New Music

Una volta alla settimana compiliamo una playlist di tracce che (secondo noi) vale davvero la pena sentire, scelte tra tutte le novità in uscita.

Tracce

... Tutte le tracce che abbiamo recensito dal 2016 ad oggi. Buon ascolto.

Storie

A volte è necessario approfondire. Per capire da dove arriva la musica di oggi, e ipotizzare dove andrà. Per scoprire classici lasciati indietro, per vedere cosa c’è dietro fenomeni popolarissimi o che nessuno ha mai calcolato più di tanto. Queste sono le storie di HVSR.

Autori

Chi siamo

Cerca...

L’intimismo veste noir: Tindersticks

Cosa hanno in comune Raymond Chandler, David Lynch e Leonard Cohen?

Se state inseguendo l’anello di congiunzione tra Il grande sonno, Velluto Blu e Songs of Love and Hate non dovete sforzarvi granché. Vi basta ascoltare uno splendido disco uscito trent’anni fa. Vi basta il primo album dei Tindersticks.

  • Artista: Tindersticks
  • Titolo: Tindersticks
  • Anno: 1993
  • Tracklist:
    • Nectar – 2:40 (testo e musica: Tindersticks)
    • Tyed – 4:11 (testo e musica: Tindersticks)
    • Sweet Sweet Man, Pt 1 – 0:41 (testo e musica: Tindersticks)
    • Whiskey & Water – 5:51 (testo e musica: Tindersticks)
    • Blood – 4:52 (testo e musica: Tindersticks)
    • City Sickness – 4:00 (testo e musica: Tindersticks)
    • Patchwork – 4:40 (testo e musica: Tindersticks)
    • Marbles – 4:30 (testo e musica: Tindersticks)
    • The Walt Blues – 1:08 (testo e musica: Tindersticks)
    • Milky Teeth – 2:52 (testo e musica: Tindersticks)
    • Sweet Sweet Man, Pt 2 – 1:05 (testo e musica: Tindersticks)
    • Jism – 6:03 (testo e musica: Tindersticks)
    • Piano Song – 2:40 (testo e musica: Tindersticks)
    • Tie-Dye – 4:00 (testo e musica: Tindersticks)
    • Raindrops – 6:15 (testo e musica: Tindersticks)
    • Sweet Sweet Man, Pt 3 – 1:44 (musica: Tindersticks)
    • Her – 3:29 (testo e musica: Tindersticks)
    • Tea Stain – 2:07 (testo e musica: Tindersticks)
    • Drunk Tank – 4:44 (testo e musica: Tindersticks)
    • Paco de Renaldo's Dream – 4:22 (testo e musica: Tindersticks)
    • The Not Knowing – 4:58 (testo e musica: Tindersticks)
  • Formazione:
    • Stuart Staples – voce, chitarre
    • David Boulter – tastiere
    • Neil Fraser – chitarre
    • Mark Colwill – basso
    • Dickon Hinchliffe – violino
    • Alistair Macaulay – batteria

Take a walk on the noir side

Nella mia libreria sistemo da sempre i volumi in ordine alfabetico per autore. Tutto sommato, si tratta della maniera più comoda ed efficace che conosco per risparmiare minuti preziosi quando sto cercando qualcosa, ma – come spesso accade – c’è anche dell’altro. C’è un fattore di curiosità speculativa che, funzionando come una “molla” interiore da lettore accanito, spinge lo sguardo a posarsi sulle costine e il cervello a divagare, tessendo connessioni in assoluta libertà.

Per esempio: cosa possono avere in comune Raymond Chandler e Joris-Karl Huysmans? E soprattutto: perché decadentismo e noir piacciono così tanto a noi appassionati di popular music e a chi compone (fior di) canzoni? Intendo canzoni del tipo che adoriamo, cioè quelle che non si dimenticano e sono colme di citazioni più o meno scoperte, custodite in 33 giri che indagano gli angoli male illuminati dell’esistenza.

Non ci vuole molto a capire la radice del fascino di una dimensione sospesa tra la crudezza della realtà e il tentativo di sottrarvisi ricorrendo alla pura estetica. Via dalla pazza folla, l’attrazione emerge dallo scavare nei luoghi oscuri, dalla paura di ciò che possiamo trovare, dalla difficoltà ad accettare che l’armonia possa realizzarsi anche passando attraverso gli spigoli. E siccome è un lavoro che richiede coraggio e fatica, bisogna essere riconoscenti a chi lo ha svolto là dove noi vorremmo, non vorremmo, ma se vogliamo

L’ignoto disegna la mappa di un territorio seducente e delimitato da confini sfumati, in cui (Edgar Allan Poe insegna) è complicato e persino inutile cercare di tracciare linee che separino nettamente il bene dal male, non soltanto perché il secondo è comunque più intrigante. Ciò che preferiamo ignorare – invano – è il magnete infallibile che costituisce un’eccezionale fonte di materia prima artistica, specie se associata a un side che, non sapendo decidersi tra wild e dark, mescola entrambi in qualcosa di superiore. Eccoci infine al punto.

