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Una volta alla settimana compiliamo una playlist di tracce che (secondo noi) vale davvero la pena sentire, scelte tra tutte le novità in uscita.

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... Tutte le tracce che abbiamo recensito dal 2016 ad oggi. Buon ascolto.

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A volte è necessario approfondire. Per capire da dove arriva la musica di oggi, e ipotizzare dove andrà. Per scoprire classici lasciati indietro, per vedere cosa c’è dietro fenomeni popolarissimi o che nessuno ha mai calcolato più di tanto. Queste sono le storie di HVSR.

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Traffic: i signori Fantasia

Una democrazia complessa da gestire e il paradigma estetico di fine anni Sessanta.

Ci sono band che fotografano al meglio una delle più importanti e fruttifere fasi del rock. Band con le quali il tempo è stato galantuomo, proiettandole in un’arcadia sospesa tra fiaba e realtà. Band come i Traffic, per l’appunto.

Tris d’assi per quattro talenti

Quando ragioni sulla musica popolare, devi prendere con le pinze e una generosa dose di oculatezza concetti piuttosto controversi come revisionismo e sdoganamento. Perché se è sensato affrontare un linguaggio che muta in modo rapido tornando alla giusta distanza cronologica su certi dischi e certe canzoni (le quali, insegna Bob Dylan in Filosofia della canzone moderna, non sono «un pezzo di nostalgia che esiste solo per i nostri bisogni»), purtroppo esiste anche chi per ignoranza, malafede e/o un misto di entrambe si “diverte” a demolire monumenti e a conferire dignità alla pattumiera della storia.

Da argomentazioni di scarsa consistenza e prospettive falsate fioccano allora polemiche che sanno di aria fritta e album che pare siano “invecchiati male”, generi dati per morti e cavalli eletti a senatori. Citando Morrissey, roba da far arrossire Caligola. In realtà, persino in un contesto all’insegna del dinamismo evolutivo esistono punti fermi e meno male, ché altrimenti il rock e i suoi ampissimi dintorni sarebbero parecchio diversi, forse non così entusiasmanti senza i classici che incarnano lo Zeitgeist di un’epoca ma parlano a chiunque.

Prendete i Traffic, che restituiscono alla perfezione l’oceano di elettriche possibilità spalancatosi nella coda degli anni ’60. Nelle fasce più giovani degli “ascoltatori medi” il quartetto composto da Steve Winwood, Dave Mason, Jim Capaldi e Chris Wood è faccenda per iniziati, nonostante abbia anticipato i tempi con un crossover ricco di geniali intuizioni. Un suono imprendibile, cocktail inebriante tuttora fresco concepito e realizzato dal “bianco per sbaglio” Winwood con altre tre teste pensanti, siccome nel pieno del suo fulgore la formazione inglese era un’autentica democrazia (in quanto tale, delicata e non di facile gestione) basata sull’interazione tra figure eclettiche e complementari.

Ne è conseguito uno stile che unisce propositi e capacità trasfigurando l’impronta black in un’arguta chiave (folk) rock, sviluppata tramite arrangiamenti di spontanea complessità, un telaio ritmico solido e attento alle sfumature, calibrati impasti strumentali e sapiente ricerca etnica. Un supergruppo nel vero senso del termine, i Traffic tratteggiano un percorso disseminato di sorprendenti capriole che culminano in una serie di meraviglie sonore dove la perizia esecutiva è a pieno vantaggio della penna e della visione. In altre parole, tutto ciò che un’attitudine genuinamente progressiva avrebbe sempre dovuto essere e raramente è stata.

Tutti titolari, tutti panchinari: più democrazia di così!

Un sole di carta

La vicenda prende le mosse nell’anno di Nostro Lisergico Signore 1967, allorché un beat che ha esaurito le possibilità espressive sta sfociando nella psichedelia. Della mutazione in corso si accorge Steve Winwood, enfant prodige grazie al quale lo Spencer Davis Group ha fatto sfracelli nelle classifiche con un rhythm’n’blues sbiancato avvolto in seduzioni pop tutt’altro che banali. Il 33 giri Autumn ’66 ha mostrato indizi di una svolta, ciò nonostante il giovanotto lascia il gruppo per troppa differenza di età ma soprattutto di talento.

