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Una volta alla settimana compiliamo una playlist di tracce che (secondo noi) vale davvero la pena sentire, scelte tra tutte le novità in uscita.

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A volte è necessario approfondire. Per capire da dove arriva la musica di oggi, e ipotizzare dove andrà. Per scoprire classici lasciati indietro, per vedere cosa c’è dietro fenomeni popolarissimi o che nessuno ha mai calcolato più di tanto. Queste sono le storie di HVSR.

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Kinks: questo è il pop

L'amara poesia di Ray Davies.

Canzoni che sono racconti, commedie teatrali, specchi della società. Canzoni che hanno costruito le fondamenta del pop inglese, assurgendo al rango di classici assoluti. Canzoni scritte da un genio singolare: un “ribelle in pantofole” più rivoluzionario di tanti altri.

Wonderboy

Al numero 6 di Denmark Terrace, sobborgo di Muswell Hill, Londra Nord, c’era una porta con scritto sopra “Davies”. Lì è cresciuto Raymond Douglas, penultimo di un plotone di origini operaie composto da un sestetto di sorelle (una lo alleverà a suon di dischi: sia benedetta) e dal fratello Dave. Nel chiasso domestico, il ragazzo cresce da introverso con in nuce il romanziere pop che in disparte cattura gesti, pensieri e respiri. Guarda caso, come l’io narrante che in Waterloo Sunset vive una malinconica gioia per interposta persona, scrutando tra le crepe di un isolamento un po’ misantropico – che ci dici al riguardo, Morrissey? – gli incontri di due amanti fuori dalla metropolitana.

Una storia perfetta consegnata all’eternità sotto forma di canzone, perché senza Mr. Davies è impossibile concepire Elvis Costello e Paul Weller, Andy Partridge e Mark E. Smith, Damon Albarn e – perché no? – Sleaford Mods. Con lui il pop britannico inizia a sposare testo e contesto e a vivere attivamente nell’ambiente che lo genera e che riesce contemporaneamente a plasmare. Merito di un anarchico passatista che gradualmente si consegna a un’Arcadia di tradizioni idealizzate: la provincia e i suoi riti, la società rigida come i colletti degli impiegati, le colonie e l’impero decaduto.

Un tipo così fuori sincrono con la propria epoca da tratteggiarla con estrema precisione e non è un controsenso, semmai un gesto che rappresenta la via per la felicità, lontano dal dead end street che obbliga a decidere tra Mick Jagger e John Lennon. C’è infatti una terza opzione: mostrare, sulla scorta degli Angry Young Men e del nuovo cinema inglese, che quegli anni non sono fab per tutti. Assume così un altro significato il parallelo con Mark E. Smith, misuratosi con Victoria e continuatore della tradizione improntata a un caustico humor che nei congegni a orologeria da tre minuti riconosce un veicolo espressivo naturale.

Sarà un caso, ma Smith e Davies sono nella Top 10 dei cognomi inglesi più comuni.

Tant’è vero che nella vicenda che stiamo per riassumere il rock è confinato all’inizio e alla fine, da scorza che custodisce l’anima pop nella quale prendono vita magie indimenticabili. Sì: anche se il loro autore è invecchiato in fretta, o forse proprio per questo esatto motivo. Cristallino il ruolo di Noël Coward e William Hogarth della canzone, se pensate di poter valutare Ray Davies con parametri normali, siete fuori strada. Oppure siete persone aride, e non vogliamo avere nulla a che fare con voi. All day e, ovviamente, all of the night.

Giovani arrabbiati

Negli anni tra 1940 e 1950, in Inghilterra crescono un paio di generazioni che traggono forza dal secondo conflitto mondiale e dal suo “dopo”: incanalando la tragedia in una serie di cambiamenti, mettono in atto un rovesciamento dal quale i giovani emergono come categoria socioculturale e di mercato. Ray è del giugno ‘44 e lo scapestrato Dave del febbraio ‘47, perciò la trafila è la solita: da Elvis Presley, Chuck Berry e il blues si ricava una palestra chiamata skiffle, tenendosi stretti per stile vocale e compositivo i crooners e il music-hall, a loro volta impastati con rock’n’roll e soul.

Al pari di tanti, Raymond frequenta la scuola d’arte, dove fa comunella con il bassista Peter Quaife e, dopo una sequela di ragioni sociali e andirivieni nell’organico, nell’estate 1964 forma i Ravens con Dave alla chitarra e Mickey Willet dietro tamburi e piatti. Un demo arriva a Shel Talmy della Pye: la competizione è durissima, ci si sbarazza di Willet per Mick Avory cambiando nome definitivamente, ma i primi singoli cadono nel vuoto perché manca la scintilla che faccia la differenza. Scintilla che arriva sotto forma di un “o la va, o la spacca” imposto dall’etichetta. Riff tra i più imitati di sempre, nell’agosto 1964 You Really Got Me scatena centotrentaquattro secondi di rabbia adolescenziale e imprime una svolta alla carriera dei Kinks e della popular music, saltando nel futuro dal trampolino di Louie Louie e di un selvatico distorsore cortesia del fratellino.