Noir quanto basta.

City Sickness

Speziato con l’ironia nascosta e acuminata nella quale gli inglesi sono maestri, quanto sopra descritto è in buona parte ciò che i Tindersticks hanno tradotto in suoni lungo una carriera tuttora in corso. Un cammino in cui il gruppo originario di Nottingham ha conosciuto rimescolamenti di organico e ha tenuto a bada il manierismo, trattandolo come il male fisiologico di chi consegna un capolavoro al primo tentativo.

Quello che, a farla breve, ti aspetti da gente che sa il fatto suo e sistema le coordinate del proprio universo anche rileggendo brani altrui. Esplicativa una lista contenente pezzi da novanta come Neil Young, Pavement, Otis Redding, Television Personalities, Ann Peebles e David Bowie, nella quale Louis Armstrong e John Barry, Peggy Lee e Four Tops siedono accanto ai più “ovvi” Tom Waits, Lee Hazlewood e Townes Van Zandt. Li accomuna tutti in magica armonia il filo rosso di una canzone raffinata e incentrata sui sentimenti: autentici o rappresentati, importa poco e anzi nulla quando il risultato è destinato a durare.

Nel caso dei Tindersticks, la solidità della scrittura contribuisce a sostenere una discografia parca e ponderata, dove l’apice è l’esordio omonimo pubblicato ormai tre decenni fa. Quattro facciate mature di un autunno e un inverno del perenne scontento, di romanticismo intriso di un blues da pub, di fumi d’alcool e di sigaretta, di crimini e misfatti legati all’amore che ci stringono il cuore per la prima e più intensa volta.

Dai solchi esce musica profumata di nebbia e pioggerella, capace come poche altre di evocare notti spese a bighellonare in locali di terz’ordine tra vicende surreali, tizi stralunati, chansons e standard jazz che riecheggiano di continuo. Musica per una città di sogni che sembrano incubi e dove le compagnie sono cattive, i delitti imperfetti, la violenza implicita. Una città che non fa sconti, ma alla quale impari a volere bene e che ricambia avvolgendoti in una sickness decadente e noir finché non vuoi più andartene. Signore e signori, benvenuti nel torbido, magico mondo dei Tindersticks.

Sarà mica un caso che proprio a Nottingham c'è quello che si vanta di essere "il più antico pub inglese"?

Sweet, Sweet Men

A riascoltarlo oggi, l’album suona esattamente come nel 1993. Un classico istantaneo di gioielli magnifici e ammalianti che, pur avendo presenti i modelli che fungono da ispirazione, non riesci a collocare in un contesto preciso. Appartengono a un alveo stilistico a sé e non esiste complimento migliore per chi – da cinico che guarda l’esistenzialismo con sufficienza – cuce stoffe eleganti e maudits con una prospettiva cinematica che ha fatto scuola. Nel dubbio, chiedete ai National e una spiegazione l’avrete di certo.

Grazie a un’espressività sfaccettata che sfrutta il non detto e lavora tra le righe, i Tindersticks irrobustiscono l’approccio intimista con un tagliente senso dell’umorismo, ricavando un’arte che vince il tempo nel momento in cui se ne colloca al di fuori. Parafrasando Elvis Costello, sono dei “men out of time” per vocazione, in misura ancor più maggiore considerando una prima metà degli anni Novanta dominata dal grunge e dall’emergente britpop.

Li ricordi bene, il crooner Stuart Staples e i suoi compari (il tastierista David Boulter, il chitarrista Neil Fraser, Dickon Hinchliffe al violino, la sezione ritmica appannaggio di Mark Colwill e Alistair Macaulay) rimanere pressoché impassibili nelle interviste e dichiarare che la musica parla per loro. Indifferenti al clamore, beatamente seduti sul divano in completi di buon taglio, pur se stazzonati, macchiati di tè e odorosi di nicotina, leggevi chiaramente le loro espressioni da pensosi un po’ rintronati che dormono poco.

Elegantissimi sul divano, ma senza fartela pesare.

Capivi al volo che badavano alla sostanza e pertanto non erano interessati a pavoneggiarsi sulla prima pagina del Melody Maker, che beffardamente eleggerà Tindersticks disco più bello del 1993. Un “onore” che lasciavano a primedonne artefatte e frivole meteore, poiché era molto più appagante costruire una poesia che alternasse colpi di spatola e pennellate vigorose, immagini robuste e virile fragilità. Il senso del loro operato era – è ancora – conquistare l’ascoltatore esprimendosi sottovoce, indagando i risvolti dell’animo, confondendo le carezze e i graffi, lo squallore e lo splendore.

