualità degna dei capolavori assoluti, come il fascino fresco e sfuggente, l’arrivare da lontano per portarci lontano e, citando lo stesso Tweedy, di «partire affinché si possa tornare». Perché a volte il futuro lo abbiamo alle spalle, e il segreto sta nel rendersene conto.

Sotto cieli blu

Gli Wilco nascono da ceneri che non appartengono alla bandiera americana ma agli Uncle Tupelo, che dall’Illinois provinciale hanno dato il via a un movimento che prende il nome dal loro LP di debutto. Un titolo a sua volta significativamente legato all’omonimo brano della Carter Family che i ragazzi erano soliti rileggere, spiegando come accanto a Hüsker Dü, Replacements e Minutemen esistesse una tradizione da rinnovare. Lo riassumi così il senso di No Depression, che nel 1990 coniugava punk, alt rock e country tramite i denominatori comuni dell’onestà, della schiettezza e del minimalismo in un gesto presto imitato da schiere di seguaci.

A guidare la locomotiva Jeff Tweedy e Jay Farrar, venti-e-qualcosa che recapitano altri tre pregevoli dischi, firmano con una major e poi sfasciano il sogno perché non si sopportano più. Sottolineando contributi differenti però complementari all’alchimia appena dissolta, Farrar fonda i Son Volt e Jeff allestisce gli Wilco con altri cocci degli Uncle Tupelo, tra cui spicca il bassista John Stirratt. La fenice risorge talmente rapida da incidere un album su Reprise senza chitarra solista, imbracciata dall’ospite Brian Henneman dei Bottle Rockets, ma nel ‘95 A.M. è giusto un rodaggio che indica la necessità di scrollarsi di dosso un’eredità ingombrante. Dopo aver accolto Jay Bennett a sei corde e tastiere, l’anno seguente Being There compie un balzo avanti in termini di scrittura e coesione, ancorandosi all’Americana allorché azzarda slanci power pop, tentazioni soul e omaggi mai banali agli anni Sessanta.

Un rimescolamento in squadra e nel 1998 scrosciano applausi per Mermaid Avenue, collaborazione con Billy Bragg in cui parole inedite di Woody Guthrie sono musicate in un ennesimo ponte tra ieri e oggi. Considerando un linguaggio che adotta diverse inflessioni e tonalità, lo stato di grazia raggiunge un primo apice con Summerteeth, che in coda al decennio sancisce il distacco dall’alt country verso un pop rock intessuto di chiaroscuri emozionali, raffinatezze e vigore.

Un'amicizia mai svanita.

Il Duemila riferisce della seconda sortita con Bragg e di un destino che dispone il mosaico. In primavera Tweedy è invitato al festival Noise Pop di Chicago e gli offrono di esibirsi con un collega. Avendo consumato Bad Timing, chiama Jim O’Rourke e questi porta con sé il batterista Glenn Kotche: ottima l’intesa, più tardi registreranno con la ragione sociale Loose Fur due album di eccellente post-rock venato roots e Seventies. Il tassello mancante è anche il segnale forte e chiaro che, sul crinale tra mainstream e indie, gli Wilco sono pronti a sfruttare la concatenazione di eventi.

Ceneri e bandiere

Quella che stiamo raccontando è la storia di uno scontro tra arte e mercato dove vincono il talento, la tenacia e il coraggio. Ed è un’avventura in mari agitati che approda a un rock d’autore costruito su influssi contemporanei e solidità antica da chi schiva nostalgie e manierismi. Da chi con le radici intrattiene un rapporto di rispetto spirituale e, grazie a un’accurata ricerca sulle possibilità formali ed espressive, tratta i modelli di riferimento come materia prima. Arrivano da lì le canzoni che a fine 2000 basterebbero per concretizzare l’album Here Comes Everybody, eppure Tweedy non è soddisfatto.

Alla batteria Ken Coomer rifiuta l’approccio esecutivo richiesto, in gennaio è sostituito da Kotche e poi si affida il missaggio a Jim O’Rourke, che con esperienza e naturalezza lascia un’impronta basilare ampliando la tavolozza, suggerendo, dando tocchi dove serve. All’allineamento di pianeti aggiungete l’interazione perfetta tra Jeff (che punta il quadro d’insieme) e Jay (attento ai singoli pezzi), le registrazioni nella sala prove del gruppo che permettono di esplorare con calma il versante arty, la maturità della tristallegria che costituiva l’architrave di Summerteeth.

La via crucis, nondimeno, è appena iniziata. La presenza dell’ex Gastr del Sol altera la stabilità tra i poli creativi e Bennet, benché cofirmi tre quarti di scaletta, esce di scena a lavorazione ultimata e morirà nel 2009 per un’accidentale overdose di antidolorifici. Intanto il progetto è ribattezzato ispirandosi a The Conet Project: Recordings of Shortwave Numbers Stations, una raccolta di trasmissioni radio a onde corte usate a scopo spionistico. Tuttavia, se YHF è l’acronimo cifrato di “you have failed”, cioè “hai fallito”, ai nostri eroi manca poco per portare a termine la missione. Devono superare l’ultimo ostacolo, il più arduo: l’industria e le sue logiche contraddittorie.

