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A volte è necessario approfondire. Per capire da dove arriva la musica di oggi, e ipotizzare dove andrà. Per scoprire classici lasciati indietro, per vedere cosa c’è dietro fenomeni popolarissimi o che nessuno ha mai calcolato più di tanto. Queste sono le storie di HVSR.

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The Only Ones: anche i serpenti splendono

Una band da un altro pianeta.

Attesa per più di tre decenni, la rinascita di Peter Perrett racconta la vicenda di un moderno Lazzaro settantenne che, in ottima forma artistica, non ha smarrito il filo che lo legava all’epopea degli Only Ones.

Più unici che rari

Credo di essere in un altro mondo con te
Su un altro pianeta.

Gli antichi romani ritenevano che nel nome che ognuno porta si celasse la premonizione di un destino. In ambito rock e dintorni le prove a favore della tesi abbondano, anche se spesso le cose sono molto più complesse: per fare un grande gruppo non bastano la ragione sociale ammiccante, loghi e grafiche citazioniste, un aspetto artatamente cool. Direbbe Maestro Yoda che «grande devi essere, non c’è provare». Fatelo presente a certi mediocri destinati a sparire in un batter di ciglia, che stampano robette infarcite di stilemi privi di anima convinti di aver partorito un altro Revolver.

Solo rock'n'roll è, ma lo stesso ci piace.

Forse non è tutta colpa loro e qualche responsabilità ce l’ha anche una stampa talvolta complice, ma in misura maggiore una popular music che da decenni si ricicla il più delle volte con scarsa fantasia. Nondimeno, i giovani talenti esistono: sono coloro che del passato colgono lo spirito, le visioni, l’esempio e li trasformano in originalità. Artisti autentici che trattano la storia con attitudine creativa, si sforzano di infondere il vissuto in ciò che fanno.

Così è dall’alba dei tempi per tutti, incluso chi – come gli Only Ones – ordinario non è mai stato, nel bene e nel male. Ma se è il secondo che sopravvive a chi lo compie, bisogna pur sempre tramandare e ricordare l’arte su tutto il resto, e in tal senso è emblematico il caso di Peter Perrett. Sotto la tossica deboscia e il physique du rôle da gioventù bella e dannata troviamo un songwriter di elevato rango capace di intessere amaro romanticismo, virili schegge di lustrini e attitudine punk.

Uno che ha giustificato il nomen omen programmaticamente assegnato alla sua impresa più nota (si fa per dire…) con sonorità uniche e la perfezione di Another Girl, Another Planet. Canzone immensa qui incaricata di aprire ogni capitolo, dichiarava subito la statura di classico e – ironia della sorte – è un’ode all’eroina sotto mentite (mica tanto, in realtà) spoglie. In ciò simile alla There She Goes croce e delizia di Lee Mavers, suggerisce un parallelismo tra geni sregolati con l’affatto trascurabile differenza che Peter è riuscito a sottrarsi all’oblio.

Ci arriveremo, ma ora dobbiamo sottolineare quanto il pregio maggiore degli Only Ones si sia rivelato una condanna in termini di successo. All’epoca, il giornalista Steve Sutherland definiva «troppo punk per gli hippie, troppo hippie per i punk» dei tipi sul serio speciali: tutt’altro che dilettanti allo sbaraglio – Perrett il più giovane: comunque un classe ‘52 – i nostri antieroi vantavano preparazione, esperienza e abilità esecutiva superiori alla media.

Si sa: la perfezione dura tre minuti, non di più.

Per loro “punk” significava guardare ai padri putativi e, una volta risalite le sorgenti del ‘77, fondere con un misto di riverenza e spirito critico Marc Bolan, Lou Reed, Iggy Pop e Roxy Music in dischi originali, appassionati ed eleganti. Loro malgrado, gli Only Ones erano troppo raffinati per il grande pubblico, nonostante il plauso della stampa e l’ammirazione di colleghi eccellenti come Replacements, House of Love e Auteurs che li hanno omaggiati e ne hanno studiato grammatica e sintassi.

Poco male, in fondo. I loro album oggi scintillano più che mai, perché questa, signore e signori, è una band da un altro pianeta.