Cercando colleghi con cui guardare avanti, nella natia Birmingham si imbatte in preparatissimi venti-e-qualcosa che compensano curriculum meno prestigiosi con l’abbondanza e la chiarezza delle idee. Anche per questo basta pochissimo affinché scocchi la scintilla con il batterista Jim Capaldi, autore e cantante al pari del factotum Dave Mason e del fiatista Chris Wood.

Com’è noto, una peculiare vena favolistica contraddistingue la psichedelia made in UK, il paese dei balocchi inaugurato da Syd Barrett e dai Beatles di Strawberry Fields Forever dove le inquietudini propulse dall’LSD ci immergono nello sguardo stupefatto e stridente della fanciullezza. Al giardino di delizie (ultra)terrene, il quartetto accede dopo aver trascorso settimane in uno sperduto cottage del Berkshire, provando giorno e notte per affinare l’intesa tra inevitabili tensioni e peripezie alla Whitnail and I.

Si potrebbe andare tutti quanti al museo di zoologia comunale.

Già scuderia dello Spencer Davis Group, la Island assolda la combriccola e sceglie come biglietto da visita l’acido e orientaleggiante gioiello Paper Sun, che nel luglio ’67 arriva fino alla quinta piazza nazionale. In autunno l’iridescente filastrocca Hole in My Shoe sfiora la vetta, benché Winwood storca il naso definendola poco indicativa: più probabilmente rosica e in tal modo apre una frattura con l’autore Mason. Semmai, pur con l’attenuante di essere la prima incisione dalla band, il passo indietro è la successiva Here We Go Round the Mulberry Bush, marcetta discreta e successo decembrino trainato dall’omonima pellicola.

Di ben altro spessore l’album di debutto pubblicato quasi in contemporanea: Mr. Fantasy porge un incantevole e incantato art rock destinato a esercitare una profonda influenza su gente del calibro di Paul Weller e Talk Talk, offrendo con la supervisione dell’abile Jimmy Miller un universo assai maturo nel quale soul e psichedelia, esuberanza e vigore camminano a braccetto con la spiccata personalità, il curatissimo arredo sonoro e una scrittura stellare.

Gli estremi della tesa e stralunata Heaven Is in Your Mind e del groove sarcastico di Giving to You racchiudono l’euforico cabaret Berkshire Poppies e le traslucide ballate Coloured Rain e No Face, No Name, No Number, un’innodica e articolata title track capolavoro nel capolavoro e la cartolina da un’India della mente Utterly Simple, una Dealer che insegue i Love spagnoleggianti e la squisita popedelia di House for Everyone e Hope I Never Find Me There. Partiti con il piede giusto, i Traffic sembrano avere la strada spianata.

Strada spianata addirittura in prima serata sulla TV olandese.

Paradisi nella mente

Negli Stati Uniti il suddetto ben degli dèi (che inizialmente si intitola Heaven Is in Your Mind) presenta modifiche nella scaletta e nell’impianto grafico con valide ragioni. A differenza dell’industria discografica statunitense, quella britannica separa ancora i mercati di LP e 45 giri e per l’occasione si recuperano i primi due singoli a scapito del materiale di Dave, rimosso dalla copertina perché nel frattempo ha sbattuto la porta causa divergenze artistiche.

Seccatura non da poco, considerato che sul palco si avverte la mancanza del basso anche se Winwood ricorre ai pedali dell’organo imitando Ray Manzarek nei Doors. L’assenza pesa inoltre sotto il profilo compositivo e a pochi mesi dalla baruffa Mason torna nei ranghi, ritemprato dalla produzione di Music in a Doll’s House dei Family e da una vacanza in Grecia. Tanta e tale è la forma che nell’ottobre ‘68 si accaparra la metà dei brani di Traffic.