Succede infatti che una fusione tra multinazionali sfoci nel colosso AOL Time Warner; ciò nonostante, la Warner ha risentito di un calo del fatturato nel settore musicale: scattano i licenziamenti e ne fa le spese Howie Klein. Al presidente della Reprise e accanito sostenitore degli Wilco subentrano funzionari che lamentano l’assenza di singoli in Yankee Hotel Foxtrot. Il gruppo non vuol saperne di piegarsi, a giugno l’etichetta respinge il disco e infine si libera della “seccatura” cedendogli gratis i diritti. Con un sospiro di sollievo si fissa la data di uscita all’11 settembre 2001.

Avete presenti le Torri, no?

Resurrezione

Impossibile spiegare a chi non c’era cosa sia stato quel giorno. Come per ogni evento epocale, tutti ricordano dove si trovavano, cosa stavano facendo e provando. Ricordano che i mesi successivi scivolavano in una risacca di dolore e smarrimento, perché avevano assistito alla morte di qualcosa – i rimasugli di innocenza del Novecento, soprattutto – sapendo che sarebbe rinato diverso da come lo conoscevano. L’aspetto curioso è che in Yankee Hotel Foxtrot la confusione emotiva è tangibile anche se la realizzazione (copertina inclusa) risale a prima degli attentati.

Nella particolare temperie storica l’ascoltatore proietta un malessere mai sperimentato su atmosfere meste e meditative e su liriche che, pur nell’intreccio di metafore e simbolismi, paiono alludere alla tragedia e a quanto l’ha seguita. Ti domandi se sia mera suggestione o se davvero una Cassandra “rovesciata” rifletta su quei momenti e sulle conseguenze che ci portiamo dentro. Una risposta ragionevole non può darsi e, nell’amaro mistero, troviamo l’ennesimo risvolto della magia che circonda Yankee Hotel Foxtrot.

Dopo aver posticipato l’uscita alcune canzoni appaiono in rete, ma gli Wilco aggirano la questione rendendo l’album disponibile in streaming: la mossa si rivela vincente, siccome le visite sul loro sito Internet quadruplicano e in concerto il pubblico mostra di conoscere brani che fisicamente non esistono e che le case discografiche cominciano a richiedere. La band vaglia solo marchi stimati che dispongano di mezzi adeguati per la promozione e, quando vince la Nonesuch, scappa un mezzo sorriso pensando che, dopo tanto tribolare, si resta alla Warner.

La singolarità del come non deve però distrarre dallo splendore del cosa. Accantonando le vicissitudini e le innovazioni (In Rainbows e la musica “liquida” distano ancora qualche anno), respiriamo una bellezza colma di contenuti e dettagli che arriva all’anima, raffigurando una fase critica della società. Non importa se ciò accada consapevolmente o meno: conta che dall’aprile 2002 l’insicurezza e l’afflizione di Tweedy siano parte di noi. Che ogni volta quei turbamenti interiori diventino universali. Che, in un’arcadia malinconica da primi anni ‘70 attualizzati e dunque atemporali, scorgiamo raggi di luce.

Cercateli in quanto compreso tra I Am Trying to Break Your Heart (caracollante mutazione beatlesiana trafitta da rumori, chitarre esitanti, pianoforte distratto, voce pigra) e una Reservations che fluttua su bordoni e incrinature. Farina del sacco di Jeff come Heavy Metal Drummer, che in scia alla War on War aromatizzata George Harrison manda in collisione Mott the Hoople e Big Star, laddove Radio Cure è appunto un sensazionale apocrifo chiltoniano.

Terapia in onde medie.

Ulteriori illuminazioni d’immenso: la leggiadra eleganza di Jesus, Etc., l’incalzante e sinuosa Kamera, il folk siderale disturbato e tuttavia iridescente Ashes of American Flags, lo sbilenco blues rock mediano tra White Album e Beggars Banquet di I’m the Man Who Loves You, una Pot Kettle Black da Steely Dan giovani e agresti, la corda tesa su estasi e desolazione Poor Places, che in un inquietante loop custodisce la scheggia radiofonica che intitola l’album.

Ashes of American Flags suonata live sul set del film Ashes of American Flags, giusto per ribadire il concetto.

Con una sfilata di meraviglie che trasformano il caos circostante in sofferta armonia, gli Wilco scompigliano il confine tra (post)modernità e tradizione fino a cancellarlo. Entrati negli annali, da allora hanno continuato a mettersi in discussione mentre i volti attorno a Tweedy, Stirratt e Kotche cambiavano (importantissimo l’ingresso del chitarrista Nels Cline) e lo status di classici è andato rafforzandosi. Consapevoli del proprio ruolo, si tengono stretta la modestia che li contraddistingue e che spinge ad amare incondizionatamente l’ultima grande band americana. Quella che con Yankee Hotel Foxtrot ci ha spezzato il cuore nella più dolce ed esaltante delle maniere.

Wilco Jeff Tweedy 

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