Creature del destino

Mi vai sotto pelle
Ma non lo trovo irritante.

Neanche a farlo apposta, in una storia immortale nomi e fatalità ricorrono in maniera beffarda. Prendete il gruppo con cui Perrett muove i primi e già piuttosto saldi passi a Londra, gli England’s Glory: nei primi anni ’70 incidono demo rimasti inediti fino all’87 perché nessuno si interessa a un ibrido di glam stradaiolo, stralunata popedelia ed echi dei Velvet Underground.

Alla faccia della gloria non vanno da nessuna parte, ma fortuna vuole che nel ’75 il ragazzo si imbatta nell’esperto chitarrista John Perry. L’alchimia funziona e gli Only Ones nascono in estate, accogliendo alla batteria Mike Kellie, ex Spooky Tooth, e il bassista Alan Mair, produttore di stivali per rockstar attivo nei Sixties in tali Beatstalkers. Punk? Chi, noi di una certa età che sappiamo suonare? Un po’ sì, considerando che tocca far da sé il primo 45 giri usando – leggenda vuole – i proventi di uno spaccio di cocaina del capobanda.

Si parte così.

Spettacolare collisione fra melodia decadente, riff di istantanea memorabilità e passo tumultuoso, Lovers of Today stabilisce il paradigma del quartetto e idem la torbida contorsione Peter and the Pets sistemata sul lato B. Il singolo della settimana per Melody Maker, New Musical Express e Sounds scatena un’asta tra major dove a spuntarla è la CBS. Altra partenza, altro capolavoro: Another Girl, Another Planet disegna un inno vorticoso da Television minimali con il cuore ferito da un’acida trasparenza.

Meraviglia che nel 1978 rende ancor più immenso un omonimo LP d’esordio, incastonandosi tra una sensuale The Whole of the Law ripresa dagli Yo La Tengo e il kraut-jazz elettrico, nervoso e liquido di Breaking Down. Eclettismo e personalità vanno a braccetto ovunque, dal boogie indeciso tra Iggy e Lou Reed The Beast al languore maestoso di No Peace for the Wicked, dallo slanciato tambureggiare di City of Fun al fumigante reggae rock The Immortal Story. Se la minacciosa Creature of Doom vale i Magazine migliori, It’s the Truth è folk rock da manuale e la beffarda Language Problem risponde per le rime ai Buzzcocks.

Nel '78, nella TV di casa, all'Old Grey Whistle Test.

Che si tenga magnificamente un piede nel qui e ora e l’altro nell’eternità lo ribadisce di lì a un anno Even Serpents Shine, roccando e rollando con finezza (ascoltare per credere la bowiana Programme, attraversata da chitarre stratificate, sax e nastri a rovescio) tra conferme di un linguaggio policromo (No Solution, Curtains for You) e variazioni sul tema (Flaming Torch, Out There in the Night). Non ci si fa mancare nulla, insomma, sfoggiando ipotesi post-punk di Mott the Hoople e Kinks (You’ve Got to Pay, Miles from Nowhere, In Betweens), polaroid scattate da uno Springsteen albionico e cupo (From Here to Eternity, Someone Who Cares) e mutazioni psichedeliche (Instrumental). Uno splendore, non fosse per la gang dilaniata dall’eroina e da dissapori interni e l’etichetta insoddisfatta delle scarse vendite. La caduta attende dietro l’angolo, senza che vi sia stata una vera e propria ascesa.

Peter e le sue ombre

Flirto sempre con la morte
Mi ammazzerò ma non mi importa

Esistono diversi fallimenti: alcuni totali, altri apparenti e altri ancora gloriosi. Per quanto riguarda Perret e soci, il finale di partita scioglie tossici vizi e virtù creative in un 33 giri registrato ai ferri corti con la CBS da persone che a malapena si rivolgono la parola. In regia per Baby’s Got a Gun siede Colin Thurston, in precedenza con Duran Duran e Human League: sulla carta, l’imposizione dei piani alti potrebbe essere disastrosa, ma invece di snaturarne la buccia con ritmi pompati e make-up tecnologici, Colin pone in risalto la polpa melodica limando gli arrangiamenti.