E che brani! L’irresistibile Feelin’ Alright? destinata a essere una hit nelle versioni di Joe Cocker e Three Dog Night, la guizzante apertura You Can All Join in, il soul campagnolo Don’t Be Sad, una Cryin’ to Be Heard barocca tra lampi epici, la nervosa e pensierosa Vagabond Virgin. Aiutato dalle parole di Capaldi, il “rivale” risponde con gli R&B modernizzati Pearly Queen e Means to an End, una felpata Who Knows What Tomorrow May Bring, l’allucinazione psych pop Forty Thousand Headmen, una No Time to Live sensazionale per come disegna presagi di The Colour of Spring.

Per quanto eccelso negli esiti, l’equilibrio rimane precario. Mason è cacciato di nuovo (ricomparirà a intermittenza, tra una session conto terzi e LP in proprio) e, dopo il pregevole riassunto a 45 giri Medicated Goo / Shanghai Noodle Factory, lo scioglimento è ufficializzato a inizio ‘69. L’etichetta tampona la falla ripescando spezzoni dal vivo e rimasugli vari in Last Exit, Winwood mette in pista i Blind Faith con Eric Clapton, Ginger Baker e Ric Grech per un lavoro mediocre a eccezione di Can’t Find My Way Home e gli altri allestiscono gli effimeri Wooden Frog insieme a Mick Weaver.

L'eccezione che fa la sua porca figura a Hyde Park.

Cavalcando la libertà

Non un caso che i sentieri si ricongiungano presto, e nemmeno che un’opera memorabile nasca da premesse lontane dall’urgenza espressiva. Dovendo ottemperare agli obblighi contrattuali, nel 1970 il Mozart del rock inglese sfacchina su Mad Shadows, esordio a proprio nome dove farà da sé. Le cose prendono invece un’altra piega, poiché una volta completate un paio di tracce con Guy Stevens al mixer, Steve si incarica della produzione, convoca Jim e ritiene che Wood sarebbe una perfetta ciliegina sulla torta. Detto, fatto.

Risorti nelle vesti di elegante power trio, in John Barleycorn Must Die i Traffic si lanciano in equilibrate e policrome dilatazioni che oltrepassano un concetto di “canzone” del quale trattengono comunque impatto e stringatezza. L’ambizione coincide con la classe e il senso della misura, latitano le ridondanze e ostentazioni di virtuosismo che affosseranno il prog e, in un momento storico in cui è possibile coniugare riscontri commerciali e creatività, il passato funge da solido fondamento e da trampolino di lancio.

Spunto di partenza l’antica leggenda popolare di John Barleycorn, il relativo traditional viene offerto in una vibrante trasfigurazione e accompagnato da strumentali esaltati ed esaltanti (Glad), da funk passati in candeggina preda di smanie jazz (Freedom Rider), da country soul per visi pallidi (Stranger to Himself), da episodi straordinariamente indecisi tra chiesa sudista, prateria e brughiere (Empty Pages, Every Mother’s Son). Il loro segreto allo stesso tempo intimo e lampante è un insieme tanto compatto quanto sfaccettato, ottenuto mescolando elementi riconoscibili in maniera inaudita.

Ispirato dal folklore albionico, John Barleycorn Must Die getta un ponte tra due culture centrando il disco d’oro negli Stati Uniti e rappresentando un vertice irripetibile dal quale i Traffic non possono che scendere. La parabola si esaurisce lungo una serie di rimescolamenti di organico e di lavori altalenanti non disprezzabili che conservano dignità e il favore del pubblico americano.

Intorno alla metà degli anni Settanta si esce di scena in punta di piedi: Winwood e Capaldi (deceduto nel 2005: Wood lo anticipava di un ventennio abbondante) sono liberi di intraprendere e proseguire le rispettive carriere soliste e, incitati dai fan Grateful Dead, rispolvereranno un’ultima volta la gloriosa sigla nel 1994. Nondimeno, l’essenza dei Traffic è cristallizzata nel trittico di cui abbiamo appena riferito: sta lì quella magia ineffabile insieme sfuggente e concreta che fa davvero sentire bene come se più di mezzo secolo non fosse trascorso. Riascoltare per credere.

Fast forward… o rewind?

Traffic Steve Winwood Jim Capaldi Chris Wood Dave Mason 

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