Con la risolutezza di chi asseconda i propri umori, si muove in punta di piedi e nasconde la passione sotto un velo di apparente distacco, i ragazzi ci hanno sedotto con una ricetta perfetta. Il cantato da Nick Cave rabbonito che abbraccia un’idea bianca di soul credendosi Bryan Ferry, gli ottoni a contrappuntare e gli archi a sollevare splendide melodie dal retrogusto perturbante, i frammenti di Scott Walker, Leonard Cohen, Serge Gainsbourg, Jimmy Webb e Lee Hazlewood che confluiscono in un mosaico di vibrante unicità. In una faccenda da cavalli di razza.

Cavalli che sembrano saltati fuori dal nulla e invece circolano da un po’ con la sigla Asphalt Ribbons quando nel 1992 decidono di cambiare strada. Tratta la denominazione da una scatola di fiammiferi, salutano Nottingham per spostarsi a Londra e, approfittando delle ore libere dai rispettivi impieghi, affinano pazientemente le composizioni e l’intesa. Tra il novembre dello stesso anno e l’inizio del successivo, una manciata di pregevoli singoli ed EP per lo più autoprodotti prepara il terreno e cagiona un accordo con la This Way Up. Il capo d’opera attende dietro l’angolo.  

Riunione carbonara per decidere la tracklist.

Whisky & Water

Presentarsi da debuttanti con un’ora e un quarto di atmosfere ricercate e composizioni introverse potrebbe sembrare una mossa ambiziosa fino all’eccesso e, in quanto tale, destinata al fallimento. Viceversa, in ragione della gavetta e della meticolosa cura che stanno a monte, il gesto funziona: con tutta l’urgenza e la visione possibili, l’album contiene un intero repertorio che è stato vissuto dagli artefici. Per questo motivo, spontaneità e immediatezza costituiscono il principale valore aggiunto della pellicola da seguire con gli occhi della mente, approntata in una decina di giorni primaverili presso lo studio Townhouse 3 di Battersea.

Sullo sfondo di una grandeur minimale (un ossimoro trasformato in realtà: ascoltare per credere) e della sapiente impaginazione dell’insieme, il ruolo di protagonisti appartiene a brani di grana finissima. Negli estremi della danza di sorridenti fantasmi dipanata da Nectar e dello sbuffo di cameristica amarezza The Not Knowing, sfilano meraviglie come il malinconico e orecchiabile folk rock City Sickness, una sibilante Tyed da Bad Seeds con parecchio jazz nelle vene, il crescendo da pozze di spleen della crepuscolare Jism, una Whiskey & Water dal ritornello che squarcia trame ossessive e stridenti.

Mentre il twang country con venature teatrali della trilogia Sweet, Sweet Man raccorda tutto con mano ferma, un’ipnotica Marbles scivola via dal terzo LP dei Velvet Underground, la circense Tea Stain non avrebbe sfigurato in Swordfishtrombones, Piano Song distende nervi visibili sotto la pelle traslucida e Tie-Dye poggia su magistrali giochi di pieni e vuoti.

Grandeur minimale, dicevamo: il primo video praticamente un mini-film.

E ancora: Blood si porge adeguatamente dolceamara, Patchwork intreccia un’incantevole carola, Raindrops riscrive e dilata il Lou Reed sentimentale di Perfect Day, Her sferza da un Messico di nuvole plumbee. A Milky Teeth, cavalcata tumultuosa che apre sprazzi di luce, rispondono l’ispida però slanciata Drunk Tank e il tappeto etno-jazz in bilico tra incubo ed estasi di Paco De Renaldo’s Dream. Chiuso il sipario sulla favolosa The Not Knowing, un sospiro e una lacrima esortano a ricominciare da capo.

Più di quindici anni dopo, su PitchforkTV.

Scrosciano gli applausi e scrosceranno altrettanto copiosi nella primavera 1995, in occasione di una replica di nuovo omonima che conduce il linguaggio e l’espressività della band britannica a livelli ineguagliabili. Cristallizzata la formula, quanto ha seguito la doppietta iniziale vanta uno standard apprezzabile e, benché sia andato incontro a saliscendi ispirativi, evita gli eccessi di enfasi e le cadute nel melodrammatico. Impresa non da poco, considerando che si è partiti dalla vetta per poi proporre numerose colonne sonore, ritocchi a una consolidata cifra autoriale, esperimenti con l’elettronica e incursioni in area neoclassica.

Se questo fosse un film – in un certo senso lo è, eccome – ora scorrerebbero i titoli di coda. Mi piace pensarli su un fotogramma fisso, cui giungiamo dopo una lunga zoomata attraverso una stanza disadorna. Un pianoforte cigola accordi distratti, la tromba argomenta con pigrizia, qualcuno borbotta frasi incomprensibili e sentiamo dei bicchieri frantumarsi. Su un quadro che raffigura una ballerina di flamenco appare la parola “fine”.

Tindersticks Stuart A. Staples Tom Waits Nick Cave 

Siamo su Substack! Iscriviti per ricevere la newsletter e sapere quando pubblichiamo nuovi contenuti!