Pazienza se, come dimostrerà nell’89 il bellissimo Live, alcuni brani non siano di fresca composizione e la scaletta venga completata pescando la hit country Fools in un duetto sardonico e insieme commovente con Pauline Murray dei Penetration. Ad affiancarlo ecco il Bo Diddley apocrifo di Me and My Shadow, connubi di classe e robustezza della caratura di Trouble in the World, Strange Mouth e The Happy Pilgrim, le atmosfere ambigue di Why Don’t You Kill Yourself? e The Big Sleep, un azzeccato arrotondamento di forme con vertici in Oh Lucinda, Deadly Nightshade e in una My Way Out of Here farina del sacco di Mair.

Fatica sprecata, poiché nel 1980 il botteghino si conferma tiepido e la situazione precipita. Immaginate un vascello con a bordo una ciurma di dissennati, il solo Alan che regge il timone cercando di impedire lo sbando mentre in giro per l’America si perde un pezzo dietro l’altro. In un crescendo di follia e delirio, Peter contrae l’epatite, è coinvolto in una sparatoria («baby’s got a gun» mica per niente…) nel corso della quale investe un parcheggiatore e lascia gli Stati Uniti poco prima che la polizia emetta il mandato di arresto nei suoi confronti.

Quando gli Only Ones si separano tra sguardi in cagnesco, si nasconde in una fatiscente villa londinese a sballarsi di brutto, finché quel junkie incallito del suo amico Johnny Thunders (a proposito: Perrett e Kellie presenziano in So Alone, unico LP dell’ex New York Dolls che meriti avere) suggerisce di darci un taglio. Tutto dire. Infine, tra la determinazione e le debolezze saranno le ultime a prevalere.

Questo il tizio a cui tocca impersonare lo "sponsor" per la disintossicazione: non so se ci siamo spiegati.

Un pellegrino felice

Viaggi spaziali nel mio sangue
E non posso farci nulla

L’uomo prova a mollare la scimmia, ripresentandosi nei primi anni Novanta con The One e un EP e un album più che discreti. Dopo di che si dà al crack e, dalla padella alla brace, faticherà non poco a ripulirsi definitivamente. Nel frattempo in tanti mostrano di aver appreso la lezione, i dischi non escono dal catalogo e fioccano le uscite postume. Eppure per parecchi anni Peter è un sopravvissuto. Intendiamoci: non (più) il marcio che, in un patetico teatro di autodistruzione, alimenta falsi miti di maledettismo.

Manco un capello bianco, come Bobby Solo.

Non un Pete Doherty qualsiasi, piuttosto un Syd Barrett che si rifiuta di cedere e, dopo un silenzio interminabile, decide di salvarsi dall’idea di sé che lo ha accompagnato troppo a lungo, guarda negli occhi la “bestia” e risale dagli inferi. Tra rughe colate di esistenza scorgi l’espressione di chi ha sostenuto una lotta durissima ed è uscito vincitore, pagando con gli interessi una vita spericolata della quale reca segni nell’anima e sul corpo.

Presupposti che rendono ancor più sorprendente il ritorno da solista, che tra 2017 e 2019 consegna gli ispirati How the West Was Won e Humanworld con i figli a dare man forte. Esito inatteso anche alla luce della breve reunion degli Only Ones che lo aveva preceduto, cagionata dall’ennesimo revival new wave e da uno spot in cui appariva Another Girl, Another Planet. Nello scorso decennio, infatti, i membri originali seppellivano l’ascia di guerra per intraprendere un tour nazionale, comparendo in televisione e in prestigiosi festival tra voci di un nuovo album che tuttavia non si concretizzavano.

Forse Perrett preferiva fare da sé, era poco convinto dell’operazione nostalgia o ha ritenuto che non fosse il caso di insistere, considerando la sua salute cagionevole e il male incurabile che affligge la moglie Zena Kakoulli (inseparabili dal 1969, i due) e che sei anni fa ha stroncato Mike Kellie. Impossibile stabilirlo con certezza, ma una sola cosa conta ed è che adesso questo moderno Lazzaro cammina. Ebbene sì, anche i serpenti splendono. Specie quando sfidano un destino che credevano segnato.

The Only Ones Peter Parret John Perry 

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