Alzi la mano chi non la conosce.

Con Stop Your Sobbing, che Costello deve aver memorizzato e i Pretenders rileggeranno, rappresenta l’unico autentico asso dell’omonimo LP d’esordio che a ottobre offre Merseybeat, blues, R&B e rock’n’roll ligi alle regole. C’è modo e modo di rifarsi a modelli altrui come a se stessi: lo dimostra All Day and All of the Night, singolo “ricalcato” sul precedente che a fine annata rende la band famosa anche negli USA. Mentre si accumulano esibizioni e bisticci sul palco, a inizio ’65 Kinda Kinks mostra un autore in cerca di bussola che attinge dalla Motown, regala la maiuscola Tired of Waiting for You e piazza a 45 giri l’esotica innovazione I See My Friends.

Alzi la mano chi non la conosce (pt. 2).

Che i Kinks non siano una two hit wonder lo ribadiscono Kontroversy (forte della sciccosa ‘Til the End of the Day e delle avvisaglie nostalgiche Where Have All the Good Times Gone e Ring the Bells) e singoli della caratura di A Well Respected Man e Dedicated Follower of Fashion che satireggiano e commentano la modernità. Prove tecniche di grandezza? E sia. Di rado però ne abbiamo ascoltate – e ne ascolteremo – di altrettanto sontuose.

Uomini rispettabili

Per il capolavoro serve una tegola in testa. La nomea di gruppo rissoso ha bandito i Kinks dagli Stati Uniti per un quadriennio, Ray si rimette da un esaurimento nervoso e inizia a dedicarsi alla creazione di un piccolo mondo antico da contrapporre a quello rutilante e colorato – però in fondo vacuo – che vede attorno. Un cocktail di introspezione, acredine e malinconia è l’ingrediente segreto di Face to Face, scrigno di diamanti pop art trainato da Sunny Afternoon, che spodesta Paperback Writer dal primo posto della chart incarnando l’epitome sonora di una nazione che a luglio 1966 vince i mondiali di calcio mentre detta le regole dello stile e della moda.

Alzi la mano chi non la conosce (pt. 3).

Manifesto dei suoi giorni tanto quanto un sempreverde (laddove il coevo Revolver è anche una finestra sul domani), infila tra l’ironia a rotta di collo di Party Line e la struggente I’ll Remember favolosi folk-beat elisabettiani (Rosy Won’t You Please Come Home, Too Much on My Mind), raga ipnotici (Fancy) e accenni psichedelici (Rainy Day in June) senza tralasciare stilettate (Dandy), omaggi (Session Man) e gogne (House in the Country: ciao, Blur; Holiday in Waikiki, Most Exclusive Residence for Sale: ehilà, Fall).

Saggio di un talento che si permette di “confinare” su singolo l’eccelsa Dead End Street e l’inno garage I’m Not Like Everybody Else, il disco segna l’inizio dell’epoca d’oro di Davies, lesto ad autoesiliarsi nel ‘67 in un Kinkdom celebrato da Something Else. Ecco il dramma Death of a Clown (scritta con un Dave in formissima: ascoltate Love Me ‘Til the Sun Shines) e l’acquerello ibseniano Two Sisters, il rock che inventa i Jam (David Watts), si nasconde nella dylaniana Situation Vacant, fa capolino tra marcette (Harry Rag, Tin Soldier Man), bossanova (No Return) e incantati stordimenti folk (Lazy Old Sun, End of the Season). Ecco una Waterloo Sunset tra i vertici del pop. Di sempre, di chiunque.

Alzi la mano chi non la conosce (pt. 4).

Usciti dalle classifiche, i Kinks si concentrano sull’album come unico formato adatto alle aspirazioni del leader. In ogni caso bellissime Autumn Almanac, Wonderboy e Days, che su 7” commentano l’agreste distacco da una contemporaneità appena passata al vaglio di The Village Green Preservation Society, controcorrente nella lode a valori antichi allorché tutti «vogliono il mondo e lo vogliono adesso». Spartano ma curato, profuma di stupore (Starstruck, Monica) e minuteria gozzaniana (la title track, una meditativa Village Green, Picture Book), inchiostro fragrante (una tesa Big Sky, le inquiete Wicked Annabella e Sitting by the Riverside) e arrangiamenti calibrati (Phenomenal Cat ha in tasca le pagine di Lewis Carroll, Last of the Stream Powered Trains è onomatopea blues da manuale).

Alzi la mano chi non la conosce (pt. 5).

Messe assieme, restituiscono un secondo capo d’opera che sfortunatamente esce lo stesso giorno del White Album. Intanto Quaife abbandona (morirà nel giugno 2010) per John Dalton, il bando è decaduto e si torna nel Grande Paese. Non prima di aver pubblicato Arthur, opera rock dall’eloquente sottotitolo O il declino e la caduta dell’Impero britannico che vanta più slancio rispetto a Tommy ma resta inferiore al capostipite S.F. Sorrow dei Pretty Things.

Il concept è esplicito, intessuto di autobiografia (spunto di partenza la sorella Rosie, emigrata agli antipodi con il marito Arthur) e delle riflessioni degli antieroi comuni. Anche se talvolta persuade poco il tono strumentale appesantito pur a fronte di cose preziose come Brain Washed e Australia, che la leggerezza non sia sparita lo comprovano l’irresistibile Victoria, una mesta Some Mother’s Son, l’amara Shangri La, la delicata Young and Innocent Days e una disinvolta title track.

L’ingresso del tastierista John Gosling non porta nuova linfa, benché la prima apparizione sia nel classico Lola, polaroid di confusione sessuale e vertice di Lola versus Powerman and the Moneygoround: Part One, successo gonfio di rock rancorosi e fiele contro lo showbiz. Menzione d’obbligo per la satirica filastrocca Apeman, il quadrato blues The Contenders, la stoniana Got to Be Free, una robusta Get Back in Line e la liricissima This Time Tomorrow, tuttavia preoccupa un autore che soffoca il mezzo con i messaggi. Che, esaurito il sarcasmo, fa il pieno di cinismo. Gli anni Settanta sono qui.

Stati di confusione

Inizialmente si resta perplessi, giacché Percy imita per fiacchezza la pellicola cui fornisce il commento. Ray incassa il colpo, varca la porta della RCA e lascia di stucco per l’ultima volta nel ’71. Muswell Hillbillies racconta Albione attraverso i suoni dell’Ovest americano, superba chiusura di cerchio che tratteggia storie suburbane a passo di country, jazz old time e blues pop bolaniani. Nel compatto insieme, da citare come minimo la solida 20th Century Man, il crepuscolo Oklahoma, USA e una Alcohol che è chanson folk secondo Leonard Cohen.

Due anni dopo Everybody’s in Showbiz affronta il rapporto con l’industria dello spettacolo in un calderone un po’ confuso da cui estraiamo la psicanalitica Sitting in My Hotel, una splendida Celluloid Heroes e la briosa Supersonic Rocket Ship. Il rapporto con Dave allo stremo, regnano disincanto e magniloquenza e il triennio ‘73-‘76 porta un carapace di ambizioni mal riposte, tediose oper(in)e, problemi di droga, depressione e crisi matrimoniale.

Fratelli alla fine coltelli anche a questo giro.

Brusco però benvenuto il risveglio, con il passaggio all’Arista e un hard rock figlio di You Really Got Me ma tagliato su misura per le arene americane. Nel ‘77 Sleepwalker è un successo replicato da Misfits, e allorché Jam e Knack, Pretenders e Van Halen, Raincoats e Clash omaggiano i Nostri, Low Budget e Give the People What They Want completano la riconquista, conclusa con il live di prammatica One for the Road e nell’83 dal gustoso State of Confusion. Poi Raymond imbocca un tunnel di reducismo e spossatezza, incastrando un poker di trascurabilissimi LP tra la fine dell’amore con Chrissie Hynde, l’addio di Avory e il passaggio alla Columbia.

Bei tempi quando ci scambiavamo le magliette!

Ultima discreta zampata, nel 1994 To the Bone rivede i successi in chiave unplugged mentre la lezione dei Kinks torna sotto i riflettori grazie al fenomeno del britpop, cui Davies funge da padrino promuovendo l’autobiografia X-Ray e, infine, chiudendo bottega. Marginale la produzione da solista, lamentatevi voi se manca l’equivalente di New York o Time Out of Mind, poiché a noi duole già abbastanza sapere di un individuo paranoico, amareggiato e incapace di reggere il peso del tempo che scorre impietoso portandosi via tutto e tutti, inclusi – e davvero c’è mancato pochissimo – se stesso e Dave.

Sarà anche per questo che i fratelli hanno riposto i coltelli in via (forse) definitiva, rientrando un lustro fa in studio con Avory: anche se la faccenda si era arenata, in giro si dice che Ray abbia composto nuovi brani e pertanto una reunion potrebbe anche concretizzarsi. Da parte nostra siamo convinti che avrebbe poco senso e, citando Herman Melville, preferiremmo di no. Meglio riavvolgere il nastro della memoria al 2010, quando a Glastonbury, dopo aver dedicato gran parte della scaletta a Quaife, il nostro uomo quasi scoppia in lacrime durante l’esecuzione di Days.

Infine, ricordare il momento in cui, tra i solchi di Live at Kelvin Hall, una folla di adolescenti scozzesi del 1967 intona Sunny Afternoon. La pelle d’oca unisce attimi distanti non solo nel tempo: momenti che, a guardarli con attenzione, posseggono significati che si completano a vicenda, proprio come in un romanzo. Ecco: al numero 6 di Denmark Terrace ci dovrebbe essere una targa. Se possibile, in oro zecchino.

The Kinks Ray Davies Dave Davies 

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Traccia: Ray Davies: Poetry

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